Papa visita a sorpresa le suore di clausura

Consob, tiene l’accordo M5S-Lega - Salvini contro legalizzazione cannabis: "Non passerà mai" - Di Maio: "Può nascere nuovo boom economico" - Europee senza simbolo Pd? Calenda: "Pronto a candidarmi"

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Papa visita a sorpresa le suore di clausura

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Visita a sorpresa del Papa alle monache di clausura. "Il Santo Padre Francesco ha compiuto oggi una visita privata al Monastero di clausura delle Clarisse a Vallegloria, Spello (Perugia) - riferisce una nota del Vaticano - per incoraggiare le suore di clausura, la vita contemplativa e condividere con loro l’Eucaristia, la preghiera e il pane".

Un ricamo artigianale e un sobrio pranzetto è quanto hanno potuto offrire le monache di clausura a Papa Francesco, arrivato intorno alle nove del mattino e ripartito verso le due del pomeriggio. Ad esserne informato prima era stato soltanto il loro vescovo, monsignor Gualtiero Sigismondi. "Stupore: è lo stato d’animo che ha attraversato subito tutte noi nell’accogliere il Santo Padre, che chiede sempre di lasciarsi sorprendere. Davvero non ce l’aspettavamo una visita simile! - racconta all’AdnKronos suor Maria Chiara, abbadessa da sette anni del monastero delle clarisse di Spello che conta 27 monache e fu seriamente colpito dal terremoto del 1997 e in lieve misura anche da quello recente del 2016 - Speravamo di avere prima o poi questo grande dono, ma nessuna poteva immaginare che il Papa sarebbe venuto proprio oggi: il nostro vescovo ha tenuto il segreto fino alla fine", assicura.

Il Pontefice "ha avuto per noi parole di bontà, di affetto paterno. Ci ha meravigliato per la sua semplicità, sembrava come uno che era stato sempre in mezzo a noi - commenta l’abbadessa - Abbiamo celebrato la messa, poi abbiamo tenuto un piccolo incontro fraterno in cui ha fatto un discorso sulla fraternità e ci ha esortato a rivolgergli delle domande cui ha risposto. E poi, dopo il suo dono di alcune pubblicazioni e oggetti sacri, abbiamo pranzato insieme, con molta semplicità".

Consob, tiene l’accordo M5S-Lega

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L’alleanza M5S-Lega sembra scricchiolare su più fronti -dalle trivelle alla Tav, passando per il reddito di cittadinanza e la liberalizzazione della cannabis - ma regge su una delle nomine più importanti per il governo: quella a capo della Consob dopo l’addio, non senza polemiche, di Mario Nava alla presidenza dell’organo di controllo del mercato finanziario italiano.

Tiene con forza il nome di Marcello Minenna, ufficializzato mercoledì da Luigi Di Maio, complice la deflagrazione del caso Carige. E anche il vicepremier Matteo Salvini conferma che l’accordo tra le due anime del governo giallo verde c’è sull’ex assessore al Bilancio della Giunta Raggi. Ma la nomina, seppur ormai in discesa, resta al momento congelata: non ha fatto capolino nel cdm di ieri e al momento non si sa, spiegano fonti di governo, quando spunterà nell’odg del Consiglio dei ministri.

Intanto i 5 Stelle tentano di tirare fuori dal freezer la nomina. "Consideriamo Marcello Minenna l’uomo giusto per ricoprire la carica - scrivono i membri grillini della commissione Finanze della Camera in una nota diramata oggi - Il nome proposto dal governo ci soddisfa e risponde pienamente al bisogno di cambiamento di cui necessita un’autorità che svolge un ruolo delicato e fondamentale per il corretto funzionamento nel nostro sistema finanziario. Minenna è uomo dalle riconosciute capacità, docente accademico rispettato e sulla cui integrità morale non si può discutere".

Se la nomina tarda ad arrivare continuano a circolare le voci più disparate, inclusa quella di un presunto veto del Colle. Rumors dai quali ha preso nettamente le distanze il senatore grillino Elio Lannutti, che sottolinea la "piena fiducia nel giudizio del Capo dello Stato sulla nomina di Minenna a presidente della Consob".

Secondo Lannutti, "è evidente che ci sia nel Palazzo qualche consigliere - legato a quei poteri, oramai deboli, che hanno imperversato sinora nella finanza incontrollata di questo Paese - che non voglia Minenna a capo della Consob. Io sono sicuro da senatore settantenne e civil servant di lungo corso che il Capo dello Stato veti non ne ha e certo che non consentirà che siano pretestuose considerazioni pseudogiuridiche a fermare una nomina che serve a rimettere sui binari la Finanza italiana".

"D’altronde - rimarca - se come abbiamo letto il problema su Minenna è di essere già dirigente della Consob, aspetto che ne lederebbe l’indipendenza c’è da chiedersi allora come mai la stessa cosa non valga per il governatore ed i membri del direttorio della Banca d’Italia da sempre interni all’Istituzione salvo rare eccezioni. Per non dire poi che un direttore della Consob per statuto interno deve essere indipendente altrimenti non potrebbe stare lì".

"Una cosa è certa - conclude Lannutti - e a onor del vero nessuno si è azzardato a dire una parola: Minenna ha la competenza per raddrizzare una Consob che sbanda oramai da anni e che potrebbe rimettere sotto il giusto controllo e indirizzo la finanza di questo Paese e da qui rilanciare l’economia nazionale. Come hanno detto i leader del governo del cambiamento ieri. È importante che si faccia presto".

Intanto Di Maio, incalzato dai giornalisti a margine degli Stati generali dei consulenti del lavoro oggi a Roma, conferma la corsa dell’ex assessore capitolino, dimessosi dal Campidoglio per le incomprensioni con la sindaca Virginia Raggi.

Se sarà lui a guidare la Consob "si vedrà nei prossimi giorni - sottolinea il vicepremier e ministro - ‎da quel che si deciderà anche a livello di Consiglio dei ministri. Come ho detto, c’è dall’una e dall’altra parte delle forze politiche la volontà di indicare il suo nome alla Consob".

Salvini contro legalizzazione cannabis: "Non passerà mai"

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"Non passerà mai e non è nel contratto di governo". Così il vice premier Matteo Salvini a margine dell’inaugurazione di una nuova sede dell’Ugl, a Milano, rispondendo a una domanda relativa alla proposta di legge sulla cannabis, dei Cinquestelle. "Se dobbiamo sconfiggere davvero la criminalità togliamo dalle strade la prostituzione a cielo aperto, come fanno in altri Paesi" aggiunge poi in diretta Facebook da Milano. "Pensiamo a questo piuttosto che pensare a legalizzare le canne", sottolinea Salvini. "Qualche parlamentare di preoccupa di legalizzare le canne, non c’è nel contratto e non penso sia priorità di questo Paese", aggiunge il ministro dell’Interno.

Uno stop mal digerito da Matteo Mantero, senatore M5S e firmatario del ddl sulla legalizzazione della cannabis. "Esiste il contratto di governo - dice all’AdnKronos Mantero - ma anche la Costituzione, che dà al Parlamento la centralità del potere legislativo". "Su questi temi - insiste il senatore ligure - il Governo dovrebbe farsi da parte senza mettere in forse l’equilibrio della maggioranza e lasciare che il Parlamento faccia il suo percorso, con maggioranze anche trasversali. Magari con possibili contributi anche da parte della Lega, perché non credo che tutti i leghisti si oppongano al ddl in maniera pregiudiziale. Quelli che si informano non hanno una opinione in contrasto con la legalizzazione". "Peraltro dal ministro dell’Interno mi aspetterei un po’ di attenzione, visto che la Direzione distrettuale antimafia da anni dice che il contrasto alle droghe leggere è inefficace e che la legalizzazione infliggerebbe un enorme colpo alla criminalità organizzata", osserva ancora Mantero.

Di Maio: "Può nascere nuovo boom economico"

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“Io credo che un nuovo boom economico possa nascere” dalla creazione di “autostrade digitali, come negli anni ‘60 ci fu un boom con le autostrade” che collegavano le diverse zone del Paese: “Questo è terreno in cui la nostra fantasia si può sbizzarrire”. Lo afferma, prendendo in prestito le parole di Enzo Ferrari, il vicepremier e ministro Luigi Di Maio, intervenendo agli Stati generali dei consulenti del lavoro. “Il lavoro è la grande sfida che dobbiamo affrontare. L’Italia deve essere in prima linea in questo clima di cambiamento globale” puntando a diventare “una Smart Nation”, spiega.

Di Maio parla anche degli stipendi dei sindacalisti. "Nel dl su quota 100 e reddito cittadinanza ci sarà la norma che finalmente riporta alla normalità gli stipendi dei sindacalisti: le ingiustizie di questi anni - scandisce il vicepremier - vanno rimesse a posto".

Europee senza simbolo Pd? Calenda: "Pronto a candidarmi"

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Carlo Calenda è soddisfatto dalla proposta di Nicola Zingaretti che avanza la possibilità di una lista aperta alle Europee con la disponibilità a rinunciare al simbolo del Pd per un progetto aperto. La disponibilità del governatore del Lazio di una lista unitaria alle Europee senza il simbolo dem è un passo verso il suo Fronte Repubblicano? "Sì", risponde secco Calenda all’AdnKronos. Zingaretti quindi è sulla strada giusta? Sarebbe disponibile a impegnarsi in prima persona, da candidato, in questa lista? "Rispondo di sì ma al momento - sottolinea l’ex ministro - non voglio dire di più". La questione del simbolo è "secondaria" specifica Calenda. Che ci sia o meno il simbolo del Pd o di altre formazioni, quello che conta è che si arrivi a costruire "una lista unitaria delle forze europeiste". "Sono assolutamente disponibile a candidarmi alle elezioni europee qualora si formi una lista unitaria delle forze europeiste", spiega ancora. Quindi puntualizza: "La questione se insieme al nome della lista rimangano o meno i simboli dei partiti che la comporranno non mi appassiona".

RICHETTI - Per Matteo Richetti, il tema dei confini del Pd è stato già affrontato nella mozione congressuale con cui è candidato, in ticket con Maurizio Martina, alle primarie nazionale. Per questo definisce la proposta di Zingaretti "un punto aperto sul quale abbiamo già dato ampia disponibilità". Oggi "la scena politica italiana e internazionale richiede davvero una ripartenza che segni anche un nuovo inizio, anche sulle forme della politica. E’ un percorso che non si chiude il 26 maggio, ma le europee sono una tappa fondamentale e anche lì va messa in campo la disponibilità a costruire qualcosa di più largo del solo Pd". Il senatore dem, rintracciato dall’AdnKronos nel corso del suo ’tour’ congressuale, parla della necessità di dare via a "uno spazio di coinvolgimento più ampio del solo Pd, a partire dalle europee, dove è fondamentale unire tutti coloro che fanno dell’europeismo e della democrazia un riferimento contro chi sta posizionando l’Iitalia contro e fuori dall’Ue, indebolendone democrazie e istituzioni". Richetti parla quindi di "grande interesse sulla proposta di Calenda, sul movimento ’Facciamo rete’ di Becchetti e Magatti. Ma, oltre alle europee, c’è una riflessione che dice si vada verso la prossima Assemblea del Pd eletta alle primarie come Assemblea costituente di qualcosa di più ampio, di un grande movimento dei democratici italiani". In questa cornice, nel ragionamento di Richetti affrontare il tema del simbolo del Pd è una naturale conseguenza: "Come con l’Ulivo, nel dare forma alla coalizione ci fu una gradualità anche rispetto alla presenza dei partiti. Credo si possa immaginare un simbolo nuovo che contenga le forze politiche che lo compongono ma non solo, anche movimenti e dinamiche associative. Ma il simbolo va di pari passo con il progetto: se il progetto è nuovo e ampio, sarebbe improbabile pensare a non modificare e innovare la forma oltre che la sostanza".

MARTINA - “Io mi candido alla guida del Pd perché penso che non ci possa essere alternativa a Lega e Cinque stelle senza questa comunità - dice Maurizio Martina - Per le europee, che coincideranno tra l’altro anche con il voto in tanti comuni, dobbiamo promuovere una lista aperta che si rivolga ai tanti democratici e riformisti che vogliono battersi per la nuova Europa". Per Martina "non si tratta di rinunciare al simbolo Pd ma di concorrere a una proposta più larga. So che Carlo Calenda insieme a tanti altri sta lavorando a un Manifesto di progetto e guardo con molto interesse a questo sforzo. Aspettiamo di conoscerne i contenuti ma è di certo una prospettiva interessante”. “Per me il simbolo del Partito democratico è un patrimonio di cui andare orgogliosi - sottolinea - Esprime l’impegno di migliaia di persone che si battono per un’Italia più giusta". "Il punto - spiega - non è rinunciarvi ma metterlo al servizio insieme ad altri per una grande battaglia per la nuova Europa contro i nazionalpopulisti di casa nostra".

BOCCIA - "Prima di parlare di liste dobbiamo capire quali sono i valori con cui il Pd esce dal congresso. Le liste si fanno sui valori". E quelli di Francesco Boccia guardano a sinistra. "Per capirci: una cosa è En Marche. Un’altra è una nuova alleanza sociale", dice all’Adnkronos il candidato alla segreteria dem oggi in Calabria per la campagna congressuale. Su Nicola Zingaretti e la sua proposta di una lista per europee aperta tanto da ipotizzare anche di mettere da parte il simbolo Pd, Boccia osserva: "Il problema non è se facciamo una lista, ma per cosa la facciamo. Se è per unire o se è per prendere qualche voto in più con quelli che poi il giorno dopo si dividono da noi, non ha senso". E sul simbolo: "Non lo so, vedremo. Il simbolo del Pd e quello dell’Ulivo ce li ho nel cuore". "Io voglio aprire il Pd, il mio è un Pd a porte aperte. Detto questo - argomenta - se mettiamo in campo una lista unitaria, come ai tempi dell’Ulivo, dobbiamo intenderci per fare cosa. Se chi viene ha la nostra visione sull’economia sostenibile, sul no al Jobs Act, sulla scuola aperta a tempo pieno stiamo parlando della stessa alleanza politica. Se invece vengono da noi quelli che hanno una visione diversa allora stiamo parlando solo di un cartello elettorale e io non sono d’accordo". Per una lista unitaria si rivolgerebbe ai fuoriusciti Pd? "Chi è uscito ha sbagliato. Ma a me hanno insegnato - dice Boccia - che la politica guarda al futuro, non al passato. Io guardo alla possibilità di mettere insieme i Verdi tedeschi, Corbyn, Podemos, i socialisti portoghesi. Una lista ampia e unitaria in Europa. Se fai questo, metti dentro tutti nel Pd. Lo sanno Vendola, Civati, Laforgia, Bersani, Bonelli dei Verdi. Per me non ha senso che stiamo in partiti diversi. Il Pd può essere il partito di tutti". Ma lista unitaria con o senza il simbolo del Pd? "Questo non lo so, vedremo. Ma su questo punto io sono di parte -risponde Boccia - perché il simbolo del Pd e quello dell’Ulivo ce li ho nel cuore. Quando vado a votare, se non trovo il simbolo del Pd mi sento perso. Non lo so, vedremo. Io i simboli del Pd e dell’Ulivo comunque li porto sempre con me, ce li ho stampati addosso...".

MARCUCCI - Secondo il capogruppo del Pd al Senato, Andrea Marcucci, "per le europee dobbiamo mettere in campo l’alleanza più larga possibile e mettere insieme i liberali, i progressisti, gli ambientalisti e tutti coloro che vogliono un’Europa aperta, competitiva e solidale". "Dobbiamo battere lo schieramento di Salvini e Kaczinski e l’armata Brancaleone che sta costruendo Di Maio - sottolinea all’Adnkronos - Le elezioni europee rischiano di rappresentare uno spartiacque decisivo: deve essere la nostra priorità".

MORASSUT - Roberto Morassut, deputato del Pd, considera "importante e coraggiosa la dichiarazione di oggi di Zingaretti che immagina una lista aperta alle europee anche con un simbolo diverso dal Pd". "Il processo di rilancio ’democratico’ non può eludere il tema della denominazione e dell’immagine di un nuovo soggetto politico che deve costituirsi, a partire dal congresso attuale del Pd, come un soggetto largo ed elastico, capace di ’muoversi’ in una dimensione politica e comunicativa del tutto diversa da quella dei tradizionali partiti", prosegue. "In questo senso una lista aperta e con spiccate caratteristiche civiche è un primo passo visibile per rifondare tutto il Pd nella direzione di in grande movimento democratico popolare e non populista: i Democratici. Zingaretti si muove nella direzione giusta e col passo giusto”, conclude Morassut.

CORALLO - Critiche arrivano da Dario Corallo, candidato alla segreteria. "Ora pare che il problema del Partito democratico sia il simbolo - scrive sulla sua pagina Facebook - Pur di mascherare il proprio fallimento sono disposti a nascondere lo smantellamento del Partito dietro il cambio del nome o del simbolo". "Questa è l’ennesima trovata di un gruppo dirigente che non riesce neanche a comprendere quale sia il vero problema e che, convinto di non aver fatto nulla di sbagliato, cerca di scaricare le responsabilità su altro - prosegue Corallo - Il tutto senza chiedere alcun parere agli iscritti. ’Abbiamo comunicato male’, ’gli italiani non hanno capito’, ’il sud voleva il reddito di cittadinanza’ e ora, ’il simbolo è sbagliato’. Proviamo a dirlo con le parole più semplici del mondo: le ragioni del fallimento stanno nel fatto che non avete la minima idea di quali siano i problemi delle persone perché non li vivete sulla vostra pelle". "E poiché già sapete che le elezioni europee saranno un disastro, provate sin da ora a trovare delle scuse per non intestarvi quella sconfitta. Ma fino a quando avremo la tessera del Partito in tasca non permetteremo di liquidarlo di nascosto. Io non lo permetterò", conclude Corallo.

FRATOIANNI - "Vedo che l’onorevole Giacomelli in alcune dichiarazioni alla stampa ci chiama in causa (sopratutto per attaccare il suo collega di partito Zingaretti). Può stare tranquillo: non abbiamo intenzione di salire su nessun taxi elettorale. Tantomeno con coloro le cui scelte hanno contribuito a spalancare la porta alla destra e a questo pessimo governo". Cosi il segretario nazionale di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni replica alle parole dell’esponente del Pd sulle prossime elezioni europee. "Più che un’ammucchiata poco comprensibile -prosegue il leader di Si- servono idee e un progetto credibile di alternativa alla destra montante e alle politiche subalterne fin qui espresse e praticate dal Pd. " "Se questi sono i toni e gli argomenti del congresso del Pd -conclude Fratoianni - purtroppo c’è poco da stare allegri."

BOLDRINI - Laura Boldrini apprezza invece la proposta di Zingaretti di "costruire per le prossime elezioni europee una lista unitaria e aperta al mondo della scuola, del lavoro, ai giovani e all’associazionismo". "È una prospettiva sulla quale io stessa sto lavorando da mesi perché sono convinta che per suscitare interesse e partecipazione, soprattutto dei giovani, serva presentarsi alle prossime elezioni europee con una proposta inedita e innovativa, senza simboli di partito, nella quale si riconoscano le tante realtà sociali che negli ultimi anni non si sono più sentite rappresentate dalle forze progressiste", aggiunge l’esponente di Leu. "Il voto del 26 maggio sarà determinante per il futuro, si confronteranno due visioni alternative di società per l’Italia e per l’Europa. Soltanto unendo le forze e aprendo alle migliori energie della nostra società sarà possibile contrastare la deriva nazionalista e costruire il progetto di un’Europa nuova", conclude.

SONDAGGISTI - Sull’ipotesi di un cambio si trovano d’accordo anche i sondaggisti. "Può essere accantonato per le europee e anche sostituito" ma "si tratta di una operazione che può funzionare solo se la leadership del partito diviene forte e autorevole" dicono. L’apertura di Zingaretti non sorprende quindi i sondaggisti interpellati dall’AdnKronos. Per Renato Mannheimer, sul simbolo, sul cambiamento, non ci sono più i rischi di prima: "Una volta - sottolinea il fondatore di Ispo - nella prima repubblica, il simbolo era essenziale" con gli "elettori che votavano il simbolo più che il leader". Quindi "cambiarlo - sottolinea l’analista - sarebbe pericoloso ma non disastroso" visto che oggi "conta più il leader". E "se Zingaretti fosse capace di assumere una leadership forte, la cosa potrebbe andare" ma "bisogna veder che progetto c’è dietro", conclude Mannheimer. Per Maurizio Pessato di Swg, "la cosa si può fare e potrebbe avere senso" ma certo "bisogna vedere se c’è tempo, se trovano accordo nel Pd, se si arriva a una proposta condivisa". E "si deve vedere se si sposta poi il problema dal logo, dal simbolo alla proposta politica ampia". Ma "per funzionare all’interno del Pd non deve esser vista come una cosa che faccio ’io contro di te’ o ’tu contro me’". Di certo, il cambio di simbolo "è una cosa che in funzione del voto europeo potrebbe essere una strada da intraprendere, mentre la vedo più difficile sul piano nazionale" sottolinea il sondaggista di Swg. "A favorire questa svolta potrebbe essere il fatto che il 26 maggio si vota con il proporzionale e non si vota per il governo nazionale, diminuendo così la necessità di mostrare una identità forte, come forza politica". "La questione è semplice: se si tratta di costruire un fronte allargato, se l’idea del cambio di simbolo presuppone questo fronte nuovo, come sembra, allora è una cosa che va bene", dice Luca Comodo di Ipsos. "La leadership è importante e centrale, ci deve per questo essere una certa capacità di Zingaretti, ammesso che sia lui il vincitore delle primarie".

Redazione

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