LA DONNA NEL MONDO ANTICO

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Scorrendo le pagine degli antichi scrittori troviamo evocata una figura femminile che, a seconda della sua appartenenza geografica e quindi culturale, è soggetta ad un diverso giudizio di ordine morale. Nelle società orientali e, per rimanere vicini geograficamente, in quella etrusca la donna è talmente emancipata da destare sospetti nei contemporanei. A fronte si presenta quella greca e romana casta e dedita ai lavori casalinghi. A ben leggere fra le righe e aiutandoci con l’evidenza archeologica molte di queste asserzioni vanno ridimensionate.

I pettegolezzi di Teopompo

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Tale scrittore, vissuto nel IV secolo a.C., artefice della cattiva fama di cui godettero le cittadine d’Etruria, era in realtà quello che può definirsi un pettegolo, maledicentissimus lo definirà Cornelio Nepote. Egli si accanisce contro i costumi lascivi delle etrusche seguito, nei suoi giudizi da illustri pensatori. Il suo tagliente e infondato giudizio, ridimensionato tempo dopo dal filosofo viaggiatore Posidonio d’Apamea, era in realtà dettato dall’astio che i greci ancora provavano per i Tirreni e la loro supremazia marittima, tra l’altro già tramontata nel V secolo a.C., che li aveva a dir poco impensieriti e per un lungo lasso di tempo. Comunque sia anche Aristotele disapprovò i loro comportamenti, messi alla berlina comicamente da Plauto. In realtà greci e romani non potevano concepire una donna che non fosse schiava di regole ferree da loro dettate. Dalle iscrizioni sepolcrali noi veniamo a conoscenza di un dato di non secondaria importanza. Nelle iscrizioni funerarie accanto al prenome del padre del defunto troviamo sempre indicato anche quello della madre, mentre nel mondo romano apparivano solo nome e prenome del padre. La donna etrusca usciva, partecipava ai banchetti e agli spettacoli, alle danze, ai giochi atletici. La vediamo indossare parrucche bionde nei conviti affrescati delle Tombe dei Leopardi, sdraiata carica di trucco nella Tomba dei giocolieri o del Triclinio, inclinare la kylix nell’atto di bere in molti altri documenti pittorici, sdraiata alla pari del suo consorte sul triclinio e magari intenta nel gioco del kottabos. La donna greca relegata nel gineceo non partecipava mai al banchetto, a meno che non si trattasse di un’etera, una categoria elevata di cortigiana, ma pur sempre dalla reputazione poco rispettabile. Le donne ateniesi e quelle greche si distinguevano dalle etrusche per un semplice e curioso dato sul quale val la pena di soffermarsi: stavano sedute. Se le ravvisiamo raffigurate nel marmo di qualche cimitero dell’Attica sono sedute ai piedi del letto maritale (nella doppia simbologia del banchetto terreno e di quello ultra terreno). Le romane oltre a disprezzare la kline del banchetto non bevevano vino, ma mulsum, ma nessun giudizio dovrebbe essere categorico se dobbiamo tenere fede alle invettive di Aristofane contro le donne d’Atene troppo ghiotte di vino o alle gozzoviglie delle donne romane descritte da Petronio, che avrebbero fatto impallidire qualunque etrusca disinibita.

La Lucrezia seduta

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Per comprendere appieno le diversità sopra enunciate dobbiamo affidarci ad uno storico, questa volta eccellente, Tito Livio. Nel capitolo LVII del libro primo egli descrive l’assedio di Gabii, avvenuto durante il regno di Tarquinio il Superbo. I giovani principi ingannano l’attesa discutendo, con loro è anche Tarquinio Collatino figlio di Egerio, e scommettendo sulla fedeltà delle loro spose. L’ozio è assai dannoso, l’inattività pesa, salgono dunque sui loro cavalli per constare di persona la condotta delle mogli. Collatino certo della sua è in qualche modo il motore della disputa, ignaro consegnerà con il suo accanimento la consorte alla violenza di Sesto Tarquinio. Ma questa è un’altra storia. Li vediamo cavalcare senza posa, la notte avvolge pesante la campagna immota, raggiungere Roma e poi Collatia è un gioco da ragazzi. Le principesse sono nel bel mezzo di un banchetto, Lucrezia no, lei nonostante l’ora fila nell’atrio con le ancelle, custodisce la casa durante l’assenza del marito-padrone. Sedentem. Non è sdraiata, è seduta. E fila. Pudica, lanifica, troviamo inciso sulle iscrizioni sepolcrali a sancire questa attività come la più attraente delle virtù. In una postura è celata la diversità e forse la grandezza delle donne tirreniche. Tuttavia già nel IV secolo a.C. nelle tombe dipinte tarquiniesi le donne non compariranno più sdraiate, ma sedute come una qualunque Claudia o Cornelia.Questo modo di concepire la virtù, in ambito romano, cambierà radicalmente già a partire dalla fine della repubblica per poi modificarsi sostanzialmente durante l’Impero.

cms_3147/foto_3_.jpgAltre conferme ci vengono da illustri figure femminili quali Tanaquilla principessa moglie di Tarquinio Prisco un’aristocratica andata sposa ad un uomo valente, ma di natali non illustri, essendo figlio di uno straniero, un greco di Corinto. Con queste premesse non può aspirare al rango che vorrebbe, ella decide perciò di abbandonare con il marito la città natale, Tarquinia, per una Roma ancora semideserta e rurale, dove, fra sconosciuti, crearsi una fortuna. Appena giunti saranno testimoni di un prodigio riguardante colui che un giorno sarà re. Lei saprà interpretarlo con la sua conoscenza delle arti divinatorie. Non solo sarà artefice del destino regale del marito, ma deciderà della sua successione, favorendo l’avvento al trono di Servio Tullio. Ancora in Tito Livio ci imbattiamo in una notizia estremamente importante che sembra rimandare ad un tempo in cui erano le donne a fare i re come in Egitto e a Creta. L’investitura di quello che sarà l’ultimo re di Roma, Tarquinio il Superbo fu opera di Tullia, figlia di Servio Tullio e Livio cercherà di minimizzare l’episodio, per lui ormai incomprensibile. Il racconto di Tito Livio da cui emerge una donna emancipata e consapevole è confermato dalle evidenze archeologiche: dai dipinti in cui vediamo la donna partecipare attivamente alla vita pubblica, dalle iscrizioni sepolcrali con il matronimico fino ai corredi deposti nelle tombe. Dall’apparato sontuoso della tomba Regolini Galassi di Caere (ca. 650 a.C.) noi apprendiamo che la principessa colà sepolta si chiamava Larthia ed il suo nome appare su molto del vasellame d’argento facendo ipotizzare una posizione di rilievo non solo nel sepolcro, ma nella vita cittadina. Lo stesso può arguirsi per la Vetusiadella tomba Bernardini a Preneste, anche se questa volta siamo in ambito latino. Ancora una donna spicca nell’ipogeo dei Vasi Greci (fine VI, inizi V a.C.) di Caere rispondente al nome di Culni (solo un altro nome compare nella stessa tomba, Ati, comunque femminile) ed è una straordinaria collezionista di vasi attici. Non solo ma dallo studio delle deposizioni presenti in altri sepolcri ( letto funebre o sarcofago) si è potuto arguire che il desiderio di preservare più a lungo il corpo femminile potesse rispondere alla sacralità di cui esso era investito. La figura più importante del pantheon etrusco era in effetti quella della Terra Madre (denominata variamente Hera, Giunone,Mater Matuta o Leucothea) e la defunta a questa in qualche modo assimilata viene considerata degna di venerazione. Le necropoli dunque, come tutto il resto della documentazione archeologica, almeno per i primi secoli ci restituiscono una società in cui la donna, colta, raffinata, libera e socialmente riconosciuta, riveste un ruolo di primo piano quale può esserlo stata una cretese dell’età minoica e che mai oserà ambire una romana. Altra esponente dell’aristocrazia etrusca fu Urgulania definita come amica di Livia moglie di Augusto persona gradita a corte ruolo che utilizzerà per sistemare i parenti. Fra questi la nipote Urgulanilla sposerà il futuro imperatore Claudio. Non è un dettaglio che questi divenuto un grande erudito scriverà una storia degli Etruschi in venti libri, frutto della ricerca in archivi altrimenti interdetti. Del resto se Mecenate, ministro di Augusto, poteva vantare nobili natali, era solo grazie all’ascendenza materna, un’etrusca di Arezzo, principessa della famiglia dei Cilnii che gli fruttò l’appellativo affettuoso, da parte di Augusto, di smeraldo dei Cilnii (Cilniorum smaragde).

La donna romana

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Per renderci conto della posizione che questa rivestiva nella società possiamo esaminare una delle più importanti istituzioni del mondo romano, il matrimonio, materia anche di diritto. In età più antica ella passava dal giogo del padre a quello del marito con la conventio in manum che poteva attuarsi in tre modi diversi: la confarreatio consistente nella divisione di una torta di farro, la coemptio, una vendita simulata, originariamente forse reale, della figlia al marito una sorta di vera e propria mancipatio come per gli schiavi e l’usus, convivenza di un anno necessaria per acquisire la manus, presto abbandonato. Tuttavia fu un altro tipo di vincolo matrimoniale quello sine manu, ad essere preferito dalla fine della repubblica in poi; la donna continuava ad appartenere alla famiglia d’origine, mantenendo perciò i propri diritti di successione. Ella era sottoposta ad un tutore, la cui figura man mano verrà svuotata di qualunque importanza. Tutto sommato il matrimonio sine manu era permeato da una certa libertà di scelta, pur non mancando esempi di matrimoni combinati. Tale realtà sarebbe apparsa inaccettabile ad esempio nella Grecia classica dove gli sposi si conoscevano solo il giorno del matrimonio. Nonostante tutto matrimoniale, seppur mascherata da una certa liberalità, si tratta di una figura femminile concepita alla stregua di un soggetto secondario che passa da una gestione all’altra. In linea di massima la donna romana godeva di una certa libertà, anche se non partecipava in alcun modo alla vita politica, mantenendo un’esistenza di secondo piano votata alla famiglia e alla casa. Se Marziale addita come portento una certa Claudia Rufina madre di tre figli, in un momento di poca fertilità delle romane, Giovenale deride pesantemente le donne che cercano di emulare gli uomini, in politica, come in letteratura, in giurisprudenza come negli esercizi ginnici. Plinio il Giovane al contrario sosterrà la sua giovane terza moglie Calpurnia dedita alle lettere, ma in genere le erudite dovettero suscitare una certa diffidenza. Un genere senz’altro più gradito fu quello delle eroine, di cui ci sono giunti circostanziati ritratti. E’ celebre il mesto volto di Paolina, la giovane moglie di Seneca che, recise le vene insieme al marito, fu costretta a sopravvivere, curate le ferite per volere di Nerone, al marito, o la splendida figura di Arria Maggiore, descritta in una mirabile lettera di Plinio il Giovane, fedele compagna del marito, il senatore Cecina Peto, fino alla morte decretata da Claudio. Scrittori e poeti indulgono nelle descrizioni di teneri e tenaci amori preferendo evidentemente un tipo di donna solida, mater e moglie, soprattutto non destabilizzante. Anche se leggendo l’Ovidio degli Amores o il Catullo di Lesbia ci appare abbagliante una donna diversa, sensuale e molto poco dedita al focolare. Che le cose non andassero poi tanto bene ce lo conferma il filosofo Musonio Rufo che rivendicò, durante i Flavi, l’uguaglianza morale e intellettuale fra i due sessi. Senz’altro la dignità e l’autonomia delle romane era di gran lunga superiore a quella delle donne greche schiave, anche se nate libere, nelle loro case, impossibilitate ad uscire se non per partecipare alle cerimonie religiose.

Etere e prostitute

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In una società come quella greca era senz’altro più conveniente diventare etere (cortigiane) a fianco di qualche famoso personaggio. A riprova di ciò le uniche donne menzionate dalle fonti sono proprio le concubine di uomini illustri (l’Aspasia di Pericle o la celebre Neera dell’arringa di Apollodoro). Unica eccezione nel panorama greco le donne spartane che prendevano parte, nude come gli uomini, agli esercizi fisici che, temprando il corpo, garantivano una discendenza sana, fine unico a cui erano votate. Godevano inoltre di una discreta libertà nel dedicarsi all’amore omosessuale, come narra Plutarco nella Vita di Licurgo. L’amore omosessuale non destava, nella Grecia antica, nessuno scalpore, era in qualche modo propedeutico a quello eterosessuale. Ritornando al tema dell’amore mercenario in Grecia accanto alle cortigiane illustri vi erano le prostitute di basso rango, spesso schiave acquistate dai protettori, che ricevevano per pochi oboli nel proprio bordello (ergasterion) dedicandosi nel tempo libero anche alle faccende domestiche. Solone legalizzò la questione decretando nel 594 a.C. che le tenutarie delle case chiuse corrispondessero una tassa allo Stato utilizzata per la costruzione di un tempio di Afrodite. Ed è proprio del rituale di quest’ultima dea l’esercizio della prostituzione sacra, praticato a Corinto, Pafo, a Cipro e sul monte Erice in Sicilia. Esso affonda le sue radici in Egitto e in Asia Minore legandosi ai riti per la fertilità. A Roma la prostituzione era regolata da leggi ben precise: i bordelli (lupanaria) potevano restare aperti solo la sera, dovevano localizzarsi fuori città, le prostitute dovevano essere registrate e non potevano mantenere il nome di famiglia. Alle volte donne rispettabili si divertirono a fare le meretrici e Lycisca era il nome di battaglia di Messalina che si sarà travestita per l’occasione essendo costrette ad indossare vesti speciali rinunciando alle bende con cui le romane solitamente acconciavano i loro capelli. Anche Caligola, come Solone, introdurrà una tassa sulla prostituzione. Comunque sia la vendita dei corpi era ben tollerata considerandosi più sano l’accoppiamento con la prostituta piuttosto che con donne sposate. L’adulterio era severamente punito (ma le pene erano più severe per la donna!) ed oggetto di una severa legge promulgata da Augusto e ratificata da Domiziano.

La toilette quotidiana

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Ma la cura particolareggiata di viso e corpo non fu solo appannaggio delle lupe (prostitute). Anche le romane più virtuose vi si dedicavano senza posa disponendo di notevole tempo libero, frutto della loro esclusione dalle attività pubbliche. Innanzi tutto c’è da dire che la matrona si coricava con la biancheria intima (perizoma, fascia per il seno, guaina, tunica) spesso, facendo disperare il partner, coprendosi con un mantello necessario a scongiurare il rigore di ambienti sprovvisti di riscaldamento. Al mattino poggiati i piedi sul toral (scendiletto) lavatasi appena, indossava sugli indumenti notturni (indumenta) le vesti esterne prescelte (amictus), non senza prima dedicarsi all’operazione più complessa: l’acconciatura dei capelli. A tal fine era necessario servirsi delle pettinatrici (ornatrices) indispensabili per la costruzione di quelle che erano vere e proprie architetture. Giovenale descrive una patita di capigliature elaborate, che vista di fronte pare un’Andromaca, mentre vista da dietro è piccina piccina. Le sedute necessarie per stipare sulla testa trecce, parrucche e quant’altro erano lunghissime e spesso le matrone, non soddisfatte del risultato, potevano diventare davvero brutali. Ancora una volta è la penna di Marziale a rendere il quadretto domestico. Dopo un’interminabile seduta a montare riccioli, la padrona insoddisfatta colpisce a morte Plecusa la trecciaiola. Quello che si dice gli incerti del mestiere! Le parrucche erano schiarite con sapo di Magonza o se il colore prediletto era il nero corvino venivano utilizzati posticci di capelli veri importati dall’India. Probabilmente questo fu il colore prediletto dalle donne romane, tant’è che i capelli indici, massicciamente richiesti, furono tra le merci soggette a dogana. Le povere ornatrici non solo erano addette alle capigliature, ma avevano anche l’onere di depilare la padrona e truccarla: gesso e biacca sulla fronte, rosso (ottenuto con ocra o con la feccia del vino) sui pomelli e sulle labbra, nero (fuliggine o polvere di antimonio) sulle ciglia e intorno agli occhi. Le polveri e le creme per il maquillage erano contenute in vasetti di varie dimensioni, per lo più in coccio, vetro o alabastro, che componevano l’armamentario chiuso a chiave nella camera da letto. Quello che potremo definire un moderno beauty-case (capsa, alabastrotheca) all’occorenza portatile, spesso di materiale prezioso come l’argento, che seguiva la matrona al bagno pomeridiano delle terme cittadine, a meno che non fosse tanto agiata da possedere un balneum privato (cosa assai rara). In pratica passava molto del suo tempo a rifarsi il trucco, senza dimenticare la pulizia dei denti che, come Messalina, sfregava con polvere di corno. Esaurita l’operazione del trucco si passava alla scelta dei vestiti, la cui linea piuttosto essenziale (tunica e mantello come per gli uomini) era resa ricercata dalla scelta di stoffe e colori. Cotone indiano, bisso asiatico e soprattutto la seta, giunta attraverso le carovaniere che da Issidon Scythica (Kashgar) arrivavano al Mar Nero o attraverso la Persia, lungo il percorso del Tigri e dell’Eufrate, fino al Golfo Persico o ancora utilizzando imbarcazioni che utilizzando il fiume Indo giungevano poi per nave ai porti egiziani del Mar Rosso. Tali tessuti amati per i colori e il loro cangiantismo erano spesso manipolati da abili tintori che ne caricavano il colore o li alteravano utilizzando una infinita varietà di coloranti vegetali, animali e minerali. Chissà che effetto maestoso doveva provocare la palla (mantello) nera di Iside con i suoi ricami scintillanti quando appare in Apuleio! Altri accessori potevano essere un fazzoletto annodato attorno al collo, una mappa legata al polso per pulire il viso dalla polvere (moltissima nelle strade d’allora) e dal sudore (e forse chissà usata per soffiarsi il naso), un flabellum (ventaglio) di piume di pavone e un ombrello dagli allegri colori per ripararsi dal sole, che non potendosi chiudere veniva lasciato a casa durante le giornate ventose. L’aria doveva essere carica di odori che oggi disgusterebbero il nostro olfatto la cui percezione, nell’aria non inquinata, doveva essere lancinante. Per ovviare a ciò ed anche per la raffinatezza di molte vi era un largo uso del profumo che per la sua stessa derivazione etimologica (pro fumo tribuere) inizialmente era solo combustione di legni odorosi in onore della divinità. Dall’uso sacrale si arrivò, soprattutto con il fiorire dei commerci con territori lontani, a farne un uso ossessivo: bicchieri, triclini, l’olio delle lucerne, l’acqua per i lavaggi, le vesti, le pareti delle case, le statue, i cavalli, addirittura l’impasto di alcuni vasi, tutto era permeato di essenze. Nei circhi e negli anfiteatri tenevano lontani odori nauseanti e petali di rose cadevano sui commensali da soffitti semoventi. Né va dimenticato che non esisteva il sapone come lo concepiamo oggi, la pulizia era ottenuta con lo struthium (estratto dalla saponaria), l’aphronitrum (soda), la pumex (pomice), prodotti dunque aggressivi da abbinare ad oli ed essenze reidratanti.

Giovanna Arciprete

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