LEGGERE PER ESPLORARE L’IGNOTO

Intervista a Martin Rua, autore di thriller esoterici

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Fascino esoterico partenopeo e trame incalzanti: sono questi gli ingredienti della scrittura di Martin Rua. Attraverso i suoi libri, lo scrittore napoletano, classe 1976, porta i lettori alla scoperta di mondi sotterranei, misteriosi, luoghi esoterici che sembrano separati dal tutto, ma che, in realtà, vivono tuttora un profondo connubio con il presente. Lui si definisce un “narratore”, e allora lasciamo che sia lui stesso a narrarci le origini della sua scrittura nell’intervista che segue.

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Ciao Martin, innanzitutto ti ringrazio per averci concesso un po’ del tuo tempo. Com’è nata la tua passione per la scrittura? Hai ricordi o aneddoti particolari legati a essa?

La mia vena poetica ha origini antiche. Nel senso che fin da piccolo mi sono dilettato a scrivere, all’inizio soprattutto poesie. Ne ho riempito interi quaderni, rimasti ovviamente in un cassetto. Poi un’estate – avevo 18 anni – ho scritto un romanzo breve di fantascienza, ispirato al mondo dispotico di Terminator. E poi, finalmente, nel 2007 è nata la versione embrionale del mio primo protagonista, Lorenzo Aragona.

Di cosa parla il tuo ultimo libro?

cms_9755/2.jpg“L’ultimo libro del veggente” è il capitolo conclusivo della Prophetiae Saga, incentrata attorno alla figura di un erede di Nostradamus. Nel corso dei tre libri il protagonista – Gabriel Nostradamus – mette a disposizione dei servizi segreti francese le capacità precognitive ereditate dal suo illustre avo. L’obiettivo è sventare minacce terroristiche interne ed esterne alla Francia. Nell’ultimo capitolo, lui e i suoi colleghi dovranno fermare un potente computer quantistico che sembra misteriosamente alimentato da una fonte di natura mistica ed esoterica: sette gemme gnostiche.

Che rapporto hai con Napoli e come si fonde con la tua passione per la scrittura?

Napoli è stato lo sfondo per la mia prima trilogia – La Parthenope Trilogy – ma l’ho anche descritta nel saggio che ho pubblicato, sempre per Newton Compton, suoi suoi misteri. È una città che offre infiniti spunti a chi voglia cimentarsi con un genere di romanzi che strizzi l’occhio a esoterismo e mistero. Impossibile non rimanerne affascinati.

A quale genere o autori ti ispiri maggiormente?

A molti, per la verità. James Rollins e la sua Sigma hanno ispirato i personaggi della mia ultima saga, ma apprezzo anche Steve Berry, il primo Glenn Cooper, il sempre presente Dan Brown (ma in misura minore), Preston & Child. Fonte d’ispirazione sono anche nostri autori, valentissimi scrittori come G.L. Barone o Fabio Delizzos, che ho anche l’onore di conoscere personalmente.

Come giudichi la situazione dell’editoria italiana?

L’editoria va bene, anche troppo: siamo inondanti da migliaia di nuovi testi ogni settimana. Sono i lettori che vanno male. Sono diventati merce rara. Bisognerebbe trovare un modo per avvicinarli di più alla lettura. Dalla mia modesta esperienza ho capito che alcuni sono addirittura terrorizzati dai libri, dal fatto di acquistarne uno o leggerlo.

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Cosa ti sentiresti di consigliare a chi ha la tua stessa passione?

Di fare le cose per bene e senza fretta. Ho letto tanti, troppi manoscritti di scrittori in erba che avrebbero meritato di finire direttamente nella spazzatura. Lo dico in maniera aggressiva e senza peli sulla lingua, perché non è il caso di girarci intorno. Io non ho alcuna autorità per valutare dei testi, non sono un editor. Sono un narratore (scrittore è una definizione troppo alta, nella quale ancora non mi riconosco), certo, ma sono soprattutto un lettore. E da lettore ti dico che la maggior parte degli inediti che ho letto – inviatimi da speranzosi autori non ancora pubblicati – sono opere raffazzonate e insulse. Bisogna essere prima di tutto rigorosi nel comporre una trama verosimile, che prenda sin dalle prime pagine: sono le pagine determinanti per far interessare prima di tutto un editore. Poi la lingua: non si può accettare che nel XXI secolo si usi una lingua che non avremmo usato neanche nell’Ottocento, solo perché così sembriamo più colti. Via, sfrondare, semplificare e sintetizzare! Ultima cosa: non avere fretta di pubblicare. MAI, MAI E POI MAI affidarsi a editori a pagamento: significa avere la certezza di non vedere il proprio libro nelle librerie. L’editore a pagamento non è un editore, è uno stampatore che si fa pagare le copie che stampa dall’autore stesso. Una presa in giro. Molto meglio tentare la sorte con l’autopubblicazione a quel punto, ma sempre dopo aver curato il testo nella maniera ottimale.

Quali sono i tuoi prossimi appuntamenti in cui incontrerai i lettori?

Ho appena terminato un mini-tour di presentazioni per il mio ultimo libro e per ora non ho altre date. Sono impegnato più che altro a scrivere. Cosa, però, non posso dirlo. È un piccolo segreto.

Francesco Ambrosio

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