Ritrovato nel Maryland l’Otello e Desdemona di Chagall

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New York, 1988. In un lussuoso appartamento dell’Upper East Side di Manhattan, Ernest e Rose Heller, due anziani e benestanti coniugi, trascorrevano le proprie giornate in compagnia delle più svariate e costose opere d’arte. Picasso, Renoir, Hopper… in casa Heller v’erano i quadri di molti dei più amati artisti di sempre; sarebbe stato difficile per chiunque, osservando quella collezione, non provare almeno un briciolo d’invidia al cospetto di tanta bellezza racchiusa in una sola casa. Eppure, tra le tante e prestigiose tele ve n’era una che per bellezza e unicità riusciva a spiccare su tutte le altre, un quadro che non mancava di essere notato neppure fra tanti capolavori: l’Otello e Desdemona di Chagall.

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Il dipinto risaliva al 1911, epoca in cui un giovanissimo artista di origini ebree aveva da poco abbandonato San Pietroburgo per rifuggire dal clima di antisemitismo che iniziava a dilagare in città. Il suo nome era Marc Chagall. Una volta a Parigi, egli dipinse questo piccolo quadro dai colori caldi e dalla presenza dominante dei due protagonisti della tragedia shakespeariana. Dominato da contorni indefiniti e astratti, il quadro risultò fin da subito essere una coerente testimonianza della tecnica e dello stile artistico che, già all’epoca, il pittore russo sembrava aver fatto propri.

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Un piccolo capolavoro del ‘900, di cui l’artista doveva andare profondamente orgoglioso. Eppure, per quanto un pittore possa amare la propria opera, dinanzi a una generosa offerta non può far altro che privarsene. È proprio per questo motivo che, intorno alla metà degli anni ‘20, Chagall venne costretto a vendere l’Otello e Desdemona a una rampante famiglia dell’alta borghesia statunitense, gli Heller.

Per oltre sessant’anni, l’opera venne gelosamente custodita nella prestigiosa collezione di famiglia, divenendo ben presto il fiore all’occhiello dei nuovi proprietari, i quali non se ne separarono mai se non per delle mostre di particolare rilievo, come l’esposizione dedicata ai maestri del XX secolo organizzata dal Kunsthaus di Zurigo.

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Non è dunque difficile immaginare lo sbigottimento e la disperazione degli Heller quando una mattina, tornando a casa dopo una breve vacanza, scoprirono che il quadro era misteriosamente scomparso.

Immediatamente, la polizia avviò delle accurate indagini in tutto il Paese, al punto che l’episodio divenne in breve tempo centrale nella cronaca locale e nazionale dell’epoca. Eppure, per oltre trent’anni non si è avuta alcuna notizia del quadro, al punto che i due coniugi newyorkesi hanno abbandonato questa terra senza poter rivedere per un’ultima volta il proprio amato “Otello e Desdemona”.

cms_8936/5.jpgEbbene, nella giornata di venerdì è finalmente emersa la verità su questa enigmatica vicenda. Il quadro era stato rubato da un operaio locale che, essendo stato incaricato dagli Heller di svolgere alcuni lavori in casa propria, aveva libero accesso all’appartamento. Un giorno, approfittando dell’assenza dei proprietari, l’operaio aveva sottratto non solo il capolavoro di Chagall, ma anche altri oggetti di minor valore per una refurtiva totale stimabile intorno ai 750.000 dollari.

È stata una rapina organizzata (…), l’inchiesta sugli altri dipinti mancanti continuerà” ha dichiarato Marc Hess, dipendente dell’Fbi specializzato nel recupero di oggetti d’arte rubati.

Il ricettatore, risiedente al momento nello stato del Maryland, doveva avere indubbiamente l’intenzione di rivendere l’opera al miglior offerente. Eppure, forse per la propria inesperienza o forse per ragioni che tutt’ora non sono state del tutto chiarite, non è riuscito a trovare neppure un acquirente credibile per l’Otello e Desdemona. Il quadro è dunque rimasto nascosto all’interno di una scatola di legno nella soffitta del rapinatore per tutto questo tempo.

cms_8936/6.jpgVenerdì mattina il malvivente ha finalmente confessato il proprio crimine restituendo il maltolto, forse spinto più dalla rassegnazione di non essere in grado di monetizzare dalla vendita dello stesso piuttosto che da un sincero scrupolo di coscienza. Nei prossimi giorni, il quadro verrà restituito agli eredi della famiglia Heller, i quali tuttavia hanno già fatto sapere che, a differenza dei loro familiari, non hanno alcuna intenzione di conservarlo ma preferiscono venderlo all’asta. I proventi? Verranno utilizzati per rimborsare le agenzie assicurative, le quali trent’anni fa spesero un occhio della testa per ripagare la famiglia del furto subito. E poi, se avanzeranno altri soldi, verranno integralmente devoluti in beneficenza a svariate associazioni senza fini di lucro attive nel settore culturale.

Infine, in molti si staranno chiedendo cosa ne sarà del ricettatore che nel 1988 ha dato il via a questa grottesca vicenda. La verità è che non sconterà nemmeno un giorno di carcere. La legge statunitense, infatti, prevede dei tempi di prescrizione molto stringenti sia per il reato di furto che per quello di ricettazione; tempi che, evidentemente, sono già trascorsi…

Siamo tutti estremamente lieti del fatto che il quadro sia stato finalmente restituito ai suoi legittimi proprietari. Giunti a questo punto, tuttavia, è inevitabile provare un po’ di rammarico per la brusca separazione dal proprio dipinto cui gli Heller sono stati costretti. Talvolta tendiamo a supporre che l’affetto provato nei confronti di un oggetto sia qualcosa di sterile e d’inutile rispetto all’affetto che dovremmo nutrire nei confronti degli esseri umani. Eppure, chiunque abbia mai amato o posseduto un’opera d’arte sa quanto sia semplice provare un senso di libidine e di meraviglia nell’osservarla; e, di conseguenza, sa anche quanto possa essere difficile vedersela sottrarre da un giorno all’altro. È per queste ragioni che da una simile vicenda di cronaca non possiamo che trarre un profondo senso di amarezza e di rimpianto per quanto accaduto.

Gianmatteo Ercolino

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