MAURITANIA: LA ROCCAFORTE DELLA SCHIAVITÙ

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Nel 1981 fu l’ultima nazione al mondo ad abolire la schiavitù; eppure, nonostante una legge del 2007 abbia ufficialmente reso questa barbara pratica illegale, la Repubblica Islamica della Mauritania detiene ancora oggi il maggior numero di schiavi a livello mondiale. Nel 2010, un rapporto dell’UNHCR (United Nations Human Rights Council) ha stabilito che nonostante leggi, programmi e opinioni divergenti riguardo all’esistenza della schiavitù in Mauritania, di fatto essa continua a persistere nel Paese. Secondo i dati pubblicati nel 2014 Global Slavery Index, le persone in stato di servitù nel Paese sono oltre 160 mila su 3,8 milioni di abitanti.

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Secondo altre fonti, invece, potrebbero arrivare a costituire quasi il 20 per cento dell’intera popolazione, per un totale di 600 mila individui. In Mauritania, questa pratica è rafforzata dal suo carattere ereditario (matrilineare) e prende la forma di un vero e proprio schiavismo, dove i servi e i propri discendenti possono essere comprati e venduti, imprestati o regalati, essendo una semplice proprietà; in particolare, le donne, sfruttate nella sfera domestica, sono costrette a subire ricorrenti violenze fisiche e sessuali da parte dei propri padroni.

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La Mauritania, situata sulla costa nordoccidentale dell’Africa, è un vasto, vuoto e povero paesaggio di dune sahariane. La sua economia si basa principalmente su agricoltura, pesca, attività estrattiva, e sui sussidi militari elargiti dall’Occidente per sostenere la lotta al terrorismo nella regione. Negli anni Sessanta, il Paese è stato colpito da una grave siccità e ha cominciato a collassare all’interno delle proprie città, dove nomadi e contadini si sono riversati in cerca di lavoro. Nel corso dell’Undicesimo secolo, i Berberi vennero ad abitare questa regione sottomettendo i gruppi etnici autoctoni e riducendoli allo status di schiavi. Nel corso del tempo, la casta dominante divenne nota come Beydanes, o White Moors, l’attuale minoranza che detiene il potere politico e la maggioranza della ricchezza del Paese nelle proprie mani; dall’altra parte, gli schiavi, Haratin, discendenti delle antiche popolazioni nere storicamente stanziate lungo le sponde del fiume Senegal. A oggi, in pratica tutti i casi di schiavitù in Mauritania coinvolgono Haratin nati schiavi e appartenenti a padroni Beydanes. Gli schiavi solitamente vivono nel deserto, dove sono costretti a lavorare nei campi, non hanno accesso alle scuole, non possono ereditare alcuna proprietà, e hanno bisogno del permesso del padrone per sposarsi.

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Il governo della Mauritania nega che la schiavitù esista nel Paese. Abdel Nasser Ould Ethmane, consigliere politico dell’Unione Africana e cofondatore del gruppo abolizionista SOS Slaves, sostiene che parlare di schiavitù in Mauritania “implica una manipolazione da parte dell’Occidente, un atto di ostilità verso l’Islam, o un’influenza da parte della cospirazione ebrea mondiale”. La schiavitù in Mauritania è rafforzata da vari fattori, tra cui la credenza che sia una parte del naturale ordine della società; il fatto che la maggioranza dei servi sia analfabeta e geograficamente isolata; la povertà che limita le possibilità di autosostenersi, una volta liberati; e l’errata interpretazione di alcuni antichi testi interpretativi islamici che giustificano questa pratica. La conseguenza è che gli schiavi non sono incatenati o pubblicamente umiliati, ma rimangono totalmente dipendenti dai propri padroni. Secondo Ahmed Vall Ould Dine, di Mauritanian Human Rights Watch, tendono a sviluppare strette relazioni con i propri padroni; quelli che sono stati liberati, ma che non avendo ereditato nulla dai propri genitori sono poveri e non hanno possibilità di trovare lavoro in città, scelgono di rimanere sotto i loro ex padroni che per lo meno gli assicurano un tetto, del cibo e dei vestiti. Inoltre, agli schiavi viene insegnato che, secondo l’Islam, il loro paradiso è legato a quello del padrone, e devono obbedire se vogliono andare in paradiso. Questo è un potente meccanismo di controllo che insegna loro ad accettare il proprio destino. Senza aver accesso all’istruzione o a un’alternativa di vita, molti si arrendono così alla propria sorte.

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Un primo fallimentare tentativo di porre fine all’istituzione della schiavitù nel Paese risale al 1905, quando la Mauritania era ancora una colonia francese. Nel 1961, dopo aver ottenuto l’indipendenza, il neonato governo proibì la schiavitù incorporando nella propria costituzione i principi della Dichiarazione Universale dell’Uomo (art. 4: “nessuno deve essere tenuto in una condizione di schiavitù o servitù; schiavitù e tratta degli schiavi sono proibiti in ogni sua forma”). Tuttavia, la pratica persistette. Nel 1981, venne ufficialmente abolita da un decreto governativo, ma si dovette aspettare il 2007 per l’introduzione di una vera e propria legge che incriminasse il possesso delle persone. Eppure, a oggi solamente due casi sono stati portati in aula di tribunale e un solo individuo è stato condannato.Nonostante abbia più volte ripetuto che l’istituzione è stata sradicata all’interno della società, il governo ha ammesso che “tracce di schiavitù” rimangono e vanno estirpate. Così, nel 2009 è stato lanciato il National Programme for the Eradication of Vestiges of Slavery, con un budget di 3,3 milioni di dollari. Lo scopo era prevenire che le persone entrassero nel circolo della schiavitù apportando miglioramenti alla sanità, all’educazione e alleviando la povertà. Questo programma è sostituito, nel 2013, dalla creazione dell’Agency Against Vestiges of Slavery, for Integration and Against Poverty. Tuttavia, entrambe queste iniziative sono state accolte con criticismo dagli attivisti per i diritti umani, maggiormente concentrati su questioni più imminenti, come l’impunità dei padroni e la liberazione degli schiavi.

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Le due principali organizzazioni anti-schiaviste presenti nel Paese, SOS Slaves e lRA (In Initiative for the Resurgence of the Abolitionist Movement) devono però fare continuamente i conti con il pugno di ferro del governo. Nel 2012, il fondatore dell’IRA, Biram Dah Abeid, fu arrestato e condannato a morte per aver bruciato antichi testi Miliki islamici che legittimavano la schiavitù. Nonostante sia stato in seguito liberato, la sua sentenza non è stata ancora formalmente revocata. E Abeid non è il solo; nel solo novembre scorso altri quattro suoi compagni sono stati arrestati e sono ancora in prigione in attesa di essere processati. Dopo questi fatti, Amnesty International ha sollecitato la fine della repressione nei confronti degli attivisti in Mauritania, ma il governo, almeno per il momento, non sembra per niente incline al compromesso.

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