Paure postmoderne

La coltivazione passa dai social al cinema e viceversa

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C’è un sottile filo rosso che unisce numerose pellicole degli ultimi dieci anni e il mondo dei social. Molti temi legati a vecchie e nuove paure dell’essere umano, solitudine, privacy violata, incertezza del futuro, modernità liquida, diventano soggetti interessanti e fondamentali attraverso cui in particolar modo il genere horror, ottiene spesso e volentieri l’attenzione della critica e del pubblico giovanile grazie al veicolo liquido e virale del mondo del web. Al di là dell’intenzione filmica di esorcizzare fobie e timori di ieri, oggi divenuti triste e consolidata realtà, registi e fumettisti si cimentano giocando sul sicuro grazie a un prodotto apprezzato e seguito da un pubblico sempre più intergenerazionale.

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Dopo il successo planetario della serie Tv Black Mirror (una produzione inglese per Endemol con la regia di Charlie Brooker), le ossessioni tecnologiche combinate con ataviche paure connaturate all’uomo, sono diventate eredità distopiche da trasmettere su ogni piattaforma. Il senso di ubiquità datoci dai nostri smartphone e la loro forza attrattiva e comunicazionale tout court, trasformano la nostra quotidianità in un mostro che ha occhi e orecchie sempre pronte a carpire ogni nostra minima azione, pronto ad alimentare un controllo totalizzante sulle nostre vite impossibile da sfuggire. Non mancano, oltre alle numerosissime serie tv, lungometraggi claustrofobici e paranoici sulle storture e sui paradossi dell’ipermodernità. Il genere per eccellenza in questo caso, il filone cioè seguito per raccontare meglio il tema ossessivo-compulsivo del dominio digitale, è certamente l’horror o comunque il thriller, genere che meglio di altri crea intrecci e idiosincrasie in formato tecnologico.

cms_15372/3v.jpgEd ecco allora il mash up perfetto delle ossessioni tecnologiche (e tecnocratiche) sui nostri innumerevoli schermi in cui social, chat, forum, tirannia dei like, ecc. diventano la miscela allo stesso tempo perfetta ed esplosiva per non lasciare scampo alle nostre angosce e a paure vecchie e nuove. Guerre, catastrofi, terremoti, virus letali, malattie incontrollabili sono le tematiche ormai costanti di un genere, il post apocalittico, carichi di simboli che nell’età dell’informazione fomentano e arricchiscono il senso di paura di un futuro sempre più incerto. Mostri, alieni, zombi però alla fine non sono altro che proiezioni metaforiche dei nostri incubi peggiori, insicurezze diffuse globalmente su ogni spettatore come risultato di un capitalismo seduttivo e manipolatorio. Come se non bastassero gli schermi televisivi e cinematografici, le paure diventano prêt-à-porter, ovvero tascabili, indossabili, virtuali grazie (o a causa) del web dislocato in ogni smartphone.

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Nuove violenze e nuovi timori vengono veicolati e diventano triste realtà con l’uso dei social media: cyber-bullismo, stalking, hate speech, revenge porn, alienazione online. Il successo o perlomeno il senso di curiosità sviluppato dalle numerose trame e dagli imprevedibili intrecci horror che si sviluppano, appare subito scontato, perché il nuovo filone detto “found footage horror” si basa sulla irresistibile spinta voyeuristica di tutti noi spettatori, mixata con la neo mania ossessivo-compulsiva di controllare costantemente gli apparecchi digitali alla ricerca di notifiche. Un’intera generazione (Z, come Zombie?) coltiva ossessioni e paure che si pensava rimanessero nascoste e irrealizzabili nella realtà, ma che l’innesco ipertrofico e rapidissimo delle tecnologie portatili ha portato nella pubblica piazza come prodotti da vendere sul mercato delle merci sconvolgendo e destabilizzando qualsiasi certezza perché il fine nella cultura digitale è intrattenere anche su tematiche serie e paure liminali.

Andrea Alessandrino

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