Scandalo tangenti Eni in Congo

Arriva la risposta della Marcegaglia

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Com’è risaputo, l’Eni non è una società come tutte le altre. Il suo valore non è solo di natura economica, né si può pensare che la sua importanza derivi esclusivamente dalle sue risorse o dalla sua storia. Fin dalle origini, viceversa, è sempre stata un’azienda dall’incommensurabile valore strategico per il nostro Paese, al punto che, in passato, molte fonti (tra cui l’allora presidente del consiglio Matteo Renzi) hanno asserito che il suo campo d’interesse si estendeva addirittura al ramo spionistico.

cms_9183/2v.jpgVa da sé che qualunque vicenda giudiziaria arrivi a coinvolgere l’Eni, indirettamente, rappresenti anche una minaccia per l’onorabilità dell’Italia nel mondo, nonché per la sua credibilità in termini di politica estera. In altre parole, non vi è da stupirsi se qualunque vicenda che, per quanto ancora piena di misteri e di domande senza risposte, giunga a riguardare l’Eni, interessi inevitabilmente da vicino milioni di italiani.

Negli ultimi giorni, un’accusa particolarmente significativa ha coinvolto l’azienda italiana e i suoi rapporti con una delle nazioni più corrotte e più problematiche al mondo: il Congo. Una terra bellissima e piena di risorse, ma al contempo ricca da ormai tempi immemori di una serie di contraddizioni e di cattivi governi che l’affliggono e le impediscono di crescere come meriterebbe.

Secondo la procura di Milano, l’S.p.a. italiana avrebbe ottenuto dal governo congolese concessioni petrolifere dal valore di oltre 350 milioni di euro, in cambio di una serie di benefici che avrebbero dovuto interessare importanti esponenti del medesimo governo. Com’è ovvio, tali benefici non potevano riguardare una tradizionale e rude tangente, ma piuttosto dovevano consistere, sempre secondo i sospetti della procura, in una serie di finanziamenti velati e più o meno occulti. Nel mirino, in particolare, la figura di Denis Gokana, consigliere fidato del presidente Nguesso, il quale, attraverso un’azienda da lui guidata, la African oil and gas corporation, sarebbe stato coinvolto nei lavori ottenendo così una quota pari a circa il 10% del valore totale dei contratti.

La procura guarda con sospetto anche alla figura di Roberto Casula, un manager italiano al quale potrebbe essere riconducibile un’altra azienda che dal 2013 al 2015 avrebbe preso parte in maniera alquanto losca alle operazioni, la wnr-World Natural Resources. La società britannica sarebbe stata utilizzata dal governo congolese come copertura per ricevere una parte delle tangenti senza destare alcuna attenzione. Il legame tra Casula e il governo congolese sarebbe stato a sua volta rafforzato da un anello di congiunzione con un nome, un cognome e un ruolo ben preciso: Maria Paduano, dirigente Eni. Proprio la Paduano, sia detto di sfuggita, ebbe anche in seguito modo di stringere una serie di affari con la figura di Casula, sia pur in circostanze assai differenti.

Infine, è da poco trapelata l’indiscrezione secondo cui Luigi Zingales, economista ed ex membro del consiglio d’amministrazione dell’Eni, si sarebbe dimesso dallo stesso proprio in seguito a delle divergenze con i suoi colleghi riguardanti la questione congolese.

Ad ogni modo, venerdì mattina è finalmente arrivata la risposta ufficiale dei vertici dell’Eni, i quali hanno prima di tutto confermato di aver ricevuto una richiesta di consegna dei documenti da parte della procura in relazione al dossier africano, ed hanno subito asserito di non aver mai avuto alcun coinvolgimento con la world natural resources o con nessuna delle altre “società schermo” (società che hanno come fine quello di agevolare l’evasione fiscale, la corruzione o qualunque altro reato finanziario). “Come sempre, la società continua a fornire alla magistratura la massima collaborazione affinché possa essere fatta chiarezza quanto prima sui fatti oggetto di indagini” ha dichiarato la Presidentessa dell’Eni Emma Marcegaglia, già in passato leader di Confindustria.

cms_9183/3v.jpgImmediatamente, l’opinione pubblica italiana si è divisa drasticamente sulla questione. Non sono in pochi a temere che le nuove indagini possano indebolire il ruolo dell’Eni e di conseguenza dell’Italia in Africa; alcuni sono perfino arrivati a sostenere che la procura di Milano avrebbe dovuto, contrariamente ai propri doveri, lasciare che fosse la Repubblica Democratica del Congo a fare giustizia… ammesso che la magistratura congolese fosse in grado di far luce su una vicenda così intricata. In questo modo, quantomeno, avremmo evitato di dare l’impressione di essere un Paese disunito e privo di fiducia nelle proprie stesse aziende. Molti osservatori, forse spinti da un eccessivo pragmatismo, sostengono infatti che quant’anche l’Eni si fosse macchiata delle colpe imputategli, non sarebbe tuttavia peggiore di numerose aziende petrolifere straniere che operano a propria volta in Africa con metodi non più trasparenti rispetto a quelli dell’Eni.

Al contempo, tuttavia, occorre ricordare che qualora i reati in questi fossero accertati, la propria gravità non consisterebbe solo nell’atto in sé della corruzione, ma nel fatto che tale corruzione ha coinvolto uno dei governi più violenti e più sanguinari al mondo; tutte colpe delle quali, entrando in affari con Nguesso, inevitabilmente l’Eni si sarebbe resa complice.

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Ma soprattutto, occorre doverosamente sottolineare che non ha alcun senso parlare di accoglienza o di politiche d’immigrazione basate sulla tolleranza e la solidarietà verso i popoli africani, se poi, una volta in Africa, le aziende italiane ed europee compiono azioni deplorevoli che, ovviamente, contribuiscono in maniera significativa al degrado e alla povertà di tali terre.

Gianmatteo Ercolino

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