La crescita del deflatore dei prezzi nei Paesi europei

L’inflazione è sconfitta, ma con essa anche la lotta alla disoccupazione è perduta

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L’Eurostat calcola l’andamento del deflatore dei prezzi, ovvero di una variabile assimilabile all’inflazione/deflazione. Il deflatore dei prezzi al consumo è riferito ad un anno base. Nei dati analizzati di seguito il deflatore del PIL è riferito all’anno base 2010. I dati possono essere posti in un ranking con riferimento all’esercizio 2018 per verificare l’andamento dei vari paesi rispetto al 2010. I paesi analizzati sono 34. I primi tre posti della classifica sono occupati da Serbia, con un valore del deflatore dei prezzi pari un valore di 135,94, Romania con un valore del deflatore dei prezzi pari a 122,71 e Estonia con un valore del deflatore dei prezzi pari a 122,46. A metà classifica ci sono Slovacchia con un valore dell’indice dei prezzi pari a 112,19, Paesi Bassi con un valore pari a 111,71 e Repubblica Ceca con un valore pari a 111,03. Chiudono la classifica: Cipro con un valore di 103,39, la Svizzera con un valore di 97,69 e la Grecia con un valore del deflatore dei prezzi pari a 97,50.

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Di seguito si procede all’analisi del deflatore dei prezzi al consumo per l’Italia, la Francia e la Germania.

Italia. L’andamento del deflatore dei prezzi nel 2011 è stato pari a 102,9 in Italia ovvero in crescita di 2,9 unità assolute e percentuali rispetto all’anno base del 2010. Nel passaggio tra il 2011 e il 2012 il valore del deflatore dei prezzi è cresciuto da un valore pari a 102,90 fino ad un valore pari a 105,7 ovvero una crescita pari a 2,80 unità in valore assoluto e pari a 2,72%. Tra il 2012 e il 2013 i valore del deflatore dei prezzi è cresciuto ulteriormente da un valore pari a 105,7 fino ad un valore pari a 106,9 ovvero una crescita pari ad un valore di 1,26 unità in valore assoluto e pari ad un valore di 1,19 in valore percentuale. Tra il 2013 e il 2014 il valore del deflatore è cresciuto da 106,9 unità fino ad un valore pari a 107,2 unità ovvero una crescita pari ad un valore di 0,28 unità in valore assoluto pari allo 0,26%. Tra il 2014 e il 2015 il valore del deflatore dei prezzi è cresciuto ulteriormente da un valore pari a 107,2 fino ad un valore pari a 107,46 ovvero una crescita pari ad un valore di 0,22 unità in valore assoluto pari ad un valore di 0,21 in valore percentuale. Tra il 2015 e il 2016 il valore del deflatore del PIL è cresciuto da un ammontare pari a 107,46 fino ad un valore pari a 107,62 ovvero una crescita pari a 0,16 unità in valore assoluto e pari ad un valore di 0,15 in valore percentuale. Tra il 2016 e il 2017 il valore del deflatore dei prezzi è cresciuto da un valore pari a 107,62 unità fino ad un valore pari a 108,86 unità ovvero una crescita pari a 1,24 in valore assoluto e pari a 1,15 in valore percentuale. Nel passaggio tra il 2017 e il 2018 il valore del deflatore dei prezzi è cresciuto da un valore pari a 108,86 fino ad un valore di 110,21 ovvero una crescita pari ad un ammontare di 1,35 unità in valore assoluto e pari a 1,24 in valore percentuale. Complessivamente nel periodo considerato, il deflatore dei prezzi, come misura dell’inflazione è cresciuto di 10,21 unità tra il 2010 e il 2017.

Francia. Il valore del deflatore dei prezzi al consumo è cresciuto di 1,83 unità tra il 2010 e il 2011. Tra il 2011 e il 2012 il valore del deflatore dei prezzi al consumo è cresciuto da 101,83 unità fino ad un valore pari a 103,28 unità ovvero una variazione pari ad un valore di 1,45 unità in valore assoluto e pari ad un ammontare di 1,42 in valore percentuale. Tra il 2012 e il 2013 il valore del deflatore dei prezzi al consumo è cresciuto da un ammontare pari a 103,28 unità fino ad un ammontare pari a 103,99 unità ovvero una crescita pari a 0,72 unità in valore assoluto e pari a 0,70 unità in valore percentuale. Tra il 2013 e il 2014 il valore del deflatore del PIL in Francia è cresciuto da 103,99 unità fino ad un valore pari a 104,12 unità ovvero una crescita pari a 0,13 unità in valore assoluto e pari a 0,12 unità in valore percentuale. Tra il 2014 e il 2015 il valore de deflatore dei prezzi al consumo in Francia è cresciuto ulteriormente da un valore pari a 104,12 fino ad un valore pari a 104,42 ovvero una crescita pari a 0,30 unità in valore assoluto e pari ad un valore di 0,29 in valore percentuale. Tra il 2015 e il 2016 il valore del deflatore dei prezzi al consumo in Francia è passato da un valore di 104,42 unità fino ad un valore pari a 104,40 unità ovvero una riduzione di -0,02 unità in valore assoluto e pari a -0,01 unità in valore percentuale. Tra il 2016 e il 2017 il valore del deflatore dei prezzi al consumo è cresciuto da un ammontare pari a 104,40 fino ad un valore pari a 105,32 ovvero una crescita pari a 0,92 unità pari ad un valore di 0,88 unità in valore percentuale. Tra il 2017 e il 2018 il valore del deflatore dei prezzi al consumo in Francia è cresciuto da un ammontare pari a 105,32 fino ad un ammontare pari a 106,99 ovvero una variazione pari ad un valore di 1,67 unità in valore assoluto e pari ad una variazione di 1,59 in valore percentuale

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Germania. Il valore del deflatore dei prezzi al consumo in Germania è aumentato nel periodo considerato. Nel 2011 il valore del deflatore dei prezzi è stato pari ad un ammontare di 102,03 unità, tra il 2011 e il 2012 il valore del deflatore dei prezzi è passato da un valore pari a 102,03 fino ad un valore pari a 103,54 ovvero una crescita di 1,51 unità in valore assoluto e di 1,48 unità in valore percentuale. Nel passaggio tra il 2012 e il 2013 il valore del deflatore dei prezzi al consumo in Germania è cresciuto da un valore pari a 103,54 unità fino ad un valore pari a 104,61 unità ovvero una variazione pari ad un valore di 1,07 unità in valore assoluto e pari ad un valore di 1,04 in valore percentuale. Tra il 2013 e il 2014 il valore del deflatore dei prezzi al consumo risulta essere aumentato da un valore pari a 104,61 unità fino ad un valore pari a 105,59 unità ovvero una variazione pari ad un ammontare di 0,97 unità in valore assoluto e pari ad un valore di 0,93 unità i valore percentuale. Tra il 2014 e il 2015 il valore del deflatore dei prezzi al consumo è aumentato da un valore pari a 105,59 unità fino ad un valore pari a 106,23 unità ovvero una crescita pari ad un valore di 0,65 unità in valore assoluto e pari ad un valore di 0,61 unità in valore percentuale. Tra il 2015 e il 2016 il valore del deflatore dei prezzi al consumo è cresciuto da un ammontare pari a 106,32 unità fino ad un valore pari a 106,89 ovvero una crescita pari ad un ammontare in valore assoluto di 0,66 unità ed in valore percentuale pari a 0,62 unità. Tra il 2016 e il 2017 il valore del deflatore dei prezzi al consumo è cresciuto da 106,89 unità fino ad un valore di 108,70 unità ovvero una crescita pari a 1,81 unità in valore assoluto e pari a 1,69 unità in valore percentuale. Tra il 2017 e il 2018 il valore del deflatore dei prezzi al consumo è cresciuto da 108,70 unità fino ad un valore di 110,40 unità ovvero una crescita pari ad un valore assoluto di 1,70 in valore assoluto e pari a 1,56 in valore percentuale.

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Conclusioni. Il deflatore dei prezzi al consumo risulta essere una misura del valore dell’inflazione. Tuttavia si tratta di una misura dell’inflazione legata ad un certo anno base, ovvero al 2010. La crescita dell’inflazione moderata può essere considerata come un elemento di vantaggio soprattutto nel prosieguo di una crisi finanziaria, in quanto la crescita dell’inflazione è in genere associata alla crescita dell’occupazione. Tuttavia, il rapporto tra occupazione ed inflazione è stato rotto dal processo che ha reso indipendenti le Banche Centrali, le quali hanno iniziato ad occuparsi esclusivamente dell’inflazione senza avere alcuna attenzione per il tasso di disoccupazione. Occorre anche considerare che la quarta rivoluzione industriale potrebbe in ogni caso ridurre il livello di occupati necessari per garantire la piena occupazione, ovvero potrebbe fare crescere il valore assoluto e percentuale della disoccupazione naturale. La tecnologia in effetti consente di produrre anche nella riduzione del numero degli occupati; per questo si paventa da più parti la nascita di una “useless class”, ovvero di una classe di persone che non potranno essere impiegate nel sistema produttivo per mancanza di opportunità.

L’orientamento a mantenere bassa l’inflazione diviene allora ancora più rilevante nel tentativo di stimolare gli investimenti nella tecnologia, la quale a sua volta aumenta la disoccupazione. La quarta rivoluzione industriale potrebbe quindi comportare il fenomeno della disoccupazione di massa della popolazione aggravato dall’inurbamento. Occorre pertanto ridisegnare il ruolo delle banche centrali per fare in modo che anch’esse, in quanto produttive e tutrici di quel particolarissimo bene pubblico che è la stabilità finanziaria, siano in grado di partecipare attivamente alla riduzione delle masse degli inoccupati, a combattere l’insorgenza della “classe inutile”, per fare in modo che inflazione e disoccupazione tornino ad essere una relazione fondamentale nel processo di crescita economica.

Angelo Leogrande

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