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Un’amicizia “speciale”

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La cronaca e la letteratura spesso rimandano a storie di animali domestici, cani per lo più, affetti da malinconia, che talvolta si lasciano morire quando i loro “papà” e “mamme” umani, per cause naturali o circostanze varie, sono costretti ad allontanarsi improvvisamente.

cms_9833/2v.jpgLa commovente storia di Hachiko, per esempio, la cui vita ispirò un soggetto cinematografico: una cane di razza Akita che dopo la morte improvvisa del suo padrone, il professor Hidesaburo Ueno, ogni giorno per dieci anni si è recato alla stazione di Shibuya, di Tokio aspettandone invano il ritorno e lì si è lasciato morire assistito da tutti i cittadini che quotidianamente gli portavano da mangiare.

Divenuto il simbolo della fedeltà canina, per ricordarlo è stata eretta una statua in bronzo proprio sul piazzale antistante la stazione di Tokio.

E ancora, i tanti cani che si lasciano morire dopo aver trascorso gli ultimi giorni della propria esistenza a sorvegliare la tomba dell’umano che hanno amato incondizionatamente per anni.

Barone è il nome di un terranova di due anni e mezzo che Antonio ha adottato fin da quando era un cucciolo di 40 giorni.

Poi, a causa di alcuni reati commessi, Antonio viene condotto nella casa circondariale di Taranto e costretto a separarsi da Barone, il quale, in uno stato di profonda malinconia, smette di mangiare.

Grazie alla tenacia di Silvana, la mamma di Antonio, che lo ha seguito costantemente nutrendolo con una alimentazione forzata, Barone si è salvato e ha incontrato il suo papà umano nell’aria verde dell’istituto di pena, solitamente luogo di incontro tra i detenuti e i propri figli.

Il racconto di Silvana è commovente: «Appena Barone ha visto mio figlio ha abbaiato in una maniera strana, gli ha leccato la faccia. Una scena davvero toccante, un incontro commovente che è stato reso possibile grazie all’impegno dei cappellani del carcere, don Francesco e don Davide, del direttore Stefania Baldassari e del comandante degli agenti della Polizia Penitenziaria, Giovanni Lamarca. Per me e per la mia famiglia è stata una giornata indimenticabile. Una emozione fortissima. Antonio e il suo Barone sono stati insieme per un’ora. I cani non chiedono altro che coccole. Mio figlio era felice come un bambino. Barone si è legato a lui in maniera quasi morbosa. Dormiva nella stanza di Antonio. Quei due sono in simbiosi».

I benefici della pet therapy, specie in ambito carcerario, sono evidenti: secondo gli esperti, la riabilitazione del detenuto passa anche per queste iniziative che coinvolgono i nostri migliori amici, i più fedeli.

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E Barone ora sa di non esser stato abbandonato, sa che potrà riabbracciare il suo Antonio quando avrà finito di scontare la pena, o forse non lo sa.

Una cosa è certa: questo è stato soltanto l’inizio di una serie di iniziative aventi come protagonisti i detenuti e i loro migliori amici pelosi.

Lucia D’Amore

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