STORIE DAL PIANETA TERRA

COSA ACCADDE AL PASSO DJATLOV?

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Se un alpinista si recasse oggi sui monti Urali, dal lato del versante orientale del Cholatcachi - ossia la montagna dei morti in dialetto Mansi - non troverebbe traccia di quanto avvenne molti anni fa, nel 1959, prima che il passo tra quelle montagne venisse ribattezzato Passo Djatlov. Era il 2 febbraio quando una comitiva di ragazzi tra i 20 ed i 23 anni, studenti al Politecnico degli Urali, decise di accamparsi per la notte, durante una escursione con gli sci di fondo attraverso gli Urali. Il capo della comitiva era Igor Alekseevic Djatlov, sciatore esperto. Da Ivdel, l’ultimo paese abitato prima delle zone montane, in cui il gruppo era arrivato il 25 gennaio, i ragazzi iniziarono la loro spedizione, tutti tranne uno, costretto a rinunciare perché improvvisamente indisposto. 9 individui, 8 ragazzi e 2 ragazze, tutti con molta esperienza alle spalle ed entusiasmo da vendere, alla conquista di paesaggi montani aspri, desolati, maestosamente immensi.

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Arrivarono al passo tra le montagne il 1° febbraio, ma le condizioni climatiche avverse li costrinse ad accamparsi sul pendio della montagna. Da quel momento non si ebbero più notizie del gruppo, che avrebbe dovuto telegrafare l’arrivo a destinazione il 12 febbraio, al massimo. Solamente il 20 febbraio partì un primo gruppo di soccorritori volontari, ed in seguito vennero coinvolte anche forze dell’ordine ed esercito. Il 26 febbraio fu ritrovata la tenda, ancora montata, seppur danneggiata, e poi le impronte, conservate nella neve compatta. I soccorritori trovarono prima due corpi, scalzi ed in biancheria intima, e poi altri tre, tutti nei pressi di un grande cedro sotto cui si vedevano i resti di un fuoco. Gli ultimi 4 corpi vennero ritrovati il 4 maggio, sepolti sotto la neve, a 500 metri dal cedro. Le prime indagini sui resti conclusero che i giovani erano morti a causa di ipotermia, però poi l’autopsia sugli ultimi corpi ritrovati rimise tutto in dubbio, poiché uno dei giovani aveva una frattura cranica e altri due la cassa toracica schiacciata. La forza necessaria per un gesto simile, secondo il medico competente, era paragonabile a quella sviluppata da un veicolo in movimento durante un incidente stradale, oltretutto senza avere ferite esterne. Si pensò anche ad una aggressione da parte di tribù indigene, all’epoca dei fatti ancora presenti, ma la mancanza di altre impronte e la mancanza di segni di colluttazione confutò quella ipotesi. Ulteriore stranezza era la mancanza di vestiti, che unita alla lacerazione della tenda dall’interno, come se ci fosse stata una fuga improvvisa, creò forti perplessità in chi indagava. L’inchiesta, dichiarata conclusa nel maggio 1959, terminò con la dichiarazione di vittime a causa di una irresistibile forza sconosciuta, senza colpevoli. Ma qualcuno, specialmente gli esperti forensi, non concordarono con le conclusioni, poiché secondo loro erano state tralasciati alcuni aspetti non marginali, tra cui l’elevata radioattività presente sui vestiti, senza che fosse presente alcuna fonte radioattiva in zona, ed inoltre il colorito della pelle delle vittime, molto intenso, come se fossero stati esposti ad una fortissima luce. Non venne tenuta in considerazione la testimonianza di altri escursionisti, che erano distanti circa 50 km dalla zona, i quali riferirono di aver avvistato alcune sfere arancioni sorvolare la zona. Le autorità militari in seguito dichiararono che si trattava di missili balistici sperimentali.

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Il rinvenimento di rottami metallici nelle aree circostanti fece anche ipotizzare un coinvolgimento, con relativa insabbiatura del caso, da parte dell’esercito, ma non si poté dimostrare nulla in tal senso. Per quanto riguarda la mancanza di indumenti, in molti sono ricorsi alla teoria dell’undressing paradossale, ossia la necessità di spogliarsi al sopraggiungere della ipotermia: si avverte molto calore e ci si spoglia in preda al delirio. Ciò che però non è mai stato spiegato in modo esaustivo è il mistero delle sfere arancioni oltre alla traccia di un fuoco acceso sotto il cedro. Un investigatore chiese in dettaglio ai testimoni un resoconto circa le famose sfere, e questi dichiararono che non seguivano una traiettorie definita ma si muovevano con moto circolare, quindi non come dei missili, a differenza di quanto suggerito dall’esercito. Ed inoltre, se l’undressing paradossale parla di delirio, l’accensione di un fuoco conferma senza dubbio il pieno possesso delle facoltà mentali. In realtà il troppo tempo passato ha intorbidito le acque, rendendo di fatto impossibile trovare una spiegazione, a meno che qualcuno non tiri fuori le carte ed i documenti che, si dice, siano stati messi al sicuro in un luogo apposito. Il mistero del Passo Djatlov resterà tale a lungo, e noi continueremo a credere ad una disgrazia.

Paolo Varese

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