STORIE DAL PIANETA TERRA

LA LUPA MANNARA DI POSILLIPO

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Licantropo, parola che deriva dal greco λύκος lýkos, "lupo" e ἄνθρωπος ánthropos, "uomo". Un termine che tutti conoscono, anche nella forma lupo mannaro, derivante invece dal latino volgare lupus hominarius, cioè "lupo umano" o "lupo mangiatore di uomini". Un mito che affonda nella notte dei tempi, dall’Anubi egiziano alle proprietà mutaforma di Zeus, fino allo sciamanesimo del nord Europa e a quello dei nativi americani. In molti ricordano ancora il caso della belva del Gevaudan, che terrorizzò l’area centro meridionale della Francia nella seconda metà del 1700, e che secondo alcuni non era che un licantropo. Ed anche in Italia ci sono stati casi noti di licantropia, tra cui uno molto famoso riguardò il licantropo di Villa Borghese.

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Erano gli anni ‘50 del secolo scorso, ed a Roma viveva Pasquale Rossi, un ragazzo come tanti che, nelle notti di luna piena, veniva assalito da una smania incontrollabile di correre sull’erba, acquisendo grande forza e provando l’impulso di ululare quando trovava una fontana in cui si rispecchiava la luna. Ma non solo lui visse a Roma in quegli anni, infatti il caso più noto è forse quello di Iolanda Pascucci. Una donna nata appunto a Roma nel 1921, che dall’età di 12 anni iniziò a provare, nelle notti di luna piena, dei sintomi che la segnarono a vita. Infatti in quelle occasioni l’arsura la devastava, la gola diveniva secca, e gli occhi le fuoriuscivano dalle orbite, conferendole una immagine da folle. Inoltre i suoi gemiti, i lamenti, sembravano provenire dal torace, come se non fosse lei ad emettere grida ma qualcosa dal suo interno spingesse per uscire. Fortunatamente, crescendo, le crisi si attenuarono, e Iolanda pensò di poter vivere una vita normale, senza doversi più nascondere dalle persone, dal mondo. Così prese marito, un musicista, e diede al mondo due figli. Anni felici in cui poté dedicarsi a ciò che le piaceva, alla famiglia, e nessuna delle persone che aveva accanto si accorse di nulla. Finché, una notte, le crisi tornarono. Come farsi vedere in quello stato? Come spiegare ciò che stava accadendo? Quei tratti del volto deformati, quel suono simile ad un ululato, la necessità di bere senza ritegno attaccandosi al rubinetto.

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Così Iolanda quella notte uscì e passò la notte fuori, nascosta. Ma poi, una volta tornata a casa, dovette rivelare tutto alla sua famiglia, per non dar adito a pensieri torbidi. Ed il marito le stette accanto, la portò ad effettuare analisi, cure, rimedi medici e non solo. L’unica proposta che non accettò fu l’internamento in manicomio, e così, in accordo con il marito, si trasferì a Posillipo, perché qualcuno aveva suggerito l’ipotesi che l’aria di mare avrebbe potuto mitigare gli effetti di quella disgraziata malattia, o meglio di quella maledizione, come qualcuno qualcuno l’aveva chiamata. Ma neanche vicino Napoli la povera Iolanda poté trovare la pace che cercava, poiché una notte ebbe una crisi mentre era in mezzo alla gente, forse una passeggiata al chiaro di luna la tradì, e venne tratta in arresto, trasferita direttamente al manicomio, l’Ospedale degli Incurabili, in attesa delle crisi legata al letto di legno.

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Il manicomio era proprio il luogo dove lei non voleva finire, che aveva rifiutato come proposta. Ma Iolanda non era matta, e neanche rassegnata, pertanto riuscì a scappare, lasciandosi alle spalle la vita passata, quella desiderata, il marito ed i figli, perdendosi nella notte oscura, dove nessuno la trovò più. Anche perché, in quegli anni in bianco e nero, Iolanda era consapevole delle leggende che ancora circolavano, e di cosa la gente dicesse a proposito dei licantropi. Andavano uccisi, e bruciati, perché solamente in quel modo l’anima dell’essere umano si sarebbe potuta liberare, e soltanto in quel modo la gente sarebbe stata salva dal contagio della maledizione. Il fuoco dell’ignoranza avrebbe estirpato il male dal mondo, e poco importava se a perdere la vita sarebbe stato un innocente, bisognava uccidere il mostro. Iolanda cadde nel dimenticatoio, ed il suo nome oggi è noto solo a chi ricorda le cronache del passato. Chissà cosa avrà passato, come avrà terminato la sua vita quella donna, in fuga dalla civiltà in un’epoca in cui le leggende ancora sovrastavano la scienza. Il mostro aveva lasciato Posillipo, ma in realtà i mostri erano tutti al sicuro nelle loro case.

Paolo Varese

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