Si continua a sperare per la piccola Nadia

Scaraventata dal padre giù dal 3° piano a sei anni: quando il “lupo cattivo” è in famiglia

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L’episodio di cronaca risale allo scorso 7 ottobre, all’ora di pranzo. Un pranzo domenicale terminato in tragedia.

Nadia ed Alessio sono due fratellini affidati in custodia ai nonni paterni; ai loro genitori è stata tolta la patria potestà. Una storia di degrado economico e culturale, come tante nel rione periferico della città.

Siamo a Taranto, nel quartiere Paolo VI, periferia nord.

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Palazzi enormi, caseggiati anonimi, tutti uguali: case povere di povera gente.

Alessio per primo ha subìto un accoltellamento che gli costerà 15 giorni di permanenza in ospedale.

Giulia, seduta sul divano, oggetto della furia paterna, è stata scaraventata giù dal balcone, da quel padre a cui non è stata riconosciuta la capacità genitoriale. La piccola lotta tra la vita e la morte: i due delicatissimi interventi a cui è stata sottoposta accendono soltanto una flebile speranza, pur permanendo estremamente critiche le sue condizioni.

L’episodio non è isolato, poiché le liti che in famiglia sfociano in tragedia sono all’ordine del giorno. Spesso hanno come conseguenza omicidi, il più delle volte compiuti con efferatezza.

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Non importa quale sia il vincolo di parentela, anzi, le statistiche dimostrano che il grado di parentela è direttamente proporzionale alla violenza perpetrata: più è stretto il vincolo, più sono crudeli le azioni compiute.

Circa il contesto, non vi è una regola fissa: il titolo di studio o l’agiatezza economica non preservano dalla violenza domestica e molti episodi avvengono in nuclei familiari “insospettabili”. Neanche l’esser “sani di mente” è una garanzia: il famoso interruttore può azionarsi in qualsiasi momento, anche negli “insospettabili”. La causa scatenante è quasi sempre la gelosia, non solo nei confronti del partner ma anche verso i figli.

Quel che accomuna queste azioni che spesso sfociano in efferati delitti, è l’errata convinzione che le persone che amiamo, siano di nostra proprietà; ritenendo inoltre che siano oggetti, in essi non riusciamo a percepirne i sentimenti, la dignità e l’inviolabilità in quanto persone.

Diventano bersaglio per sfogare la propria rabbia, armi per ricattare.

L’autore di questi gesti estremi entra nella convinzione che le persone che crede di amare non possano vivere in altri contesti o instaurare un rapporto con chiunque altro.

Stessa cosa dicasi per i minori: i propri figli sono considerati oggetti di proprietà, dei quali, ahimè, si può fare quel che si vuole, anche scaraventarli giù dal balcone.

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Un primo importante passo è la prevenzione: la scuola e tutte le agenzie educative giocano un ruolo chiave nell’insegnare ad amare e a saper riconoscere i sentimenti buoni da quelli nocivi.

Potrebbe non bastare, ma è un primo passo per preservare vittime innocenti dagli attacchi di quel “lupo cattivo” che abbiamo imparato a conoscere nelle fiabe, ma che da quel che sembra, alberga nelle nostre case.

Nelle nostre famiglie, anche quelle più insospettabili.

Lucia D’Amore

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