Rebibbia, detenuta lancia nel vuoto i due figlioletti

La problematica dei nidi all’interno degli istituti di pena

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È accaduto all’interno della sezione nido del carcere di Rebibbia, dove sono ospitati i bimbi fino ai tre anni di età: una trentenne, tedesca di nascita, detenuta per reati di droga, ha lanciato nel vuoto i suoi figli di quattro mesi e due anni di età.

La prima è morta sul colpo, mentre il piccolo di due anni versa in condizioni critiche presso l’ospedale Bambin Gesù, dove ha subito un intervento d’urgenza.

Non si conoscono le motivazioni che hanno condotto la donna a compiere il gesto estremo, tuttavia, sottoposta come avviene di routine ad una valutazione di carattere psicologico/psichiatrico al momento del suo ingresso nell’istituto di pena, si è evidenziata la necessità di un sostegno derivante da una sindrome depressiva della stessa.

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L’episodio tragico rende di assoluta attualità ed emergenza la questione dei nidi all’interno dei penitenziari e ci si chiede se sia sempre possibile, eccezion fatta per alcuni gravi reati, garantire alle madri di bambini che abbiano un’età inferiore ai tre anni, delle misure alternative alla pena, o ancora la possibilità di essere ospitate in strutture specializzate per accoglierle.

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Nel luglio dello scorso anno è nata nella capitale “La casa di Leda”, una struttura che occupa due edifici in zona Eur confiscati alla mafia e destinata ad ospitare le mamme detenute ed i loro piccoli, affinché questi ultimi possano trascorrere i primi anni di vita in un ambiente protetto, sereno e principalmente diverso dal carcere.

Guglielmo Muntone, responsabile della casa di Leda, nella convinzione che qualsiasi bene sottratto alla criminalità organizzata debba essere riconvertito in iniziative di pubblica utilità, ha fortemente voluto la struttura il cui nome nasce in onore di Leda Bolognini, partigiana, mondina, parlamentare, sindacalista, volontaria in carcere per i diritti degli ultimi e per ottenere una legge affinché i bambini non varcassero mai più la porta di una prigione.

La detenzione, all’interno del penitenziario, di bimbi piccolissimi determina un trauma che segnerà la loro esistenza, basti pensare che “cella”, “serratura”, “chiave” e “guardia”, sono le prime parole che essi pronunciano; ciò è contro i più elementari diritti umani, specialmente quelli stabiliti nella convenzione ONU che tutelano i bambini.

Iniziative come questa sarebbero da incentivare su tutto il territorio perché, qualora il reato lo consenta, sempre più mamme ed in particolar modo sempre più bimbi in tenerissima età possano trascorrere il tempo necessario in strutture diverse dal carcere che, tuttavia, abbiano la stessa funzione riabilitativa prevista dalla detenzione negli istituti di pena.

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Quanto all’episodio di cronaca avvenuto a Rebibbia, si continuerà ad indagare sulle motivazioni all’origine del gesto estremo. In carcere si sono recati il guardasigilli Alfonso Bonafede ed il procuratore aggiunto Maria Monteleone, coordinatore del pool dei magistrati che si occupa dei reati sui minori e che guiderà l’inchiesta, avviando un’indagine per omicidio e tentato omicidio.

Lucia D’Amore

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