New York: al via il processo a “El Chapo”

processo__El_Chapo_.jpg

Nel 1957, quando un bambino nasceva a Badiraguato doveva fin da subito essere consapevole del fatto che la scuola più vicina sarebbe stata distante oltre cento chilometri. Era un po’ un modo per dire che in quella cittadina del Messico occidentale le possibilità che si aprivano innanzi ai più giovani non erano poi così tante: si poteva andar via, rimanere a fare un lavoro umile o darsi all’illegalità. Joaquìn Guzmàn scelse quest’ultima strada.

Non aveva mai avuto una vita facile: tre dei suoi fratelli erano morti ancora in fasce per cause naturali; il padre, un allevatore di bestiame, era un uomo violento e alcolizzato che picchiava spesso Joaquìn, anche approfittando della sua bassa statura e del suo corpo gracile. Quest’ultimo quando veniva percosso fuggiva quasi sempre a casa del nonno, dove trovava rifugio, ma quando a essere picchiati erano sua madre o i suoi fratelli, rimaneva lì a difenderli.

Ad ogni modo, durante l’adolescenza, come prevedibile, abbandonò definitivamente la scuola. Non era facile trovare lavoro, così decise di iniziare a coltivare delle droghe leggere… nulla di serio, soltanto qualche papavero da oppio, una pratica che ormai in alcune regioni del Messico non viene più neppure sanzionata dalla polizia per quanto è diffusa.

Col tempo, Joaquìn passò dall’oppio alla marijuana: era bravo nel suo “mestiere”, eppure il padre ancora una volta dimostrò la sua natura sottraendogli tutti i soldi che guadagnava per andare a donne; quando il figlio provò ad affrontarlo, venne cacciato di casa. Poco male, ormai Joaquìn aveva trovato la propria strada nella vita.

A inizio anni ‘80, convinse Hector “El Guero” Palma ad assumerlo come narcotrafficante. Il suo compito era semplice e banale: far in modo che la droga superasse la frontiera fra Messico e Stati Uniti senza ostacoli e, se c’erano ostacoli, rimuoverli in qualunque modo… anche con la violenza. Joaquìn, tuttavia, si rivelò fin da subito diverso dalla maggior parte dei suoi “colleghi”: era ambizioso, chiedeva di poter portare sempre più droga, qualunque fosse il rischio. In poco tempo, El Guero s’innamorò di Juaquìn al punto da presentarlo a uno dei più grandi signori della droga della storia messicana: Felìx Gallardo.

cms_10772/2v.jpgL’esperienza al servizio di Gallardo si rivelerà fruttuosa ma al tempo stesso molto breve. Fruttuosa, perché il nostro protagonista imparerà tantissimo dal boss, riuscendo a farsi conoscere e a scalare in poco tempo le vette del cartello; breve, perché la DEA rovinerà improvvisamente la carriera di Gallardo, riuscendo a metterlo in manette per traffico di stupefacenti dopo aver infiltrato alcuni agenti fra i suoi uomini.

Per Joaquìn fu un duro colpo, ma al contempo un’opportunità. Comprese che poteva approfittare dell’assenza del boss per prendersi una parte importante del cartello di Guadajara, nello specifico le zone di Tejate e della Bassa California.Non era solo, ad accompagnarlo c’era quello che fino alla fine sarebbe stato il suo braccio destro, e che tutt’ora gestisce il suo impero: “El mayo” Zambada, un uomo misterioso, più attratto dai soldi e dal potere che dalla fama al punto da essersi lasciato fotografare solamente due volte in tutta la sua vita.

cms_10772/3.jpg

La coppia fece costruire un canale sotterraneo lungo oltre 443 metri al confine con gli Usa, ma soprattutto propose un nuovo modello comportamentale nel mondo della malavita. A differenza degli altri narcotrafficanti, non facevano uccidere né stuprare i propri dissidenti, né tantomeno organizzavano rapimenti o furti a mano armata. Al contrario, ogni volta che uno dei loro veniva sorpreso a commettere un reato diverso dal semplice spaccio di droga, veniva punito con la morte e il suo corpo veniva fatto ritrovare sul luogo dove aveva commesso il proprio misfatto. In breve tempo, il popolo iniziò ad amarli, a vederli come dei novelli Robin Hood in grado, sia pur nell’illegalità, di conservare un senso etico non comune fra i criminali.

Gli affari andavano bene, ma com’è inevitabile più ci si espande più si attraggono rivali: i fratelli Arellano, gestori del cartello di Tijuana, divennero invidiosi di Joaquìn e ordinarono a dei sicari di ucciderlo. Per un incomprensibile errore, tuttavia, i killer confusero l’auto del narcotrafficante (che, in effetti, si trovava nei paraggi) con un’altra auto blindata, quella del Cardinale Juan Jesus Ocampo, il quale venne ucciso a suon di proiettili.

L’evento ottenne un’ampia risonanza mediatica: in poco tempo, il nome dei fratelli Arellano e ancor più quello di Joaquìn divennero noti ai più. Eppure, il nome sulla bocca di tutti era un altro. Già, perché Joaquìn, adesso, non era più noto con il proprio nome di battesimo, ma, come ogni uomo della droga si rispetti, con un soprannome… un soprannome volto a sottolineare l’ammirazione che destava fra i suoi concittadini: “El Chapo”.

cms_10772/4.jpg

Su di lui venne posta una taglia altissima: tutte le televisioni diffusero le sue generalità e le sue fotografie. Per evitare l’arresto, El Chapo tentò di fuggire in Guatemala con un passaporto falso, ma non servì a nulla. Il 9 giugno 1993 venne arrestato in un Hotel del Chiapas e messo in carcere. Per lui sembrava finita, ma la sua simpatia, unita ai suoi mezzi economici, (secondo Forbes sarebbe il 41° uomo più ricco al mondo) gli permisero di corrompere un agente del carcere di massima sicurezza di Almoloya de Juàrez e, dopo essersi nascosto in un carrello per la lavanderia, di evadere.

Alcuni anni dopo venne nuovamente arrestato grazie alla mobilitazione di “soli” 10 autocarri e 65 soldati, ma nuovamente riuscì a fuggire, questa volta in maniera ancor più rocambolesca: attraverso un tunnel sotterraneo che gli agenti avevano distrattamente ignorato malgrado fosse lungo 1 chilometro e mezzo, largo 75 centimetri e alto quasi due metri e malgrado, soprattutto, all’interno del tunnel si trovasse un motorino con il quale El Chapo sarebbe in seguito fuggito.

Ad ogni modo, la libertà per lui non durò a lungo: un anno dopo decise d’incontrare l’attore premio oscar Sean Pean per discutere di un film dedicato alla vita del boss; la polizia tracciò attentamente i suoi movimenti e riuscì ad arrestarlo per la terza e (finora) ultima volta.

Gli Stati Uniti, giudicando il Messico incapace di detenere a lungo un prigioniero così potente, hanno chiesto e ottenuto l’estradizione nel proprio Paese, ma solo a condizione che El Chapo non venisse condannato a morte. Dopo numerosi rinvii legati al fatto che l’accusa ha presentato oltre 13.000 documenti e che era difficile analizzarli tutti in tempi brevi, lunedì il processo ha finalmente avuto inizio a New York. Non sappiamo nulla dei dodici membri della giuria, la cui identità è rimasta rigorosamente anonima. Quello che sappiamo, è che il processo dovrebbe concludersi nel giro di pochi mesi e che si preannuncia estremamente interessante. A rappresentare la difesa, infatti, vi sarà Jeffrey Lichtman, un esperto penalista già noto per aver difeso John Gotti, il gangster italo-americano talmente bravo a sottrarsi alla giustizia facendo ricadere le proprie colpe sui compagni che il suo uomo di fiducia, Gravano, per paura di essere un giorno condannato al suo posto, lo tradì e lo fece arrestare.

cms_10772/5.jpg

In quanto a El Chapo, se venisse riconosciuto colpevole dei diciassette reati a lui associati verrebbe con ogni probabilità condannato all’ergastolo, una pena particolarmente severa dal momento che, secondo le ultime indiscrezioni, la vita in cella gli avrebbe procurato nelle ultime settimane forti dolori alla testa e allucinazioni uditive. In fondo, per quanto gravi e vergognose possano essere le colpe del narcotrafficante, il fatto che così tante persone comuni provino tutt’ora gratitudine nei suoi confronti fa pensare che in libertà siano rimasti uomini ben più crudeli e feroci di lui.

Gianmatteo Ercolino

Tags:

Lascia un commento



<<Pagina Precedente | Stampa | Torna Su