LA “PRIMA PAGINA” DELLO SCALPORE, LE PAROLE DELLO SCANDALO

IL RAZZISMO NEL CALCIO ALIMENTA DUBBI, MA SOPRATTUTTO TANTE POLEMICHE.

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Di razzismo purtroppo se ne sta parlando spesso, negli ultimi tempi, anche nel mondo del calcio. Passino, infatti, le effimere polemiche su quella decisione arbitrale o su quell’altro giocatore che non ha fatto la cosa giusta, ma quando alle porte della terza decade del XXI secolo si sente ancora la necessità di denunciare gli episodi di razzismo negli stadi, c’è, evidentemente, ancora un problema. Ed è inevitabile che questo fenomeno finisca con il coinvolgere la società, i mass media in genere, i ben pensanti e i moralisti di turno.

L’ultimo episodio riguarda l’espressione “Black Friday” (“Venerdì nero”) utilizzato da un quotidiano sportivo, “Il Corriere dello Sport”, in occasione dell’ultima partita di campionato disputata di venerdì tra Inter e Roma con l’accostamento a due calciatori di colore, tra i più forti e rappresentativi delle due squadre.

Il titolo in prima pagina ha scatenato un putiferio mediatico e dei provvedimenti da parte delle squadre chiamate in causa che hanno deciso di tenere fuori da Trigoria e Milanello i giornalisti della testata sopra citata fino alla fine dell’anno. Una scelta che ha trovato pronta la replica dell’Unione Stampa Sportiva Italiana (USSI) che ha ritenuto inaccettabile e discriminatorio questo provvedimento in quanto colpisce una testata giornalistica che non è razzista.

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Ed in effetti non sembrava ci fosse alcun riferimento razzista nel titolo. O per lo meno, come si può giudicare o tacciare di razzismo un giornalista o una testata giornalistica per un titolo che ha solo un evidente riferimento al famoso venerdì di sconti? E se è razzista questo titolo allora lo dovremmo essere un pò tutti, razzisti, quando invochiamo il Black Friday solo per usufruire di un po’ di sconti. In questo caso il razzismo non centra?

La questione, pertanto, parte da lontano. Ci siamo dimenticati com’era soprannominato l’ex cestista Kobe Bryant? Esatto, “Black Mamba”. Per chi non conoscesse questo termine, il mamba è un serpente verde africano. Oppure, altro esempio, uno dei soprannomi della leggenda pallonara Pelè: “Perla Nera”. Nessuno scandalo? In questi casi questi i soprannomi sono stati accettati da tutti senza alcun problema. Ma allora, perché ci si scandalizza per una frase che non nasce da sentimenti razzisti? Probabilmente, col senno di poi, si potrà parlare di un accostamento discutibile, forse evitabile. Tuttavia c’è qualcosa che non torna perché per la maggior parte dei lettori non c’è stato verso di vedere la questione sotto un’altra luce se non quella della condanna. Perché forse, per i più, condannare persone per un modo di dire – tra l’altro già utilizzato in altri ambiti - sembra il modo più semplice per combattere il razzismo. Si ha la sensazione, insomma, di utilizzare due pesi e due misure, di un’ipocrisia di fondo. E probabilmente si è ipocriti senza saperlo.

Certo questo titolo può aver provocato amarezza e risentimento nei confronti dei diretti interessati - e questo non può che dispiacere - ma il razzismo, quello vero e da combattere è ben altro.

(Foto da adnkronos.com - si ringrazia)

Francesco Bulzis

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