Intesa San Paolo a sostegno dell’industria fossile

In controtendenza con le politiche mondiali di salvaguardia ambientale, cofinanzia lo sfruttamento della più grande miniera di carbone australiana

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A quanto pare i buoni propositi a cui gli stati su scala mondiale si sarebbero vincolati in occasione dei recenti summit sul cambiamento climatico, come la Conferenza di Madrid dello scorso dicembre, è stato solo uno spreco di inchiostro su carta. Ancora una volta è l’ipocrisia a farla da sovrana e la facile dimenticanza, che risulta comoda ai governi del G20, i quali avrebbero agito o per lo meno avrebbero pianificato di agire nel verso delle politiche ambientali sostenibili a lungo raggio, è stata solo una conseguenza della reazione dell’opinione pubblica internazionale e dei movimenti come “Fridays for future”. Purtroppo la realtà è ben diversa dai propositi, e ad oggi ci ritroviamo dinnanzi ad un istituto bancario italiano del calibro di Intesa San Paolo, primo gruppo bancario in Italia per quota di mercato, che elargisce fondi per un pari di 77 milioni di euro all’azienda indiana Adani per la realizzazione di un progetto per lo sfruttamento della miniera di carbone del Galilee Basin, in Australia.

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È davvero un paradosso, se pensiamo al recente disastro ambientale causato dagli incendi. Di certo siamo dinnanzi a una nuova bomba ecologica. La denuncia arriva da Greenpeace. Il progetto della miniera di Galilee Basin, proposto dalla Adani Mining, gruppo sussidiario dell’indiana Adani, è già stato approvato dai governi del Queensland e dal governo federale australiano, i quali avrebbero disposto oltre 4,4 miliardi di dollari di esenzioni fiscali, differimenti e sussidi dai contribuenti del Queensland per tutto il corso di vita della miniera, stimato all’incirca a 60anni, oltre ad un rinvio di 7 anni di royalty del valore di 900 milioni. Il progetto, dalla modica cifra di 16 miliardi, dopo essere stato rifiutato da 30 diversi finanziatori, è stato sottostimato a 2 miliardi di dollari, mira a produrre 2,3 miliardi di tonnellate di carbonfossile nel giro di 60 anni, diventando la miniera di carbone più estesa in Australia e tra le più grandi al mondo. Il minerale estratto però sarebbe stato definito “low quality, high ash”, ovvero un prodotto dalla scarsa qualità e in compenso dal forte impatto ambientale, considerando che si stima che le emissioni di CO2 provenienti dalla combustione di tale quantità di combustibile fossile, nel peggiore degli scenari possibili, equivarrebbero approssimativamente allo 0.56% del limite di emissioni che sussiste a partire dal 2015 per non eccedere il riscaldamento climatico di 2°C.

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Inoltre il progetto prevede un incremento della rete ferroviaria per 189 nuovi km di ferrovia che confluiranno nello snodo già esistente del Goonyella Railway Line, per permettere ai lotti di imbarcarsi verso l’India da Hay Point e Abbot Point, lungo la costa. Per non parlare della concessione di poter adoperare tramite metodi “open-cut” quanto sotterranei, costituendo un grave pregiudizio per la salubrità del sottosuolo, delle falde e per la conservazione della Grande Barriera Corallina. Intanto da Green Peace fanno sapere che si stanno mobilitando per indurre Intesa San Paolo ad abbandonare gli investimenti verso tutte le attività collegate alle fonti fossili e alcuni attivisti nella giornata di ieri hanno affisso in segno di protesta sulla facciata di una delle sue sedi storiche di Milano un cartello riportante la scritta: “Basta soldi al carbone, l’Australia brucia”.

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Personalmente in proposito vorrei solo ricordare che seppur i cosiddetti diritti di terza generazione, tra cui è compreso il diritto a godere del patrimonio dell’umanità e dell’ambiente, non siano esplicitamente riportati nemmeno all’interno della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, l’Art.28 del suddetto documento prevede che “Ogni persona ha il diritto ad un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà enunciati nella Dichiarazione possano essere pienamente realizzati”, dunque in conformità a quanto disposto dall’articolo citato, il diritto ad un ambiente salubre e il diritto a poter godere dell’ambiente naturale, non possono che scaturire direttamente dalla realizzazione delle necessità espresse dal suddetto articolo.

(Foto dalla pagina Facebook di Greenpeace Italia)

Federica Scippa

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