La pazienza sta finendo

Gli italiani si fidano sempre meno di Facebook

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Sembra che qualcosa stia cominciando a cambiare nell’iniziale rapporto idilliaco tra gli italiani e Facebook. Scandali, profilazioni illegali, crescita esponenziale di fake news, il social più abitato al mondo con oltre due miliardi di utenti oggi appare un po’ appannato agli occhi dei suoi stessi utenti. Aver consegnato le proprie vite e i propri dati troppo repentinamente e con un entusiasmo messianico agli ingegneri della Silicon Valley, sta suscitando non qualche perplessità, in particolar modo nell’utenza italiana. Si prenda per esempio il tema delle bufale, o fake news. Il vero dramma, a seconda della prospettiva a medio o lungo termine degli effetti sull’opinione pubblica, risiede in una germinazione non solo di notizie prive di fondamento, ma di cattive notizie, bad news, il carburante di una macchina e di una struttura tecnologica in grado di sfruttare fino in fondo la nostra debolezza nella difesa della nostra privacy e nel contempo fomentare la fascinazione di perverse e morbose curiosità.

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Facebook pecca sì nel non essere capace di difendere i dati dei propri utenti, ma d’altro canto anche noi siamo colpevoli di aver smesso di considerare la privacy come un valore da difendere, e di aver trasformato le nostre vite in prodotti da immettere nel mercato globale. In altri termini siamo noi a dare ospitalità nelle nostre vite e a considerare vero o verosimile ciò che più corrisponde a sentimenti negativi, perché gli scandali, le gogne mediatiche, il moto perpetuo della macchina del fango di “savianiana” memoria è ciò che di meglio può venir associato a un clima di odio generalizzato e propagandato da governi, politici, opinion leader e… algoritmi. Il tempo della reazione a uno stato di cose in cui i più elementari sentimenti democratici e di convivenza civile stanno lasciando il posto al rancore e ai populismi digitali e non, sembra stia maturando, grazie alla (tarda) consapevolezza di cittadini/utenti finalmente maggiormente sensibili a un ordine delle cose più razionale e attenta ai valori comuni. In tempo di crisi e di default finanziario la storia ci insegna che si è portati a correre verso i cosiddetti beni rifugio, investimenti atti a conservare il proprio valore nonostante il crollo economico. Ciò sta accadendo, almeno a sentire le parole dell’ultimo Rapporto Censis sulla Comunicazione, nel mondo dei media, in particolar modo verso un ritorno dell’ascolto e della radio.

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L’altra notizia, quella più clamorosa, però è che quella che appariva una corsa inarrestabile per il controllo delle vite di miliardi di persone sta conoscendo ora una brusca frenata. Facebook infatti perde il 9,1% di utenti che usano il social come mezzo di informazione. Il calo di fiducia colpisce anche i motori di ricerca (Google perde il 7,8%), le piattaforme di condivisione video (YouTube perde il 5,3%) e altri social network (Twitter giù del 3%). Il cambiamento nelle abitudini e nella dieta mediatica degli italiani in tema di informazione è importante, e ristabilisce le antiche gerarchie delle fonti, gerarchie in cui continuano a presenziare i telegiornali con un guadagno fiduciario del pubblico del 4,4%. I mezzi di informazione più affidabili tornano a essere i cari old media: il primo è la radio, ritenuta affidabile da quasi il 70% delle persone, poco più della televisione e della carta stampata e ben il doppio dei social network.

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I dati della ricerca Censis assumono un senso alla luce se messi a confronto con le ultime vicende legate a un modus operandi delle piattaforme digitali a dir poco e piuttosto presuntuoso a cui gli utenti italiani stanno adesso opponendo una reazione a fronte di abusi perpetrati alla loro formazione di cittadini consapevoli. Forse non è ancora tardi per richiedere e ottenere aiuto dagli operatori del settore, i giornalisti di carta stampata e radiotelevisivi, affinché giunga da loro la giusta e corretta informazione frutto di professionalità e di esperienza. Che sia la volta buona per tutti, pubblico e giornalisti, per tornare nell’alveo sicuro e civile dell’opinione pubblica critica e ben informata?

Andrea Alessandrino

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