La “scorta della discordia”

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Quando nel 2006 Roberto Saviano pubblicò “Gomorra. Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra”,denunciando con forza il famigerato clan dei Casalesi, ricevette numerose minacce di morte da tutti coloro che si sentirono tirati in ballo dalle esplicite accuse scritte nero su bianco nel libro.

A ragione, dunque, si pensò di assegnargli la scorta di Stato, affinché non vi fosse una triste replica degli episodi già noti alle cronache, quali l’omicidio di Pippo Fava e Peppino Impastato, giornalisti coraggiosi entrambi uccisi per mano della criminalità organizzata. Dal 2006 Saviano vive protetto, in località segrete, percorrendo itinerari mai resi noti in anticipo. In tutto questo è accompagnato da quelli che egli stesso definisce “i suoi angeli”, ovvero i carabinieri che lo scortano 24 ore su 24.

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Che Saviano abbia preso una ben precisa posizione riguardo la politica interna del ministro e vice premier leghista Matteo Salvini, è cosa nota; che l’abbia definita di destra (ai limiti del fascismo, come testimonia l’approvazione dei suoi provvedimenti in ambito di accoglienza da parte degli esponenti di Forza Nuova), altrettanto scontato.

Poiché nel nostro Paese vige ancora il principio di democrazia, ognuno dovrebbe poter esprimere la sua opinione. Ciò nonostante, Salvini, sentitosi “urtato” dalle esternazioni di Saviano, ha paventato una valutazione sull’opportunità di togliere allo scrittore napoletano la scorta, ritenendola improvvisamente ed inspiegabilmente inutile.

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Ciò di cui l’Italia avrebbe realmente bisogno ha a che vedere più con le realtà denunciate dallo scrittore partenopeo che con il “privilegio”, se così possiamo definirlo, di salvaguardare un’esistenza vissuta in funzione del bene comune e dei sacrosanti principi di libertà e verità. La scorta, dolorosa rinuncia alla sua libertà personale, è il prezzo che Saviano paga quotidianamente per aver offerto al Paese rivelazioni che potrebbero condurre all’annientamento, almeno parziale, della criminalità organizzata. E noi siamo ben contenti di “risarcirlo” di tasca nostra.

Lucia D’Amore

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