L’Armenia e l’Italia

Storici rapporti in nome della Cristianità

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Fare il punto sulla cultura Armena in Italia in un articolo di presentazione è opera quantomai ardua. Diremo innanzitutto che i rapporti tra Italia e Armenia sono assai antichi e che le prime notizie in tal senso ci vengono forniti dagli storici greci e romani. Ma è in epoca cristiana che i rapporti si intensificano e diventano stabili. Nel 301 il re armeno Tiridate III (Trdat), dopo essere stato convertito da San Gregorio Armeno (San Gregorio l’Illuminatore) proclamò il Cristianesimo religione di Stato. L’Armenia – come ricordato in un recente convegno tenutosi presso il Meeting di Rimini dal titolo “Armenia, culla della cristianità” – fu la prima nazione a proclamare il Cristianesimo Religione di Stato. L’adesione religiosa da parte dell’Armenia precedette quindi di dodici anni l’Editto di Milano, promulgato dall’Imperatore Licinio ed erroneamente attribuito al solo Costantino.

Le prime notizie certe bile presenza di armeni nell’Italia medievale si riscontrano nell’Esarcato bizantino di Ravenna. Alcuni degli esarchi erano di origine armena, come il famoso nobile e mosaicista Narsete (Nerses) protagonista della guerra goto-bizantina, altro personaggio importante fu un altro patrizio bizantino Isacco (Sahak) il cui monumento funebre si trova nella chiesa di San Vitale a Ravenna, abbellito da sculture ed epigrafi che lo proclamano «gloria dell’Armenia». In un mosaico della stessa chiesa è forse lo stesso Narsete che si vede al fianco dell’imperatore Giustiniano. Inoltre si trovava a Ravenna, per la difesa della città, una milizia composta per la maggior parte di armeni, detta perciò «armena» o numerus Armeniorum.

Assai intensi furono in epoca antica i rapporti con il Meridione d’Italia. Secondo una tradizione, due reliquie di San Gregorio l’Illuminatore sono custodite in Italia: a Nardò le ossa di un braccio e a Napoli il cranio, trasferito qui da Nardò ai tempi di Ferdinando II d’Aragona, nel XV secolo. La tradizione locale, ricorda che le reliquie del Santo furono trasferite in Italia da monache e fedeli armeni, fuggiti dall’Oriente al tempo dell’imperatore iconoclasta Costantino Copronimo (741-775).

Allo stesso modo in Sicilia fin dal VI secolo i militari armeni reclutati nell’esercito bizantino arrivavano numerosi, non solo nell’Italia settentrionale, ma anche nel Sud. Fu celebre tra i governatori di Sicilia Alessio Mussele (Mushegh), della casata armena dei Mamikonian,

Se durante il corso del Medioevo numerose furono le presenze armene accertate in tutta la penisola ancora oggi rilevabili nella toponomastica, per quasi tutta l’era moderna questo flusso si affievolì quasi del tutto, se si esclude il caso eclatanti di Venezia, dove a partire dal 1697 giunse la famiglia Sherimanian o Sceriman. Venezia, che almeno fino alla Battaglia “Cristianissima” di Lepanto aveva mantenuto il suo dominio su parte dell’Egeo e sull’Adriatico era sede di una antica e cospicua comunità armena. Con l’arrivo degli Sceriman la comunità riprese vigore e, in breve tempo, costoro da grandi mercanti si fecero accreditare titoli di nobiltà laica ed ecclesiastica presso le più importanti corti europee e presso i Papi. Sempre a Venezia nel 1701 giunse Mekitar di Sebaste abate armeno, fondatore della congregazione dei mechitaristi che professava la necessità dalla riunione ecumenica della Chiesa Apostolica Armena con quella Cattolica Apostolica Romana. Dopo una breve peregrinatio tra Morea, a Modone, e poi a Venezia, la Serenissima affidò a lui e ai suoi monaci il lazzaretto cittadino antico cenobio benedettino in rovina. A partire dal 1717 e fino al ventennio fascista i Mechitaristi ampliarono e abbellirono l’Isola di San Lazzaro fino a farla diventare il principale centro di Cultura Armena dell’intera diaspora.

La ripresa massiccia degli scambi tra Armenia e Italia avvenne però solo a fine Ottocento, quando iniziarono a farsi sempre più frequenti, quasi sistematici, i massacri e le violente epurazioni degli Armeni dell’Impero Ottomano per volontà del Sultano Rosso Abdul Amid II. Ma nel 1915, come è noto, ebbe inizio, con la mattanza degli intellettuali Armeni di Costantinopoli, il Genocidio Armeno, il primo del Ventesimo secolo. Anche in questo caso l’Italia fu interessata dalla diaspora. In particolare a Bari, nel 1913 era giunto il giovane poeta e giornalista Hrand Nazariantz, ammiratore dei movimenti di avanguardia culturale eterogenei fra loro, che sotto l’egida diretta o indiretta di Filippo Tommaso Marinetti prendevano il nome di Futurismo. Nazariantz, sposata una cantante e attrice italiana, forse legata ai servizi segreti internazionali, in pochi anni riuscì a portare in Italia circa 300 Armeni profughi nei campi della Grecia, salvando loro la vita e restituendo agli sfortunati prospettive per un nuovo inizio dopo le atrocità e le barbarie spesso compiute dagli Ottomani “in odium fidei christianae”. Tra i primi a commentare e narrare le atrocità del genocidio vi fu l’avv. Bartolo Longo, fondatore del Pontificio Santuario della Beata Vergine del Santo Rosario di Pompei, che nel 1923 diede alle stampe un libretto dal titolo Il martirio dell’Armenia e la Madonna di Pompei.

Oggi, dopo la nascita della Repubblica di Armenia, è ripreso alacremente l’interesse per questa millenaria cultura, i suoi usi e costumi, la sua arte. Certa della sua Storia, l’Armenia attuale, grazie ad un esperto corpo diplomatico, sempre pronto ad adoperarsi in favore della Pace e per il pieno raggiungimento dei diritti umani, si propone tra i possibili mediatori delle più sottili c difficili contese internazionali.

Carlo Coppola

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