L’OMBRA DELL’OMOFOBIA SULLA CECENIA

COSA STA ACCADENDO NEI “CAMPI DI RIEDUCAZIONE”?

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Appena quattro mesi fa, lo scorso 1° aprile, il giornale indipendente russo Novaya Gazeta aveva pubblicato un’inquietante inchiesta sul trattamento riservato ai detenuti gay nelle carceri cecene. Pare che tutto fosse partito dall’arresto di un uomo (che, al momento del fermo, si trovava sotto l’effetto di sostanze stupefacenti) e dalle indagini svolte sul suo telefono cellulare, da cui sarebbe emersa una rete di contatti “sospetti” tra uomini. Di qui una serie di “operazioni preventive”, un vero e proprio rastrellamento nei confronti di chiunque avesse a che fare con la ripudiata comunità LGTB. Secondo quanto rivelato da Elena Milashina, autrice dell’inchiesta, le “purghe” avrebbero avuto luogo all’interno di strutture carcerarie molto simili a campi di concentramento. Qui si sarebbero consumati almeno quattro omicidi, oltre che le giornaliere sevizie riservate ai detenuti. Uno scenario che ha fatto rabbrividire la comunità internazionale, accendendo moti di solidarietà in tutta Europa: l’appello in favore delle vittime lanciato da Amnesty International raggiunse oltre 20mila adesioni nell’arco di sole 48 ore e la spinosa questione fu presa in carico da più governi nazionali (tra cui anche quello italiano) che promettevano di far luce sull’accaduto, in nome dei diritti fondamentali dell’uomo. “Attivati gli uffici della Farnesina per informazioni sulla situazione gay in Cecenia e sulla inaccettabile violazione dei diritti umani denunciata” twittava infatti lo scorso 11 aprile Benedetto della Vedova, sottosegretario agli Esteri.

La replica delle autorità cecene non si fece attendere. Etichettata come “un’assoluta menzogna” e addirittura come un pesce d’aprile (sfruttando abilmente la data di pubblicazione dell’inchiesta), la notizia fu smentita dal portavoce del presidente Kadyrov con queste parole: “Non si possono arrestare e perseguitare coloro che, semplicemente, non esistono all’interno della nostra Repubblica. Se la Cecenia ospitasse tali individui, sarebbero i parenti stessi a mandarli a quell’indirizzo dal quale non si ritorna”. A ciò si aggiunse l’accanimento dei 24 leader religiosi ceceni – nonché degli stessi fedeli - nei confronti del Novaya Gazeta: “Questi esseri risponderanno delle proprie colpe secondo quanto dettato dalla Legge. Il castigo di Allah li colpirà senz’altro – scriveva il muftì Salah Medjiev in riferimento ai giornalisti responsabili dell’inchiesta - Non hanno offeso solo i sentimenti di alcuni, bensì l’intero popolo ceceno, il clero e le cose più sante, diffondendo calunnie infondate”. Tali dichiarazioni non trovarono appoggio presso il governo russo che, pur non avendo accusato apertamente le forze dell’ordine cecene, autorizzò un’indagine federale sui presunti lager di matrice omofoba.

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Com’è andata a finire? Gli inquirenti russi si sono ritrovati, come si suol dire, con un pugno di mosche in mano. Sebbene il presidente Ramzan Kadyrov si fosse inizialmente mostrato disponibile alle indagini, pare che le forze dell’ordine cecene abbiano opposto resistenza ai colleghi giunti da Mosca, rifiutando qualsiasi forma di collaborazione. Ma non è tutto: come riportato dall’Huffington Post, nelle carceri adibite alla detenzione degli omosessuali sarebbero stati rinvenuti solo grossi cumuli di detriti. Che siano stati deposti proprio da chi desidera insabbiare l’intera faccenda, al fine di occultare i gravi crimini perpetrati?

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Stando a quanto riferito dai testimoni, parecchi detenuti sarebbero stati semplicemente trasferiti altrove, mentre solo alcuni avrebbero fatto ritorno a casa. Per evitare ulteriori accertamenti da parte delle autorità centrali, la polizia avrebbe chiesto alle famiglie dei perseguitati di firmare un modulo in cui si dichiarava: “Mio figlio/fratello ha lasciato la Repubblica alla fine di febbraio per lavorare a Mosca. Non ha alcuna lamentela nei confronti della polizia cecena”. Insomma, al momento pare che non si possa dimostrare in alcun modo quanto sostenuto dalle vittime e dai testimoni, complice il clima di omertà e di cieca omofobia che da sempre invade la Repubblica. Con il passare dei giorni, anche l’interesse delle autorità internazionali è gradualmente diminuito, fino ad annullarsi totalmente. Nessuno ne parla più, ma ciò non significa che il caso sia chiuso, anzi. Probabilmente, qualcuno sta portando avanti la sua folle repressione, nel silenzio delle istituzioni. Le dichiarazioni rilasciate appena qualche giorno fa dal presidente Kadyrov, ai microfoni dell’emittente televisiva statunitense HBO, non promettono nulla di buono: “I gay non sono persone, sono diavoli. In Cecenia non abbiamo persone del genere e, se ci fossero, li porteremmo in Canada. Teneteli lontani da noi, potrebbero contaminare il nostro sangue”. Per di più, nel corso dell’intervista il leader ceceno ha speso qualche parola in difesa dei “diritti d’onore”: “Se questi individui fossero tra noi, i loro parenti non li lascerebbero in vita, per proteggere la nostra fede, la nostra mentalità, le nostre abitudini e le nostre tradizioni. Anche se è un atto punibile dalla legge, vi ricorrerebbero ugualmente”.

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Lo scorso giovedì, il Parlamento italiano ha accolto la richiesta – presentata da numerosi attivisti e dalla comunità LGTB – di una mozione volta a intensificare l’impegno del nostro Paese in merito all’annosa faccenda: il governo è chiamato a sollecitare l’istituzione di una commissione d’indagine internazionale, che sappia far luce su quanto sta accadendo nella repubblica caucasica. Speriamo che il nostro intervento possa contribuire a dissipare le folte tenebre calate sulla Cecenia, restituendo la dovuta libertà alle vittime delle persecuzioni.

Federica Marocchino

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