SE BASTASSE UNA CANZONE

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Tristezza per favore va via” cantava la brava Ornella Vanoni in una bella e malinconica canzone incisa nel lontano 1967, invitando questo stato d’animo poco gradito a prendere l’uscio auspicando il ripristino immediato ad uno stato di serenità (e magari fosse facile).

A beneficio della malinconia il passato vede nel Crepuscolarismo una schiera di poeti e letterati godere di emozioni negative, tanto da tradurle in bellissimi versi; seppure nella metafora della malinconia predominino i toni tenui e smorzati di quei cantori che non avevano emozioni particolari da cantare, forse perché un po’ vuoti e un po’ tristi. Noi che amiamo la luce del sole non gradiamo che la malinconia ci accompagni nelle nostre giornate, perché dal punto di vista medico corrisponde ad una vera e propria problematica dell’anima, che rende tutto quello che nasce dalla luce e dal bello difficile o impossibile da raggiungere, senza poter godere le cose della vita con un po’ di leggerezza. Ippocrate definiva la malinconia bile nera, e infatti si tratta di rabbia repressa e stagnante che procura sofferenza ed è un’altra faccia della rabbia, laddove la nostra personalità si rammarica che le cose non siano andate come volevamo. Nei malinconici vi è una grande dose di grandezza o infantilismo, predisponendosi anche verso una ricerca di attenzione.

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La filosofia buddista ci insegna che ogni cosa è impermanente, temporale ed illusoria.

Nel buddismo si rifugge dall’attaccamento pertanto potremmo definire il malinconico un prodotto della civiltà occidentale in quanto il malinconico vorrebbe tenere tutto a sé, attaccato al possesso in modo esasperato e poiché pauroso e suscettibile, guarda la vita come da dietro una finestra dai vetri appannati.
La persona malinconica ha inoltre una sorprendente forza con cui cerca di piegare la vita degli altri verso le proprie credenze ed è anche subdola, capace di avvelenare la vita di chi gli sta accanto, fino a svilirlo e a renderlo solo e triste. La malinconia viene associata solitamente a quei soggetti innamorati e delusi che con fiumi di lacrime e pensiero ossessivo sull’amore perdutoe insostituibile, si cullano nel dolore e diventano infelici. Questi sono alcuni dei sintomi della malinconia d’amore, già trattati in un passato lontano da sapienti medici arabi e successivamente da Sigmund Freud. La malinconia d’amore è così potente perché ad essa diamo ampio spazio per esistere e cibo di cui nutrirsi fatto di ricordi o situazioni mai vissute, che rendono mitico l’amore smarrito.
Ma in fondo la malinconia è “ciò che resta dell’amore” attraverso i ricordi in cui si vive lieti di crogiolarsi, unitamente ad un senso di struggimento.

Ma della saggezza dell’Oriente dovremmo fare tesoro e lungi dall’attaccamento dei ricordi che fanno parte di un patrimonio diventato polvere, bisogna trarre la forza per guardare avanti e vivere quello che di più prezioso abbiamo.

Se bastasse una canzone pertanto, non esisterebbe né malinconia né tristezza. Forse sarebbe utile recitare un bellissimo mantra preso a prestito dai buddisti: om mani padme hung (il gioiello che c’è in me), perché nessuno merita attenzione quanto la preziosità contenuta nell’animo di ciascuno di noi.

Susy Tolomeo

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