La Thailandia dichiara guerra al Polo con gli elefanti

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È alquanto singolare vedere che al mondo esiste un torneo di beneficenza nato per raccogliere fondi in favore degli animali, e che finisce con l’essere chiuso in quanto… promuove la violenza sugli animali. È singolare, per l’appunto, ma a quanto pare non così inverosimile.

Nella mattinata di venerdì, la Thailandia ha annunciato che nel 2019 non si svolgerà la King’s cup, uno dei più prestigiosi tornei al mondo di polo con gli elefanti. La ragione? Un’inchiesta dell’organizzazione animalista Peta avrebbe rivelato che per domare i maestosi quadrupedi verrebbero utilizzate tecniche barbare e selvagge: gli elefanti verrebbero ripetutamente colpiti con ganci di metallo sulle orecchie, la parte più sensibile del loro corpo. Inoltre, gli esemplari più “indisciplinati” rimarrebbero spesso incatenati o immersi in pozze d’acqua per diversi giorni o addirittura per settimane.

Le accuse sono state documentate attraverso filmati e fotografie raccolte da un anonimo reporter, appositamente stanziatosi in un hotel poco distante dalla sede dei controversi allenamenti.

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Nato per ottenere fondi sufficienti alla tutela degli animali e delle specie a rischio, la natura filantropica della King’s cup ha fatto sì che per svolgersi essa necessitasse ogni anno di ingenti e generose sponsorizzazioni. In seguito al recente scandalo però, molti dei prestigiosi brand che in questi anni hanno consentito al torneo di ottenere lustro e visibilità (Campari group, Ibm, Ecolab) hanno ritirato il proprio sovvenzionamento, costringendo di fatto le autorità di Bangkok a sospendere l’evento. In verità, la King’s cup è una manifestazione atipica ed ogni anno viene ospitata da tre sedi differenti: la Thailandia, lo Sri Lanka e il Nepal. Se il primo Paese, come detto, ha già dichiarato di voler annullare la manifestazione per i prossimi anni, non è affatto scontato che le altre due nazioni siano disposte a fare lo stesso. Il polo sugli elefanti è da sempre una disciplina di rara importanza per la cultura popolare degli stati asiatici: se da un lato, infatti, per il costo intrinseco dell’acquisto e del mantenimento degli elefanti questo sport risulta essere riservato solamente alle classi sociali più benestanti, al tempo stesso esso rappresenta un’opportunità per organizzare manifestazioni uniche e folkloristiche.

Bisogna sottolineare che il polo sugli elefanti in Siam è ben differente rispetto a quello europeo. Gli elefanti sono infatti rigorosamente nati e cresciuti presso allevamenti zoologici del posto, il più famoso dei quali a Payatta, nella Thailandia orientale. Il mahout, l’uomo incaricato di guidare l’elefante, per un’antica tradizione dev’essere rigorosamente scalzo mentre durante l’intervallo. Inoltre, lungo il terreno di gioco fanno la propria comparsa monaci buddhisti con i propri caratteristici abiti arancioni, accompagnati da ballerini imbellettati intenti ad eseguire danze legate alla tradizione locale.

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Com’è facile intuire, la sospensione di tale torneo comporta pertanto un grave danno non solo per gli appassionati di questo sport, ma soprattutto per la popolazione locale, la quale si ritrova a perdere un’importante occasione di aggregazione e di svago. Al tempo stesso, non soltanto bisogna considerare che promuovere un torneo basato sullo sfruttamento degli animali arrecherebbe un’indiscutibile danno d’immagine al governo thailandese ma, soprattutto, il brutale trattamento riservato agli elefanti rischia di aumentare il pericolo che possano verificarsi sgradevoli incidenti: non più tardi di undici anni fa durante un incontro, un elefante, probabilmente stressato dai metodi di allenamento, è andato su tutte le furie ferendo gravemente due giocatori e distruggendo il minibus della nazionale di polo spagnola.

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Ebbene, tutti questi fattori non potevano più essere ignorati, da qui la dolorosa ma immancabile decisione di sospendere l’evento nonché la soddisfazione del mondo animalista per la vittoria ottenuta. “Nessuno con sensibilità e compassione vuole che gli elefanti vengano costretti a giocare a polo, a fare giri inutili o a compiere stupidi giochi (…) La nostra associazione è contenta che questo spettacolo pieno di abusi sia ormai una storia passata, e ci impegniamo a far sparire anche tutte le altre acrobazie che sfruttano gli animali” ha commentato orgogliosamente Ingrid Newkirk, presidente di Peta e, ovviamente, attivista per i diritti degli elefanti.

Gianmatteo Ercolino

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