Il caffè pedagogico

Quell’evergreen della Potemkin

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Mentre sistemavo la libreria, ho ritrovato un vecchio libro di Michele Serra, “Ridateci la Potemkin”, che avevo letto a suo tempo e che ho riletto con gli occhi del presente.

Nel farlo, ho compreso che mai titolo fu più appropriato: così come “La corazzata Potemkin”, in particolar modo la celeberrima scena della carrozzina che precipita rovinosamente giù per la ripida scalinata, rappresenta un cult della cinematografia mondiale, così il libro di Serra può essere considerato un evergreen della letteratura italiana per i temi trattati, di estrema attualità.

cms_9596/2v.jpgQuando scrive degli alimenti dal nome strano, ad esempio il Big Gnam, lo Slappy con Chomp Cream…non ci fa tornare in mente quel cibo veloce, pane quotidiano dei nostri ragazzi?

O quando descrive il presenzialista della tv, sempre inquadrato alle spalle dello speaker che saluta (oggi usa il cellulare per avvisare la mamma della propria presenza al tg). Serra scrive: «Ci sono famiglie nelle quali si seguono con costanza e apprensione tutte le più luttuose dirette televisive, nella speranza di rivedere il proprio caro scomparso da mesi. “Mamma mamma, corri a vedere. C’è il babbo in Valtellina!” “Meno male. Era dai tempi del Belice che non si faceva vivo”... È il potere fascinatorio della televisione - dicono i sociologi - Il mezzo è il messaggio - aggiungono gli esperti di comunicazione di massa, spiegando che il cretino che saluta, in realtà, sta salutando la televisione. Ma probabilmente, una volta tanto, la spiegazione è più semplice: il cretino che saluta è semplicemente un idiota. E i telecronisti, ogni volta che aprono una diretta, dovrebbero introdurla con una speciale menzione: “Buona sera. Dalla Valtellina vi parla Tizio Caio, con il solito contorno di maledetti cretini scampati, purtroppo, alla frana”».

cms_9596/3v.jpgOppure quando, parlando dei Pasdaran,scrive: «Come è bello sentirsi esenti dal fanatismo, dall’integralismo, dall’intolleranza. Dimenticando almeno due cose fondamentali: la prima è che Allah non è un pitone a tre teste. O un idolo a dieci braccia, ma solo la parola araba per indicare lo stesso Dio di tutti i monoteismi. La seconda è che se noi occidentali, oggi, non andiamo più in giro a menare le mani nel nome di Dio, è solo perché siamo molto, ma molto più ricchi dei popoli che chiamano Dio con un nome diverso. E non mi riferisco alla ricchezza interiore: ma a quella che, riempiendo la pancia, rende più intelligenti e meglio disposti nei confronti della vita».

Ancora: quando parla delle armi prodotte in Italia, è la mina stessa che parla della sua nascita, del trasporto nei Paesi mediorientali, di come sarà rimossa dagli stessi dragamine italiani e, tornata in “patria”, dopo un breve restyling sarà pronta per un altro viaggio: «Per fare bella figura, basterà apportare di volta in volta le modifiche necessarie: una maniglia qui, uno spunzone lì, qualche chilo di esplosivo in più o in meno a seconda che le uniformi vadano di moda senza gambe o senza braccia».

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Sorvolando sugli altri fenomeni di costume che tratta in chiave sapientemente satirica ed estremamente attuale, Serra riflette sul rapporto col passato che, spesso, si tende a negare, alla tendenza all’omologazione e alla censura,affermando:

«Per imbalsamare il futuro, per negargli senso, basta, dopotutto, negare il passato, o, peggio, misconoscerlo. I figli non dovranno più chiedersi com’erano i padri, quali sogni facevano, quali eroi amavano. Vedranno la Gioconda tridimensionale, le immagini spezzate dall’astigmatico Van Gogh ricomposte da qualche marchingegno in grado di correggere, come occhiali postumi, ciò che il pittore vedeva in turbinoso movimento. A molti, magari, piace l’idea di poter riciclare tutto, passato e futuro, nelle forme dei consumi moderni. A me ripugna, e fa una dannata paura che, quando domani qualcuno vorrà rivedere il mondo con i suoi occhi, liberi e diversi, gli diranno che quella trasmissione non può andare in onda. Mai più».

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Parlando infine della crisi dei partiti della sinistra (siamo nel giugno del 1987!), scrive: «Cari dirigenti del partito comunista, e cari noi tutti compagni, alternativa democratica o alternativa di sinistra sono parole fredde, tecniche, che non dicono nulla a nessuno. Sono formule che nessuno ha più tempo e voglia di tradurre, di capire. Che convincono, appassionano, coinvolgono solo un ristrettissimo numero di politici e giornalisti. Giustizia, uguaglianza, liberazione: abbiamo parole calde, intelligenti, forti, o ricominciamo a dirle, o nessuno ci ascolterà più».

E invece non le abbiamo dette, permettendo che calasse il gelo sui vecchi ideali e valori fondanti la nostra esistenza di uomini liberi. Sempre più schiavi del sistema, della censura (in barba alla libertà di stampa), degli stereotipi e pregiudizi.

Sordi agli insegnamenti della storia, tanto che se tra trent’anni un nostro figlio leggesse “Ridateci la Potemkin”, penserebbe: to’ guarda, un libro che parla del presente!

Lucia D’Amore

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