Immigrazione: un incubo chiamato Algeria

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Lungo le coste meridionali del Mediterraneo sorge una piccola città di appena 114.000 anime, Maghnia. Non è una città particolarmente ricca, né un centro di potere di grande importanza. A dirla tutta, in molti neppure saprebbero della sua esistenza se non fosse per qualche reperto archeologico fenicio che vi viene di tanto in tanto ritrovato, o per il fatto che più di cent’anni fa diede i natali ad Ahmad ben Bella, il primo presidente dell’Algeria indipendente. Eppure, per una ragione apparentemente banale come la posizione geografica, Maghnia è ad oggi una delle città più importanti dell’intera Africa. Già, perché a neppure 20 chilometri di distanza si trovano le frontiere del Marocco, il che la rende, di fatto, il centro abitato più occidentale dell’intera nazione.

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Fin qui nulla di strano, direte voi. Tuttavia, la frontiera che separa l’Algeria dal Marocco non è una frontiera come tante altre. Non è una semplice linea tracciata su una cartina geografica che può essere attraversata senza alcun problema o, addirittura, senza neppure notare la differenza tra le diverse nazioni. Curiosamente, in un’epoca in cui tutti si preoccupano di proteggere le frontiere che separano l’Europa dall’Africa, in pochi sembrano aver compreso un aspetto molto importante della questione: le frontiere africane non sono tutte uguali.

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Per un giovane, una donna o per qualunque profugo, trovarsi in Algeria o trovarsi in Marocco non è la stessa cosa. Vivere in Algeria ed avere la pelle più scura significa quasi certamente essere destinati a subire violenze, discriminazioni e sospetti da parte delle autorità locali. Il rispetto delle regole e della buona educazione non è sufficiente per essere trattati adeguatamente da un Paese che, negli ultimi anni, sembra aver intrapreso una linea sempre più intransigente nei confronti degli immigrati, al punto da aver trincerato parte di loro in autentici ghetti urbani dove, nemmeno a dirlo, la popolazione è costretta a condizioni igienico-sanitarie ai limiti dell’inverosimile. Secondo i protocolli approvati dal governo di Algeri, gli immigrati clandestini dovrebbero essere rimpatriati nelle proprie rispettive nazioni d’origine; eppure, varie fonti riportano che il più delle volte essi vengono trasportati su mezzi di fortuna nel distretto di Tamanrasset, proprio a ridosso del deserto del Sahara, e di lì portati alle frontiere del Niger, ove vengono abbandonati a sé stessi… Inutile dire che la maggior parte di loro non ha molta fortuna.

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A questo punto, nasce spontaneo chiedersi per quale motivo l’Algeria stia assumendo una linea politica così inflessibile. La verità è che il loro attuale presidente, Abdelaziz Boutefilka, si trova in grande difficoltà nel gestire la nazione. Veterano della guerra d’indipendenza contro i francesi, nonché eroe nazionale, col tempo Boutefilka ha perso la propria popolarità a causa del crescente disagio socio-economico che da anni attanaglia il Paese. In molti pensavano che la cosiddetta “primavera araba” avrebbe attecchito anche in Algeria, o perlomeno che la nazione avrebbe già organizzato una ribellione, se non fosse stato per il fatto che la memoria della guerra civile che ha dilaniato il Paese negli anni ‘90, malgrado i tentativi di voltare pagina, sia ancora troppo viva nelle menti e nei cuori del popolo algerino. È probabile che la linea dura, adottata da Boutefilka non solo con gli immigrati ma anche con le minoranze religiose, sia un modo per provare a distrarre il Paese dai problemi reali, specialmente in vista delle elezioni presidenziali del 2019 alle quali, salvo sorprese, il Presidente si ricandiderà in cerca del quinto mandato consecutivo. Inoltre, gran parte della classe intellettuale africana, sia pur con un po’ di malizia, ha avanzato l’ipotesi che il blocco in massa degli immigrati voluto da Algeri sia in realtà il frutto di un accordo segreto con l’Unione Europea, terrorizzata dall’idea di un cospicuo aumento dei flussi migratori lungo le coste mediterranee. Un’ipotesi, questa, supportata dall’anzianità di Boutefilka (81 anni compiuti a marzo) e dalle sue frequenti malattie, che lo renderebbero dunque un Presidente debole e facilmente influenzabile.

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Per quale motivo, dunque, così tanti immigrati continuano a recarsi in Algeria nonostante i numerosi inconvenienti? Le ragioni sono molteplici. Prima di ogni altra cosa, bisogna sottolineare che, in passato, il Paese magrebino adottava un atteggiamento ben diverso nei confronti dei profughi, al punto che la propria accoglienza e la propria accettazione delle diversità culturali erano divenute proverbiali: soltanto negli ultimi anni le cose sono cambiate drasticamente. A questo si aggiunge l’ignoranza di migliaia di persone che, spinte dalla disperazione, dalla guerra e dalle carestie, fuggono dalla propria terra natale senza curarsi di ciò che troveranno all’estero.

In passato, tali flussi provenivano principalmente dal vicino Mali e dalla Mauritania, ma negli ultimi vent’anni le guerre civili che hanno dilaniato la Sierra Leone, la Liberia e la Repubblica Democratica del Congo hanno fatto sì che la portata del fenomeno crescesse esponenzialmente, al punto da coinvolgere la quasi totalità dell’Africa subsahariana. Per non parlare dell’immigrazione proveniente dagli altri Paesi magrebini… del resto, non è difficile immaginare l’impatto che la crisi libica ha avuto e continua ad avere in questo senso.

In altre parole, gli immigrati fuggono dai propri Paesi per evitare le bombe, i kalashnikov e la guerra, ma una volta emigrati si ritrovano in un Paese come l’Algeria, dove vengono trattati, secondo quanto raccontato, in modo del tutto disumano. A quel punto, la loro unica speranza di sopravvivenza sembra essere quella di varcare le fatidiche frontiere situate a venti chilometri da Maghnia, approdare in Marocco e di lì (chi lo sa?) in Spagna o in altre nazioni europee. Ecco perché, ad oggi, questa piccola e anonima cittadina è divenuta così importante nello scacchiere continentale.

La frontiera, tuttavia, è molto più difficile da attraversare di quanto non sembri. Per proteggerla, il governo ha disposto la costruzione di una trincea profonda sette metri e larga tre, difesa da un alto reticolo metallico e sorvegliata da soldati armati fino ai denti. In passato superare l’ostacolo non era così difficile, bastava approfittare della “flessibilità” di taluni militari disposti a chiudere un occhio e a far passare chiunque fosse così generoso da offrirgli una congrua ricompensa. “Fino a tre anni fa, con il corrispettivo di 50 euro chi voleva entrare in Marocco passava senza troppi problemi” ha dichiarato Chahreddine Berriah, un giornalista del quotidiano locale El Watan da sempre molto attento alla questione. Eppure, ben presto la situazione è rapidamente cambiata. Già, perché le divergenze sulla questione dell’indipendenza del Sahraui (vista con favore da Algeri e osteggiata da Rabat), oltre alle vecchie accuse rivolte all’intelligence algerina di aver collaborato con gli organizzatori dell’attentato all’Atlas Asni di Marrakech, hanno acuito sempre più le tensioni fra i due Paesi. Il risultato? L’Algeria ha reso ben più severi i controlli della propria frontiera occidentale, al fine che nessuno possa non solo entrare, ma neppure uscire dal Paese senza autorizzazione. In altre parole, oggi giungere in Marocco dall’Algeria è un’impresa quasi impossibile.

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È incredibile pensare che così tanti eventi che ci appaiono talmente lontani dalla nostra realtà possano verificarsi in una zona del mondo così poco distante da quella in cui viviamo. Il problema dell’immigrazione non lo scopriamo certo oggi, non è facile da risolvere né può essere affrontato in maniera semplicistica. Eppure, dalle notizie che continuano a giungerci dalle varie zone dell’Africa e perfino dai Paesi rappresentanti un segmento agiato del continente, oggi possiamo solo trarre una profonda gratitudine per il luogo in cui siamo nati.

Gianmatteo Ercolino

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