Israele: ora Netanyahu può dichiarare guerra all’Iran da solo

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62 favorevoli e 42 contrari: è con questo risultato che il Knesset, l’unica camera parlamentare israeliana, ha modificato la legge in merito alle politiche belliche della nazione. Da oggi il premier Netanyahu avrà la facoltà di autorizzare bombardamenti, azioni militari e perfino di dichiarare lo stato di guerra senza essere vincolato ad alcun parere se non a quello del ministro della difesa. Un netto cambiamento rispetto al passato, quando il premier era costretto a ottenere l’unanimità dei voti da parte del consiglio dei ministri prima di poter ordinare qualunque azione bellica. Com’è possibile che una modifica legislativa così significativa sia stata approvata in così poco tempo? La verità è che, fin dalla sua nascita, lo stato d’Israele ha sempre adottato un modello normativo ispirato a quello dei Paesi anglosassoni. In altre parole, il Paese non gode di una rigida e affidabile costituzione, ma solo delle “Chucchè Hayesod”, una serie di leggi che, pur essendo legalmente vincolanti, sono estremamente semplici da abrogare o da modificare.

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Cosa cambierà concretamente? Per il momento nulla, o perlomeno Netanyahu non sembra intenzionato nell’immediato ad avvalersi del nuovo potere concessogli. Eppure, sono in molti a ravvisare nella decisione del parlamento israeliano una forte e neppure troppo velata provocazione all’Iran. Se negli ultimi mesi infatti i rapporti fra i due Paesi erano divenuti sempre più difficili, bisogna doverosamente sottolineare che il conferimento di maggiore autorità ad un uomo dalle posizioni decisamente interventiste, come l’attuale premier, non agevoleranno certamente la situazione.

Negli ultimi giorni, i rapporti bilaterali fra le due nazioni si erano brutalmente inaspriti a causa dei bombardamenti dell’esercito israeliano ai danni di alcune basi siriane ad Homs, nel corso dei quali, secondo diverse fonti, sarebbero morti anche alcuni soldati iraniani.

A questo, bisogna aggiungere un nuovo giallo che sembra essere nato nelle ultime ore. Gerusalemme ha infatti reso noto di possedere dati “reali e autentici” in merito alla ripresa in Iran di una serie di violazioni degli accordi internazionali del 2015; un modo elegante per dire che Teheran sta creando nuovi arsenali nucleari. L’accusa è stata immediatamente condivisa dal nuovo segretario di stato americano, Mike Pompeo, il quale ha definito le nuove prove estremamente convincenti, sottolineando ancora una volta come gli Stati Uniti siano moralmente e politicamente vicini a Israele. Eppure, tale narrazione sembra in palese contrasto non solo con la posizione del governo iraniano, che ha bollato le accuse come un semplice atto di propaganda, ma anche con i dati ufficiali dell’agenzia internazionale dell’energia atomica, nonché con le informazioni possedute dall’Europa. “Per il momento non ho visto violazioni da parte dell’Iran dei suoi impegni nell’ambito dell’accordo - ha dichiarato la responsabile della diplomazia Ue, Federica Mogherini - Se qualsiasi Paese avesse informazioni di non conformità di qualunque tipo, le dovrebbe convogliare ai meccanismi legittimi riconosciuti, come l’Aiea, la sola organizzazione internazionale imparziale incaricata di sorvegliare gli impegni nucleari dell’Iran”.

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Proprio le istituzioni europee sembrano rappresentare ad oggi l’ultima vacillante garanzia di pace nel teatro mediorientale. Se infatti il 12 maggio Donald Trump annuncerà la conferma o meno degli accordi in merito all’arricchimento dell’uranio voluti da Obama, la diplomazia europea sta cercando di esercitare le più significative pressioni possibili affinché l’accordo rimanga immutato; una posizione sottolineata anche da Emmanuel Macron in occasione del suo ultimo incontro alla casa bianca con Trump.

In molti potranno non cogliere l’attinenza tra le decisioni di Washington e le tensioni fra Israele e Iran. La verità è che se il Presidente statunitense dovesse annunciare l’uscita dagli accordi sul nucleare la logica conseguenza sarà la decisione da parte di Rouhani di dar il via a una serie di ripercussioni nei confronti di Israele e degli altri alleati statunitensi. Questo, ovviamente, genererebbe un’escalation di eventi che non sappiamo come potrebbe andare finire.

In un eventuale conflitto, sia esso politico o militare, l’Iran godrebbe senz’altro dell’appoggio, o perlomeno dell’approvazione, da parte di gran parte del mondo islamico, accomunato dall’odio verso il comune nemico israeliano. Fra tali alleati, tuttavia, Teheran non potrà contare sul Marocco, con il quale nelle ultime settimane sono nate una serie di tensioni legate all’appoggio iraniano ai gruppi indipendentisti del Sahara meridionale; tensioni che hanno, di fatto, sancito la rottura di qualunque rapporto fra le due nazioni.

Dal canto suo Israele, oltre che dello storico alleato statunitense, si avvale dell’autorevolezza di un premier che, approfittando del fatto che i media nazionali sono concentrati sulle guerriglie in corso a Gaza, ha ottenuto dal Knesset poteri dei quali nessuno dei suoi predecessori aveva mai goduto in passato.

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In questo momento, sembra difficile pensare che negli anni ‘70 fra le due nazioni vi erano rapporti basati sulla pace e sul reciproco rispetto. Fu la rivoluzione del ’79, guidata dall’Ayatollah Khomeini, a far nascere a Teheran una nuova linea politica basata sulla diffidenza nei confronti di qualunque nazione non islamica. A questo bisogna aggiungere che con la prima guerra del golfo e con il conseguente indebolimento dell’Iraq, Israele e Iran si sono ritrovate a contendersi l’egemonia della regione mediorientale, generando così nuove rivalità fra i due governi, culminate con l’attentato all’ambasciata israeliana di Buenos Aires nel 1992. Infine, l’elezione del presidente negazionista Ahmadinejad, nel 2005, ha definitivamente annullato qualunque possibilità di ripresa del dialogo fra i due Paesi. In questo senso, non vi è da stupirsi se le distanze fra queste due nazioni sembrano essere divenute incolmabili, né vi è da stupirsi se, a detta del Pentagono, fra tutti i potenziali conflitti presenti in questo momento al mondo quello fra Iran e Israele è il più probabile in assoluto.

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Ovviamente, noi tutti auspichiamo che la pace venga preservata e che questo, così come ogni altro conflitto diplomatico, non si traduca in azioni militari. Non è in dubbio il fatto che lo Stato d’Israele abbia il diritto di difendersi dall’Iran o dalle tante minacce alle quali, purtroppo, è ormai costantemente sottoposto fin dalla sua nascita. Eppure, troppe volte in situazioni simili abbiamo avuto il sospetto che i governi non abbiamo fatto abbastanza per mantenere rapporti non ostili con le altre nazioni. Non sappiamo se dietro questa vicenda vi sia una scarsa lungimiranza politica o un cinico calcolo strategico; ciò che è certo, è che questa guerra, così come ogni altra guerra, non gioverebbe ai popoli che dovrebbero combatterla, ma solo ai suoi eventuali artefici.

Gianmatteo Ercolino

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