Lussemburgo: addio al Granduca Giovanni

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Nel 1944 l’Irish Guards, reggimento fiore all’occhiello della fanteria britannica, partecipava con il proprio consueto coraggio e l’altrettanto consueta disciplina a quello che sarebbe passato alla storia come “lo sbarco in Normandia”. La stragrande maggioranza dei propri soldati erano cittadini arruolati tra Belfast, Derry e tutte le altre principali città nordirlandesi, eppure fra le tante giovani reclute ce n’era una diversa dalle altre: non proveniva dall’Irlanda ma da un piccolo Paesino dell’Europa continentale, il Lussemburgo. Esattamente come gli altri indossava un copricapo di pelliccia con un tradizionale pennacchio azzurro accesso (o “blu San Patrizio”, come direbbero gli irlandesi più ortodossi). Ma rispetto ai suoi compagni aveva una particolarità tutt’altro che trascurabile: si chiamava Jean Beniot del Lussemburgo, ed era l’erede al trono del suo Paese.

cms_12592/2.jpgBattezzato nel 1921 a Colmar-Beg da Papa Benedetto XV in persona, la vita del Granduca non era mai stata particolarmente significativa, o almeno non fino a quando, con imbarazzante facilità, le truppe naziste non avevano invaso il Paese in cui era cresciuto. In quel momento, Giovanni avrebbe potuto fuggire tentando di nascondersi in qualche nazione straniera fino a quando le ostilità non fossero finite; invece, sentì più che mai quell’incessante richiamo patriottico che lo invogliava ad imbracciare le armi e a lottare per la liberazione della sua terra. Non godendo all’epoca il Lussemburgo di un proprio esercito ufficiale, l’erede al trono aveva allora deciso di arruolarsi nella Irish Guards affrontando, esattamente come il più comune dei soldati, un canonico addestramento a Sandhurst. Una volta al fronte partecipò attivamente alla presa di Caen prima e di Bruxelles poi, fino a quando, nell’ottobre del ‘44 non riuscì finalmente a vedere realizzato il proprio sogno di scacciare l’esercito di Hitler dal Lussemburgo. L’obiettivo per il quale aveva iniziato a combattere era stato finalmente realizzato, ma lui non si fermò: insieme alle truppe alleate marciò in Germania costringendo Berlino alla resa e perfino dopo l’armistizio la sua passione per la divisa lo indusse a rimanere attivo nell’esercito britannico almeno fino a quando, nel ‘47, i sempre più stringenti impegni di corte non lo costrinsero a rivedere le sue priorità.

Formalmente Giovanni rimase un ufficiale britannico ancora per decenni ma salvo alcune formalità, come la partecipazione annuale in veste militare alle celebrazioni dei compleanni della Regina Elisabetta, tale appartenenza non ebbe poi una così significativa importanza tanto nella sua vita quanto nelle dinamiche politiche del Lussemburgo. Ben più importante, viceversa, fu la decisione nel 1964 da parte della riguardosa Carlotta di Lussemburgo di abdicare dopo oltre 45 anni di regno, lasciando di fatto le sorti della nazione nelle mani del figlio. “Per grazia di Dio, Granduca di Lussemburgo, Duca di Nassau, Conte Palatino del Reno, Principe di Parma, Burgavio di Hammerstein e Signore di Mahlberg”, questi furono solamente alcuni dei titoli di cui il nostro protagonista entrò in possesso una volta salito al trono e grazie ai quali inaugurò un regno lungo trentasei anni che avrebbe cambiato per sempre il destino del Lussemburgo, trasformando una delle più piccole democrazie europee nel secondo Stato più ricco al mondo.

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Capita spesso che le personalità più influenti del panorama aristocratico internazionale finiscano coinvolte in storie d’amore apparentemente inconciliabili con il proprio ruolo pubblico. Non è il caso di Giovanni, il quale al contrario sposò Giuseppina del Belgio, un’incantevole ragazza dai capelli biondi figlia maggiore di Leopoldo III la quale, per un’incredibile coincidenza, era stata liberata proprio dalle forze alleate britanniche dopo essere rimasta per ben quattro anni sotto la prigionia dei nazisti. Il loro matrimonio fu lungo e felice e, contrariamente alle aspettative degli amanti degli scandali, diede ben poco di cui discutere alle riviste di gossip di tutto il mondo. In compenso il figlio dei due, il Granduca Enrico, generò suo malgrado più d’una tensione nell’ambiente nobiliare degli anni ‘80.

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Inversamente alla consuetudine, l’allora erede al trono decise di prendere in moglie Maria Teresa Mestre, una ragazza di origini cubane conosciuta all’università di Ginevra. Non avendo essa origini patrizie e non essendovi precedenti in tutto il mondo di un Granduca coniugato con una ragazza comune, occorse una lunga riflessione prima che venisse loro concesso il “consenso granducale” per sposarsi. Ciò che è peggio, tuttavia, è che se tale decisione venne accettata di buon grado da Giovanni, non si può dire lo stesso di altre figure del panorama internazionale dell’epoca. Fu il caso di Carlo Ugo, capo della Casa Reale dei Borbone di Parma nonché pretendente (senza successo) al trono di Spagna, il quale non esitò a definire “ingenua” la decisione del Granduca. La definizione, per quanto apparentemente banale, creò una sorta di crisi diplomatica fra le due famiglie portando addirittura alla rinuncia ufficiale da parte del sovrano Lussemburghese dei titoli della casata dei Borbone-Parma.

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Ad ogni modo, forse anche per sfuggire a ognuna di queste melliflue beghe, nel 2000, esattamente come aveva fatto la madre molti anni prima, anche il Granduca Giovanni abdicò in favore del figlio. Trascorse ciò che rimaneva dei suoi giorni nel Castello di Fischbach, una lussuosa dimora risalente all’XI secolo appartenente alla sua famiglia da generazioni, apparendo assai di rado in pubblico e dedicandosi alla sua passione per la filantropia. Nella giornata di ieri, purtroppo, il Granduca si è spento a causa di una grave infezione polmonare che lo tormentava da tempo. Una notizia che non può che rammaricarci profondamente; d’altronde, in un’epoca così avara di personalità influenti in grado di lottare e di mettersi in gioco per ciò che ritengono giusto, un sovrano con la coerenza e con il coraggio militare di Giovanni non può che ispirare nei nostri cuori una commossa e sincera nostalgia.

Gianmatteo Ercolino

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