QUALE SICUREZZA OLTRE LA LINEA GIALLA?

Donna trascinata dalla metro in corsa alla stazione Termini: indagato il macchinista

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Mercoledì sera, stazione Termini (Roma). Sono ormai passate le 20. Dopo una lunga e afosa giornata di lavoro, i romani si accingono a tornare a casa, trascinandosi distrattamente in uno dei vagoni della metro. Qualcosa, però, va storto. Una donna entra nel convoglio e tenta di uscirne in qualche frazione di secondo, ma le buste che porta sul braccio restano intrappolate nella porta automatica. Un addetto alla sicurezza la soccorre, riuscendo a strapparle dal collo un foulard per scongiurare il soffocamento. Il veicolo, intanto, prende velocità. Sono attimi di panico: i passeggeri attivano invano i freni di emergenza, chi ancora attende sulla banchina assiste inerme all’agghiacciante scena. Qualcuno corre e urla, nella speranza che il macchinista si fermi. La donna, una bielorussa di 43 anni, si accascia ai piedi della porta. E’ il “viaggio” più lungo della sua vita: trascinata a folle velocità per circa 135 metri, viene finalmente soccorsa solo alla fermata Cavour, la successiva. E’ in gravi condizioni, ma ancora cosciente. Trasportata all’ospedale San Giovanni, presenta fratture lungo tutto il corpo: quasi per miracolo, non rischia la vita.

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Una storia che sarebbe potuta finire in tragedia, le cui dinamiche sono ancora tutte da chiarire. C’è chi sostiene che la vittima abbia ignorato il segnale acustico al momento della chiusura delle porte, attribuendole ogni responsabilità. C’è chi, invece, se la prende con il macchinista che, al momento dell’incidente, si stava concedendo un pasto nella cabina di guida. “Abbiamo azionato i tre diversi sistemi di allarme, perché il treno non si è fermato?”, questo l’interrogativo che più passeggeri hanno rivolto al conducente. Una questione che apre preoccupanti spiragli di dubbio anche sul sistema di sicurezza della metro, che avrebbe dovuto colmare la terribile disattenzione del macchinista. “Se una persona rimane incastrata tra le porte – si è difeso quest’ultimo - il sistema si blocca. Perciò non c’era nessuno tra le porte. Quello è un allarme e non un freno, perciò mi sono fermato alla stazione successiva per comprendere cosa fosse successo”. Sono stati, forse, i manici delle buste a tradire Natalya Garkovic (questo il nome della malcapitata), troppo sottili per essere rilevati dal sistema di chiusura (che, in genere, è in grado di percepire come spessore minimo quello del polso di un bambino). “È vero, non dovevo mangiare in servizio, so che ho sbagliato e sono devastato per quello che è successo a quella donna. Ma nel video si vede anche che guardo due volte nello specchietto, non sono stato avventato – ha poi dichiarato il macchinista, in un’intervista al Corriere della Sera - La signora ha fatto una manovra strana salendo e scendendo, il sistema di sicurezza non mi ha segnalato niente e sono ripartito. Ora la cosa più importante è che lei guarisca presto. È stata una fatalità. Facciamo turni massacranti, cinque ore senza una pausa per andare in bagno, il caldo, il poco ossigeno in galleria. Ho sbagliato, ma altre cose sono andate storte”. Non sono bastate né le sue parole né quelle dei colleghi – che l’hanno definito un conducente “esperto e responsabile” – a risparmiargli l’iscrizione nel registro degli indagati: la Procura gli contesta il reato di lesioni personali e quello di violazione del decreto legislativo n.81 del 2008 in materia di salute e sicurezza. Ormai sospeso dai suoi incarichi, il dipendente Atac si è barricato nella sua abitazione a Ostia, lontano da flash e microfoni “indiscreti”. A inchiodarlo, proprio i video a cui lui stesso si appella, 11 sequenze di immagini che lo ritraggono nel corso della sua improvvisata cena.

Un pasto forse necessario a riacquistare le forze, che è costato caro al dipendente dell’azienda di trasporti. Tra l’altro, pare che quest’ultima abbia disposto quattro licenziamenti e una sessantina di sospensioni negli ultimi tre anni, su segnalazione degli utenti: disservizi, atti contro il pubblico decoro, abuso della legge 104 e tanti altri comportamenti indisciplinati assunti dai dipendenti, per un totale di 1500 casi esaminati. Le inopinabili procedure punitive, tuttavia, restano spesso impantanate in un regolamento ancora incompleto: sono sanzionabili l’ubriachezza sul posto di lavoro e altre negligenze di carattere tecnico, ma non consumare pasti, fumare e addirittura utilizzare il cellulare in servizio. Una falla tutt’altro che trascurabile, a cui il macchinista indagato potrebbe appellarsi in sede di difesa.

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Saranno i magistrati ad avere l’ultima parola sul caso, attribuendo responsabilità e individuando le cause dell’evento, più unico che raro. Qualsiasi tipo di accanimento nei confronti dell’indagato – già sottoposto a più di un sommario processo mediatico – non solo si pone come un’inutile ricerca di un capro espiatorio, ma allontana l’attenzione pubblica da tutte le spinose questioni tuttora rimaste irrisolte.

cms_6749/4.jpgAmmesso che il conducente sia l’unico colpevole dell’accaduto, com’è possibile che alcun dispositivo in grado di garantire la sicurezza sul convoglio non abbia funzionato, a partire dai freni d’emergenza? Dispositivi del genere dovrebbero tollerare un certo numero di errori umani, neutralizzandone le potenziali conseguenze. Qualsiasi macchinista – anche il più meticoloso – può non solo essere soggetto a momentanee distrazioni (al di fuori della propria volontà), ma anche essere colto da malore, specialmente nelle ardue condizioni di lavoro descritte dai dipendenti Atac. Possiamo sentirci al sicuro, in circostanze come queste? Purtroppo no. Quanto accaduto mercoledì deve far riflettere chiunque si occupi di traporti, che si tratti di aziende pubbliche o private. Che lo si voglia o no, la sorte può riservarci scenari poco piacevoli, cambiando il corso degli eventi in una manciata di secondi. Prevenire, prevenire e ancora prevenire: questa la parola d’ordine, da osservare in qualsiasi situazione, soprattutto quando in gioco ci sono vite umane.

Federica Marocchino

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