Perdere tempo sui social

Odi et amo per Facebook & Co

Odi_et_amo.jpg

Siamo al paradosso o, se volete, alla ridefinizione in chiave moderna dell’odi et amo di catulliana memoria. Se i numeri dicono che miliardi di persone in tutto il mondo trascorrono ore sui social, è anche vero che le stesse persone ammettono con neanche tanto malcelato disincanto, che il tempo speso sulle piattaforme social sia una perdita di tempo. A confermare questa tendenza ossimorica è un sondaggio condotto dalla rete radiotelevisiva NBC (National Broadcasting Company) su un campione di mille cittadini americani. Non parliamo di cifre campionate altissime, ma è sintomatico che ci sia l’82% delle persone intervistate che ritiene che Facebook, Instagram, Twitter e molti altri consimili ci facciano dilapidare inutilmente ore che invece potremmo utilizzare in maniera diversa.

cms_12475/2v.jpgSolo il residuo della percentuale degli intervistati ritiene invece che i social contribuiscano a un utilizzo migliore del tempo che si ha a disposizione. Il tempo è una risorsa preziosa soprattutto in un’epoca in cui si pensa che il multitasking sia una dote e una virtù da apprendere man mano che si cresce e si entra a far parte di un contesto sociale sempre più competitivo. Il tempo trascorso in internet spesso è caratterizzato proprio per questa attitudine nel fare più cose contemporaneamente da una forte variabilità: leggiamo, scriviamo e ascoltiamo tutto nello stesso istante. Se sui nostri monitor esprimiamo attenzione e impegno ciò non vuol dire però maggior concentrazione, significa al contrario affrontare i contenuti attraverso lo scorrimento manuale delle pagine web a tutto detrimento di approfondimento critico e della necessaria profondità riflessiva. La rete tende per natura a semplificare la complessità e la mole di contenuti inseriti sul web, rispetto a una realtà ricca di sfumature spesso impercettibili e contraddittorie.

cms_12475/3.jpg

Il web da parte sua grazie alla tecnologia digitale, funge spesso da filtro delle esperienze che provengono da una società mutevole e in trasformazione, succube dei capricci legati al mondo di strutture tecnologiche onnipervasive e inclusive. Il surreale paesaggio di fronte ai nostri occhi pone sullo scenario un pubblico sempre più dominato dai sensi di colpa e dai paradossi: preoccupati della gestione dei nostri dati personali e dalla proliferazione delle fake news, ma poco disposti a rinunciare ai propri profili social e non propensi a far attuare i giusti controlli governativi per le aziende della Silicon Valley.

cms_12475/4.jpg

Insomma ci si preoccupa, ormai tardivamente, di ciò che accade ai propri dati personali, ma si ritiene irrinunciabile fare a meno delle commodity sotto forma di game offerte dai nostri smartphone. L’estetica del web sembra aver avuto la meglio su tutta una serie di condizioni e requisiti democratici e costituzionalmente tutelati appartenenti al ventesimo secolo. La cesura temporale e lo tsunami tecnologico del ventunesimo secolo hanno reso piuttosto del tutto inaccettabile frenare un’ecologia del web che trae nutrimento e si regge sulla quantità dei dati, a forzato detrimento non tanto della qualità quanto della necessaria analisi critica, ora parcellizzata e posta sotto la giusta soglia di attenzione nei confronti di un altro sempre più monade tra le monadi. Si può dunque anche perdere tempo su internet e giustificare il modus operandi collettivo, se poi ciò che otteniamo come risultato è una onirica illusione di libertà e di oblio selettivo delle informazioni ritenute irrilevanti.

Andrea Alessandrino

Tags:

Lascia un commento



<<Pagina Precedente | Stampa | Torna Su