Telecom e Renzi non si parlano

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Non sembra vero. Il Renzi che conosciamo, Re dei social, e la Regina italiana delle comunicazioni, la Telecom, non si parlano tramite un semplice smanettare sulla tastiera o facendo precedere la chiacchierata da un “pronto?”. No, Re e Regina preferiscono parlarsi per interposta persona, usando i lavoratori del gruppo Telecom come messaggeri inconsapevoli e parti in causa di qualcosa che li coinvolge, naturalmente in senso negativo.

cms_2536/Renzi_seconda.jpgIl “dialogo” partì da Renzi nel maggio di quest’anno, quando in pompa magna il suo governo gridò al mondo il piano che stanziava 6,5 miliardi in cinque anni per la fibra ottica, attraverso l’Enel. Dai a qualcuno tutto ciò che di questi tempi fa mangiare, cioè denaro pubblico, e stai certo che qualcun altro, restando a bocca asciutta, inizia ad avere mal di pancia. Non solo: è chiaro che il mal di pancia di qualcuno è parte del piano, un piano che non è possibile svelare, perché il fulcro di questo piano è lo smagrimento della Telecom, cioè esuberi, solidarietà, cassa integrazione e tutta la costellazione di ammortizzatori sociali che vedono i lavoratori pagare sempre il prezzo di politiche industriali improvvide. Molto improvvide, visto che, per quanto riguarda la posizione del governo, essa fa saltare ogni residua regola del libero mercato, estromettendo di fatto la Telecom dal futuro.

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Presto detto, infatti, la Telecom, dopo qualche tempo di relativo silenzio, la settimana scorsa ha iniziato a parlare apertamente, ancora una volta in pochi anni, di esuberi per 1.700 unità, confermando la crisi dei call center, poco redditizi e da far confluire all’esterno del perimetro aziendale, in società create ad hoc (che poi, temo, termineranno nel peggiore dei modi). La cassa di risonanza di queste destabilizzanti notizie sono stati i lavoratori prima e i sindacati poi, chiamati a fare da “telefono” tra le parti, e si è arrivati ad oggi, davanti al Ministero delle Sviluppo Economico, con Telecom pronta a fare marcia indietro sui call center ma portando da 1.700 a 3mila unità gli esuberi.

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C’è da star certi che si arriverà a una “intesa” che si risolverà in una tarantella ballata sul bilancio pubblico, in realtà già programmata in partenza ma fatta apparire come il frutto di casuali incastri tra presupposti esterni, quali la crisi del settore (che in realtà ben si poteva sollevare facendo partecipare anche Telecom al gran banchetto della banda larga), e le “trattative” con i lavoratori, in realtà semplici vittime che non hanno effettiva possibilità di scelta, visto che l’alternativa che gli si pone è tra un licenziamento che si avvicina e un ammortizzatore sociale che lo allontana. Questa pantomima che usa i dipendenti per parlarsi di cose già decise in partenza non dovrebbe esserci. Ne guadagnerebbero tutti in trasparenza, in credibilità, e si risparmieranno i costi di incontri assolutamente inutili. E per risolvere brillantemente il problema, a Natale potremmo regalare a Re Renzi e alla Regina Telecom una splendida parure di telefonini, ovviamente made in Italy e con gestore la stessa Regina, con cui i Regnanti potranno comunicare e decidere direttamente tra loro, stando sempre vicini-vicini.

Nicola D’Agostino

Tags: telecom, esuberi,sciopero

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