STORIE DAL PIANETA TERRA

La bella e la bestia: quando la realtà incontra la fiaba

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Conosciamo tutti la fiaba de La bella e la bestia, anche grazie alle numerosi versioni cinematografiche. Bella, figlia del re dell’Isola Felice, viene rapita da una strega, invaghita di suo padre, e nascosta, spacciata per la figlia di un commerciante. Il principe invece, la bestia, non aveva mai potuto ricevere l’amore dei propri genitori, morti precocemente, ed era stato trasformato in una bestia orribile da una fata, che, rifiutata, aveva deciso che nessun altra donna lo avrebbe mai avuto.

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Successivamente la storia è stata modificata, ripresa, alcuni particolari omessi, altri esaltati. Non se ne conosce neanche la data esatta di pubblicazione, e pur riprendendo alcune fiabe di Esopo e Apuleio, in realtà la prima versione di una storia del genere sembra essere stata scritta da un italiano, Giovanni Francesco Straparola, nel 1550. Ma, forse, la realtà potrebbe essere diversa, e l’origine del racconto celarsi dietro il nome di Petrus Gonsalvus. Questi era un nobile, figlio del re di Tenerife, nelle Canarie, ma dopo la conquista dell’isola da parte degli spagnoli, all’età di 10 anni, nel 1547, venne portato alla corte di Enrico II di Francia, dove suscitò enorme scalpore. La particolarità di Petrus era l’essere affetto da ipertricosi: aveva il volto, il dorso e il torace interamente ricoperti di peli rossicci, così come traspare anche dai pochi dipinti che lo ritraggono.

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Quando aveva già compiuto 36 anni, la regina Caterina de’ Medici volle tentare un esperimento: lo fece fidanzare con una sua damigella d’onore famosa per la bellezza, Catherine. In pochi erano disposti a scommettere sulla durata del rapporto tra quell’uomo, dal volto così spaventoso, e la ragazza, ma i fatti diedero torto agli scettici. Petrus infatti era una persona colta, gentile, dedito alle scienze umanistiche e allo studio del latino; così, il suo animo fece presa sulla giovane Catherine, tanto che la coppia ebbe 6 figli, 4 dei quali affetti, come il padre, da ipertricosi. Don Petrus - il titolo “don” gli venne concesso in quanto di nobili origini - divenne ben presto uno dei personaggi più noti dell’Europa del tempo, e particolari circa la sua esistenza si trovano anche in alcune raccolte presso gli Archivi Vaticani. Alla morte di Caterina de’ Medici, Petrus e la famiglia si recarono dapprima presso la Corte di Ferruccio Farnese, a Parma, dove una delle sue figlie, Antonietta, venne donata come dama di compagnia ad Isabella Pallavicini, che a Bologna la fece studiare dal famoso naturalista Ulisse Aldrovandi. Il figlio maggiore, Enrico, anche egli affetto dal disturbo del padre, venne mandato a Roma, da Oreste Farnese, che insisteva per avere a corte uno dei “pelosi”. Col tempo Enrico riuscì a farsi benvolere, ed ottenne dalla famiglia Farnese un vitalizio ed una proprietà a Capodimonte, sul lago di Bolsena, dove riunì tutta la famiglia, compreso l’ormai anziano Petrus, el Hombre Lobo Canario, che all’età di 81 anni si spense.

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Forse la fiaba prese spunto dalla vicenda di Petrus, o forse no; fu solamente uno dei molti casi in cui la fantasia supera la realtà, ma l’insegnamento che si può trarre da questa vicenda ricorda molto da vicino quanto scritto da Antoine de Saint-Exupèry nel suo immortale capolavoro, “Il piccolo principe”. Egli scrisse infatti che “l’essenziale è invisibile agli occhi”, ed è proprio scegliendo di non guardare con gli occhi ma con i sentimenti che Catherine, dopo l’iniziale svenimento alla vista del suo futuro marito, trovò una personalità sensibile, un marito affettuoso, un compagno premuroso. Non era il principe azzurro, ma il suo bacio d’amore diede vita a un sogno che durò tutta la vita.

Paolo Varese

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