Taranto, il caso Ilva

La valorizzazione della città passa per il MarTa

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Recentemente si è riacutizzata la polemica (che per Taranto è sempre stata viva) sulla vendita dell’Ilva al colosso Indiano AncelorMittal. Il vice premier Di Maio, nel chiudere definitivamente la partita ha ottenuto l’assunzione di 10700 unità su circa 14000 attualmente impiegati, stabilendo inoltre che la restante parte in esubero venga assistita grazie ad un efficace sostegno al reddito, successivamente impiegata in operazioni di bonifica (previste nelle ben 23000 pagine di contratto di vendita dello stabilimento industriale) ed ancora in un terzo momento reintegrata.

Soddisfatta solo una piccola parte della città, dal momento che la stragrande maggioranza dei tarantini (in particolar modo coloro i quali avevano riposto le speranze di chiusura dell’Ilva nel governo pentastellato), preoccupati a ragion veduta per la salute dei cittadini fortemente compromessa dall’azione inquinante dell’acciaieria, avrebbe auspicato la chiusura della stessa.

E i lavoratori? Secondo gli ambientalisti, le operazioni di bonifica successive alla chiusura sarebbero durate svariati anni per cui nessuno sarebbe stato licenziato e tutti avrebbero così avuto l’opportunità di concludere il proprio ciclo lavorativo.

I dati sulla salute a Taranto, come è noto, sono preoccupanti e la percentuale di incidenza di malattie tumorali è ben al di sopra della media nazionale.

In particolar modo il quartiere Tamburi, flagellato dalle polveri minerarie, è il più esposto al rischio di sviluppare patologie legate all’inquinamento, specie tra i più piccoli.

Secondo il vice Premier Luigi Di Maio, il contratto con AncelorMittal era blindato e, reso tale dal suo predecessore Carlo Calenda, non poteva esser modificato radicalmente. Ha così optato per un ampliamento del capitolo riguardante le misure per la salvaguardia dell’ambiente, inserendo alcune disposizioni fondamentali per rendere la produzione il meno inquinante possibile. Inevitabile lo scetticismo dei cittadini ionici, i quali, in qualche modo, si sentono traditi dal nuovo governo.

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Come se non bastasse, una nuova polemica si è abbattuta sul Ministro del Lavoro, il quale in un’intervista rilasciata a Rai Tre ha dichiarato che per risollevare Taranto è necessario valorizzare altri aspetti della città, principalmente il turismo e l’archeologia.

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Fin qui nulla da eccepire, fino alle parole pronunciate sui musei: secondo il vice premier non vi sarebbe nessun museo degno di rendere giustizia alla più estesa città della Magna Grecia, dimenticando l’esistenza del MarTa, la cui importanza è nota a livello internazionale.

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Prontamente ha replicato Eva Degli Innocenti, la direttrice del Museo che ospita i più importanti reperti archeologici dell’epoca magno-greca, tra i più apprezzati a livello mondiale, invitando il ministro del lavoro a visitare i due piani del MarTa.

Sorvolando sulla imprecisione del vice premier, apprezziamo l’impegno profuso affinché la città possa rifiorire percorrendo nuove strade e, come in questo caso specifico, migliorando quelle già avviate.

Lucia D’Amore

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