La crisi del mattone

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Si è sempre detto che il “mattone” è il rifugio più sicuro dei propri risparmi, nonché il desiderio di maggior rilievo degli italiani. Verità questa che trova riscontro in Italia nell’alta percentuale di proprietari di case, circa 80%, che neppure Paesi più ricchi di noi, come la Germania, possono vantare. Senza contare il mercato delle seconde case, ritenuto un sicuro investimento per molti, e per questo, rimasto florido fino a qualche anno fa.

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Con il tempo le cose sono cambiate per esigenze varie conseguenti alle dinamiche di mercato e a nuovi fenomeni sociali. Chi disponeva di un immobile di piccole dimensioni lo negoziava con chi possedeva uno più grande e viceversa in presenza, per esempio, delle variazioni avvenute nel nucleo familiare: famiglia ristretta, allargata, single. Questa inversione di tendenza, unita alla fisiologica aspirazione di costituzione di nuovi nuclei familiari, con nuovi acquisti immobiliari, hanno tenuto in piedi un settore, rivelatosi per molti decenni il vero volano dell’intera economia nazionale.

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A partire dal 2008, con la bolla finanziaria che ha prodotto una crisi di portata mondiale e travolto le economie più deboli, c’è stato un forte rallentamento delle compravendite immobiliari che di riflesso ha influito negativamente sulla stabilità economica del nostro Paese, già in affanno per mancati interventi strutturali e in ritardo con le direttive europee. Sin dall’introduzione dell’Euro l’Italia, impreparata ad adottarlo, è rimasta in balia di un mercato immobiliare impazzito, i cui prezzi in poco tempo, sono diventati stratosferici, a tal punto da renderlo inavvicinabile ad una larga fascia sociale, che non ha potuto tra l’altro più accedere a tutte quelle forme creditizie che il sistema bancario, nel frattempo, ha ristretto notevolmente. La drastica contrazione di tutte le operazioni del settore immobiliare e del suo indotto, derivano in gran parte dalle motivazioni su esposte.

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Si può cosi ben comprendere, ora, l’effetto devastante sotto l’aspetto economico e sociale del Paese: chiusura di molte piccole e medie aziende, di attività artigianali, commerciali, professionali e, perdita di posti di lavoro. Una vera emergenza nazionale destinata ad essere affrontata solo con radicali ed intelligenti interventi riformistici in materia di politica economica e sociale. Cosi non è stato, nonostante il susseguirsi in pochi anni di formazioni governative diverse, sempre nella speranza di rimettere il vascello Italia in condizione di navigare.

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Le accuse più fondate sono rivolte all’incapacità dei diversi nocchieri, chiamati a raddrizzare il vascello Italia e, risultati alla prova dei fatti inconcludenti; oltre al loro peccato comune di aver commesso il madornale errore di usare la solita ricetta del prelievo fiscale sugli immobili, magari con il solo distinguo di aver adottato una diversa nomenclatura( ICI, IMU, TARI, TASI, ICU,..) e di gareggiare sulla sempre maggiore consistenza del prelievo impositivo, nella convinzione che fosse l’unico modo possibile per risanare i conti pubblici e rispettare il patto di stabilità imposto dall’ Unione Europea.

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Oggi rimane l’auspicio che la crisi prima o poi debba volgere al termine, stando alla logica dei corsi e ricorsi storici. Nell’attesa che questo avvenga il più presto possibile, speriamo pure che i nostri politici rottamatori di nuova generazione non facciano gli stessi errori dei loro predecessori.

Antonio Iasillo

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