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La storia di Francesco, “dottore” in carcere

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Francesco Leone è detenuto nella casa circondariale “Panzera” di Reggio Calabria, nella quale dovrà scontare una pena di dodici anni di reclusione per associazione mafiosa. La sua è una storia comune a molti altri studenti in vari istituti di pena, i quali hanno pensato di impiegare sui libri il tempo “libero” che forzatamente si trovano a dover vivere.

Francesco si è impegnato fino a conseguire il titolo di dottore in Scienze Infermieristiche, ma la sua buona volontà è stata supportata da innumerevoli figure, quali educatori e personale della polizia penitenziaria, che hanno reso possibile la realizzazione di questo importante progetto di vita.

Il ragazzo, di 25 anni d’età, ha potuto sostenere gli esami previsti nel corso di laurea, grazie ad un sistema di video conferenza in collegamento con la commissione d’esame del Dipartimento di Medicina clinica e sperimentale dell’Università di Messina.

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Leone, che ha discusso una tesi intitolata "L’infermiere e la prevenzione delle infezioni correlate all’assistenza”, rivolgendosi a tutti coloro i quali lo hanno supportato, ha affermato: "Ho il dovere di ringraziare la direttrice della Casa circondariale ’Giuseppe Panzera’ di Reggio Calabria, gli educatori e l’intero corpo di Polizia penitenziaria che mi hanno dato la possibilità di raggiungere questo importantissimo obiettivo, fondamentale per il mio futuro una volta che avrò pagato il mio debito con la giustizia”. “Un altro grazie - ha aggiunto - va ai miei genitori che nonostante tutto mi hanno dato ancora volta fiducia, e mi hanno sostenuto ed accompagnato in questa straordinaria avventura”.

La storia di Francesco induce ad una riflessione sulla funzione del carcere e sulla rieducazione del detenuto, il quale al termine della detenzione deve essere reinserito nella società in modo tale da non delinquere ancora una volta.

Affinché ciò accada è opportuno che si attui un percorso rieducativo e, se necessario, di studi come nel caso del protagonista del nostro racconto, siano essi universitari o professionalizzanti.

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Ben vengano, quindi, iniziative lodevoli quali l’attivazione di percorsi di formazione all’interno degli Istituti di pena, ad esempio corsi di cucina, sartoria ecc…

In molte realtà carcerarie vi è inoltre la possibilità di frequentare la scuola secondaria e di utilizzare la biblioteca, spesso allestita grazie ad associazioni di volontariato e progetti privati.

Il percorso da realizzare è tuttavia ancora in salita: queste iniziative andrebbero moltiplicate, i nostri Istituti di pena dovrebbero prendere a modello realtà di gran lunga più evolute, come quelle scandinave ad esempio, così che storie come quelle di Francesco non siano più l’eccezione ma semplicemente la regola.

Lucia D’Amore

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