Il caffè pedagogico

Gli “imbarazzismi” raccontati da Kossi Komla - Ebri

Gli_imbarazzismi_raccontati_da_Kossi_Komla__Ebri.jpg

Si tratta di un termine coniato dallo scrittore e medico, nativo del Togo e residente a Ponte Lambro, in provincia di Como. Gli imbarazzismi, secondo Laura Balbo, presidente dell’Associazione Italia-Razzismo e già Ministro per le Pari Opportunità, come scrive nella prefazione del libro omonimo di Kossi Komia-Ebri, «sono situazioni del vivere quotidiano, spesso situazioni di imbarazzo. Cominciamo anche in Italia – succede da tempo, in altri Paesi di più lunga esperienza di migrazioni - a leggere scritti che ci rimandano l’immagine di "noi " che hanno "gli altri" e che descrivono, da punti di vista che appunto non sono i "nostri” […].

“Imbarazzismi” è una interessante raccolta di episodi aventi per denominatore comune malintesi in bianco e nero, derivanti dalle differenti culture che si incontrano.

cms_9713/2v.jpgVariegati sono i contesti: l’ospedale, il supermarket, il treno o le strade cittadine; divertenti le descrizioni dei pregiudizi e dei luoghi comuni; snella e ironica la narrazione.

Così l’autore del libro elenca una serie di situazioni, talvolta autobiografiche come quella volta in cui, recatosi con la propria moglie italiana (e bianca) al supermarket, dopo aver caricato le borse della spesa nel bagagliaio dell’auto, fu intercettato da un signore sulla cinquantina mentre si apprestava a lasciare il carrello ormai vuoto. Lo sguardo eloquente dello scrittore fece desistere il malaugurato dal pronunciare la prevedibile frase: “Se mi aiuti, potrai avere la monetina”. Sì, perché un nero che spinge il carrello della spesa non può che essere un immigrato in cerca di miseri guadagni…

O come quella volta che un suo amico togolese, mentre portava a spasso il proprio figlio nella carrozzina, venne scambiato da due sciure lombarde per un “povero baby sitter”…

cms_9713/3.jpg

Scrive poi sull’etnocentrismo: «Un giorno, in classe, durante un incontro sull’interculturalità, chiesi ai ragazzi di darmi una definizione del termine “razzismo". Subito il più sveglio esclamò: il razzista è un bianco che non ama il nero! Bene! Dissi, e il nero che non ama il bianco? Mi guardarono tutti stupiti e increduli con l’espressione del tipo: come può un nero permettersi di non amare un bianco?».

Accade spesso, inoltre, che ci si rivolga a persone dalla pelle del colore diverso dalla propria con i verbi coniugati all’infinito: tu fare questo, tu venire da dove? ecc…

Ad un paziente che le aveva rivolto una serie di domande e comandi usando questo lessico, un’infermiera africana rispose: «Mi scusi signore, ma lei è italiano? Mi vergognerei da morire se qualcuno parlasse così la mia lingua!».

Lo stesso autore del divertente libro, a chi gli impartiva ordini usando l’infinito dei verbi, rispose:

«Perché tu parlare così grande capo viso pallido Carlo? Guarda che sono uno studente universitario al quarto anno di medicina e parlo l’italiano meglio di te…».

Durante il soggiorno in Francia, al suo professore universitario che era solito invitarlo a casa per cena, dopo che questi una sera ebbe affermato: «Non riesco proprio a capire come fa la gente ad essere razzista. Vedi, tu qui da noi sei come uno dei nostri figli. Ti trattiamo alla pari, ti parliamo sempre senza atteggiamenti di superiorità, ti facciamo mangiare a tavola con noi…», Kossi disse: «Sa, professore, a volte la gente è razzista senza saperlo, almeno finché non è coinvolta in prima persona. Supponiamo per esempio, che m’innamorassi di sua figlia, e, contraccambiato, la chiedessi in sposa, lei cosa direbbe?». Il professore imbarazzato rispose: «Beh, questa è un’altra cosa …», e guarda caso, decise di non invitarlo più…

Poi c’è Gratus, che, entrato in una cartoleria del centro intenzionato ad acquistare dei quaderni, venne scambiato dal commerciante, dato l’ingombrante borsone in suo possesso, per un venditore ambulante. Tante altre sono le ilari storielle di incomprensioni derivanti spesso da ignoranza, stereotipi e pre - giudizi.

cms_9713/4.jpg

L’autore conclude narrando la propria esperienza di “coppia mista” con queste parole:

«Appena sposati, le amiche (?) di mia moglie erano davvero incuriosite della nostra coppia "domino".

Di certo per loro aver sposato un negro era davvero una cosa... strana.

“Cosa mangia?” le chiesero alcune senz’altro agghiacciate al pensiero di un menu a base di serpente affumicato o di ginocchio d’elefante bollito.

“Chi sa come verranno fuori i vostri figli!” esclamò un’altra di fede milanista, tormentata all’idea di una generazione a strisce tipo zebra-Juventus.

L’intellettuale del gruppo si contorceva la mente nel dilemma amletico: “In chi e in che cosa si identificheranno i vostri figli?”. Oh Dio! Finora per i miei figli sono il loro papà e mia moglie è semplicemente la loro mamma. Credo che loro si sentano ormai (e lo auguro a tutti)... cittadini del mondo».

Ed è l’augurio che rivolgiamo alle future generazioni. A ben pensare, non può che essere così: nell’era della globalizzazione siamo tutti cittadini del mondo, e in un mondo senza confini geografici non c’è spazio per pre - giudizi, stereotipi, in una sola parola “imbarazzismi”.

Lucia D’Amore

Tags:

Lascia un commento



<<Pagina Precedente | Stampa | Torna Su