Si ribella al padre

Spedito in Bangladesh dodicenne nato e vissuto Montecchio Maggiore

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«Aiutami, sono a Dubai e mi stanno portando in Bangladesh!». È stato questo l’ultimo, inquietante messaggio Whatsapp inviato da un ragazzino di dodici anni, a un amico.

Oggi tocca a quest’adolescente, Mohamed, nome di fantasia, fare i conti con dei genitori che mal tollerano l’integrazione del proprio figlio nato e cresciuto a Montecchio Maggiore, in provincia di Vicenza.

La famiglia è arrivata in Italia ventitré anni fa, ma, di fatto, non si è mai del tutto integrata nel nostro Paese. I genitori di Mohamed parlano con difficoltà la lingua italiana e di certo non accettano che il loro figlio si adegui alla cultura occidentale. Per il padre non è concepibile che un adolescente metta in discussione regole, tradizioni e religione.

L’inferno quotidiano dell’adolescente è in parte racchiuso nei suoi temi scritti in classe: «Quando ritorno a casa, loro mi picchiano» «È ingiusto essere maltrattati da tuo padre e da tua madre, subire insulti per ragioni sciocche o perché non appoggi la loro religione». In un altro scritto, di settembre, Mohamed racconta di quel padre che «ha iniziato a picchiarmi sulla testa, sulle braccia, sulla mascella e sulla schiena» e di sua madre che non è intervenuta a difenderlo «dandomi la colpa di aver fatto rumore».

Di certo i tornei di scacchi, la musica rap, le uscite serali con gli amichetti del ricreatorio e, soprattutto, l’idea di proseguire negli studi e magari, un giorno, di laurearsi, dovevano rappresentare un serio pericolo per i suoi genitori, ed è per questo che il padre non ha saputo fare di meglio che “spedirlo” con la madre e i due fratelli più piccoli, in Bangladesh, lontano dalle tentazioni. Oggi, suo padre ammette di non sapere «se potrà mai più tornare in Veneto: qui è in pericolo».

Di certo non è la prima volta che si assiste a scontri generazionali che si concludono con risvolti drammatici, del resto i conflitti generazionali sono sempre esistiti in tutte le epoche storiche e si concretano essenzialmente in un acceso confronto dialettico tra genitori e figli. Tuttavia in questo caso, nella drastica decisione di allontanare Mohamed dall’Italia, sembrano essere intervenuti anche altri fattori, più terra, terra, riconducibili a un senso di inadeguatezza vissuto dal padre che si è sentito probabilmente scavalcato, forse addirittura sostituito come figura genitoriale dal vicino di casa, Giancarlo Bertola.

L’uomo, un architetto poco più che cinquantenne è un vicino di casa, nonché il padre di un ragazzino nato con una disabilità che gli impediva di parlare. I due coetanei frequentavano la stessa scuola. All’inizio anche Mohamed aveva difficoltà linguistiche, non conosceva l’italiano, ma fin da subito i due amici comunicano tra di loro e ben presto, diventano inseparabili dando così origine a un bel rapporto di amicizia.

Mohamed, con l’aiuto del papà del coetaneo che lo segue nei compiti, diventa bravissimo a scuola. Da lui riceve in regalo libri e spesso con i fratelli, vanno tutti insieme in pizzeria.

Questo legame non viene però visto di buon occhio dai genitori di Mohamed che volevano per lui un futuro diverso da quello che si andava profilando.

«Il futuro che gli hanno destinato i suoi genitori non comprende istruzione e divertimento, finito l’obbligo scolastico avrebbe subito dovuto lavorare. Così iniziano a detestare lui e me» rivela Bertola «All’inizio veniva a giocare con mio figlio, poi ha cominciato a confidarsi con me, a parlarmi di Eminem, dei cantanti della sua generazione, e di tutti quegli argomenti che in casa non poteva affrontare».

Questa condizione è diventata a un certo punto assolutamente inaccettabile per il padre di Mohamed che ha cominciato a vederlo come l’origine di tutti i suoi guai. «Quell’uomo gli ha fatto il lavaggio del cervello: ha plagiato mio figlio», assicura.

«Hanno iniziato a spuntargli i primi baffi, e un giorno se li è tagliati con il suo aiuto senza neppure chiedermi il permesso», racconta ancora incredulo.

«Non lo riconoscevo più – continua a lamentarsi l’uomo, rimasto solo nell’appartamento di Montecchio Maggiore - mio figlio era diventato irrispettoso, non faceva ciò che gli veniva detto. Un giorno è arrivato a mettere in dubbio l’esistenza di Allah, un’altra volta mi ha insultato. Purtroppo, me l’hanno rovinato...».

“Ora la mia famiglia è in Bangladesh. Lì sono al sicuro: Io e mia moglie abbiamo salvato i nostri figli».

Mohamed, a Montecchio, amava giocare a scacchi. Era un piccolo campione, vincitore di diversi trofei, conservati a casa di Bertola perché - diceva - i genitori non accettavano questa sua ostinazione a voler trascorrere il tempo libero in quel modo.

A differenza dei genitori, il dodicenne, è riuscito a creare solide relazioni all’interno della comunità nella quale ha vissuto dalla nascita e oggi, manca moltissimo sia ai giovani iscritti al locale circolo scacchistico, sia ai suoi compagni di classe che si preoccupano delle sue sorti e che si stanno mobilitando per riportarlo a casa.

Bertola, ha inviato il dossier del suo giovane amico al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella e al ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, «perché quei bimbi hanno la carta d’identità italiana e studiano nelle nostre scuole pubbliche, abbiamo il dovere di chiederci che ne è di loro». « L’ambasciata italiana a Dacca deve fare tutto il possibile per riportare a casa lui e suoi fratellini».

Non è possibile, ad oggi, conoscere la sorte che toccherà al dodicenne di Montecchio Maggiore. Di certo però, quando ci si ritrova a raccontare queste storie diventa inevitabile ricordare le tante storie di cronaca delle tante vittime di una mancata integrazione.

Si pensi a Sana Cheema, la ventiseienne, cittadina italiana da un anno (dopo quattordici di residenza a Brescia), strangolata nel suo villaggio natale in Pakistan, dove era stata inviata con una scusa e dove è stata brutalmente uccisa dal padre e un fratello che non accettavano che la ragazza avesse rifiutato il matrimonio combinato dalla famiglia e volesse sposare invece un altro coetaneo in Italia.

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Anche Sanaa Dafani, marocchina di 18 anni, è stata barbaramente uccisa da suo padre a Montereale Valcellina, in provincia di Pordenone, il 15 settembre 2009. Sanaa doveva essere punita perché voleva vivere all’occidentale e si era fidanzata con un giovane italiano, a sua volta ferito nell’estremo tentativo di difendere la ragazza.

Risale invece all’agosto del 2006 l’assassinio di Hina Saleem, ventenne pakistana, uccisa a Sarezzo (Brescia) dal padre Mohammed, che poi la seppellisce con la testa rivolta alla Mecca. L’omicida sarà condannato a trenta anni di reclusione; nelle motivazioni della sentenza Hina è riconosciuta vittima di un “possesso-dominio” da parte del padre che non accettava il suo stile di vita all’occidentale.

Quello che balza agli occhi è in effetti un forte scontro generazionale che vede la difficoltà di un’integrazione per quei giovani che, nel nome della cultura occidentale, invocano per sé libertà e decisioni impensabili dal punto di vista di genitori intransigenti e “all’antica”.

«Dobbiamo riuscire a scindere la cultura dalla religione e non sempre questo avviene» sostiene Yassine Lafram, coordinatore della comunità islamica di Bologna, quando riflette sul tema della questione generazionale dentro l’islam. «A volte alcuni codici culturali prendono una veste religiosa quando invece di religioso non hanno nulla. In realtà, se si parla di educazione dei giovani e di rapporto con le seconde generazioni, non possiamo permetterci ambiguità».

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Le difficoltà di una pacifica integrazione si acuiscono parlando di religione, eppure in molti stati, tra cui, l’Italia, mantenere un’identità religiosa è possibile finché non si va contro le leggi in vigore dello Stato.

Quello su cui si è cominciato a far luce è che ci sono, in sostanza, dei contesti familiari fuori controllo, con genitori protagonisti di aggressioni violente che nulla hanno a che fare con i costumi religiosi che dicono di professare.

È bene tuttavia precisare che stiamo parlando di casi assolutamente minoritari, circoscritti a certe situazioni e a determinati ambienti familiari, visto che la stragrande maggioranza delle famiglie trapiantate in Italia non solo è pacifica, ma è anche parte integrante della propria comunità e del proprio territorio.

Di certo molti comportamenti sono riconducibili anche all’estrazione sociale. Molte delle famiglie che arrivano in Italia provengono da situazioni rurali, dove vivono di stenti, da una realtà arretrata.

Il livello culturale di queste persone, che spesso non hanno mai frequentato le scuole, è bassissimo per cui per un genitore riesce davvero difficile comprendere le esigenze e i desideri che i loro figli esprimono crescendo in una realtà come quella italiana.

L’impatto non può che essere devastante.

In conclusione, assistiamo ancora oggi, sia nel mondo occidentale sia islamico, a una mancanza di dialogo con le nuove generazioni, l’incompatibilità tra visioni del mondo e persino tra vocabolari. Non possiamo fare altro che sperare che l’integrazione non continui a restare una parola, in realtà, priva del suo contenuto.

Gianmatteo Ercolino

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