Tre profezie per l’Occidente

Globalizzazione, dominio della tecnologia e crisi degli stati-nazione indeboliscono l’Europa vittima dell’incapacità delle élite, del populismo e dell’anti-politica

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Giulio Tremonti ha pubblicato un libro per l’editore Solferino intitolato “Le tre profezie”[1]. Il libro è composto da una introduzione e da quattro parti, per un totale di 172 pagine.

Introduzione. Tremonti nell’introduzione fa riferimento alle tre profezie che l’autore considera operanti nella contemporaneità e che fanno riferimento a Marx, a Goethe e a Leopardi. La prima profezia attribuita a Marx fa riferimento alla globalizzazione, all’interdipendenza universale che viene ad essere realizzata per il tramite del complesso sistema dell’evoluzione del capitalismo ed ai suoi corollari ovvero la tecnologia e la finanza. La seconda profezia richiama l’opera di Goethe nel Faust e si riferisce al fatto che l’essere umano ha venduto l’anima al mondo virtuale e digitale, e che l’uomo non è se in rete, nella determinazione di una cyber esistenza, che nella sua promessa di potere e di sapere in realtà riduce l’uomo ad uno schiavo nell’abisso dei dati.

La terza profezia si richiama alla critica leopardiana del cosmopolitismo universalista dell’impero romano come preludio alla caduta del potere della città eterna evocata come una possibilità per la globalizzazione tra melting pot, interculturalismo e sublimazione della cultura nella dimensione asettica della civilizzazione della mondializzazione. Tuttavia, nell’introduzione vi è anche il preludio ad un nuovo ordine, che viene preannunciato e che potrebbe essere una soluzione, al declinante decadentismo occidentalista volto alla via del tramonto.

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La prima profezia-Caos. La prima profezia, che viene ad essere attribuita a Marx, fa riferimento alla globalizzazione, all’interconnessione. Tuttavia si tratta di una tipologia di profezia della quale vengono posti in risalto le spinte in avanti e le cadute all’indietro, gli entusiasmi e le crisi, le promesse palingenetiche e le inevitabili sciagure. La globalizzazione infatti è un sogno antico della civilizzazione. Essa tuttavia ha vissuto una fase di rallentamento post crisi finanziaria del 2007 con l’insorgenza di nuove potenze asiatiche sullo scenario globale e la retrocessione dal liberalismo mercatista a forme più moderate di libero scambio organizzate secondo intorno alla guerra dei dazi che rischia di bloccare l’economia internazionale. Tuttavia la globalizzazione sottende il processo politico che si fonda sulle fasi di contrapposizione tra liberoscambismo e protezionismo, tra aperture internazionaliste e ripiegamenti nazionalisti, anche se nella tensione tra globalismo e anti-globalismo, si pone, preponderante, la questione della leadership globale. Tuttavia non vi sono vincitori nella lotta tra liberalismo e protezionismo poiché il mercato ha distrutto l’individuo, che da consumatore è divenuto produttore di dati, subordinato alla tecnologia informatica del mondo virtuale.

La questione allora non riguarda tanto le politiche economiche fiscali, quanto piuttosto le politiche economiche industriali e dell’innovazione nella misura in cui queste riescano ad estrarre dai cittadini la preziosa risorsa dei dati da utilizzare per generare modelli di controllo della popolazione che possano essere utili per vincere la competizione globale. Tuttavia la tecnologia può operare grazie al riconoscimento della finanza, ed è quindi nel mix di politiche fiscali, industriali e finanziarie che insiste la possibilità di costruire una forma di civilizzazione che sia in grado di affiancare alla “cattedrale della globalizzazione” la “cattedrale digitale”.

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La seconda profezia - “Digito ergo sum”. La seconda profezia è quella faustiana, della conoscenza realizzata attraverso la tecnologia, ovvero attraverso la quarta rivoluzione industriale- anche se Tremonti non utilizza mai questa espressione. Tuttavia la “cattedrale digitale” è il prodotto del post-89. La tecnologia di internet infatti è stata promozionata dal governo statunitense a seguito della fine della guerra fredda. Tuttavia l’innovazione di internet sembra aver avuto un impatto soprattutto nella dimensione sociale, con la nascita di una serie di vizi digitali, elencati da Tremonti ovvero: sostituzione del pensiero alla dimensione del tweet, la creazione di un corpo bioingegnerizzato, la crescita della schiera dei disoccupati, la datizzazione dell’esistenza umana, la virtualizzazione dell’identità individuale, la creazione di Digital Republic attraverso i big data. Tuttavia, conclude Tremonti, pure nel Faust di Goethe egli riacquista l’anima sul finire per veder la luce, si pure l’uomo della quarta rivoluzione industriale potrà riacquisire l’anima dopo averla venduta.

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La terza profezia-Weimar. La terza profezia di Tremonti fa riferimento a Leopardi e alla sua critica del cosmopolitismo universalista dell’impero romano. Si fa riferimento al fatto che le élite non siano in grado di operare nell’interesse delle nazioni e dei popoli e che questa incapacità possa aprire a forme di democrazia molle come fu la Repubblica di Weimar. La risposta al decadimento dovrebbe essere posta in forme politiche nuove coincidenti nella contrapposizione tra globalismo e sovranismo. Tuttavia sia il globalismo che il sovranismo sembrano essere anch’essi privi di abilità politica.

Ne deriva uno scadimento nel populismo nelle sue tre forme: populismo sperimentale, disciplinato e violento. Nel decadimento complessivo generato dall’incapacità delle élite il cristianesimo viene proposto da Tremonti come una forza in grado di creare speranze nuove per l’Europa e l’Occidente nella Globalizzazione. Tuttavia vi sarebbero alcuni “nemici” del processo di sviluppo delle istituzioni europee tra i quali vi sarebbero le idee del Manifesto di Ventotene che viene ad essere criticato per il fatto di voler trasformare l’Unione Europea in una sorta di federazione tra aree regionali e locali, nel decadimento del ruolo degli stati. Non vi sono soltanto elementi di conflitto, ve ne sono anche alcuni positivi, come per esempio il Trattato di Roma, che più volte Tremonti considera come una vera fonte fatto e atto dell’ordinamento europeo, ispirato da politici in grado di rappresentare non solo le istanze dei propri rispettivi paesi quanto anche la necessità di fuggire, attraverso la costituzione europea, dagli orrori della guerra. Tuttavia Tremonti è critico nei confronti del trattato di Maastricht il quale risentirebbe eccessivamente degli effetti della caduta del muro di Berlino e pertanto sarebbe squilibrato nella sua capacità di rappresentazione politico-istituzionale.

In ogni caso, secondo Tremonti, vi sono state una serie di circostanze politiche, talune esogene talaltre endogene, che hanno comportato l’appesantimento del processo europeo tra le quali: la globalizzazione, l’eccessiva velocità dell’allargamento ai paesi dell’Est Europa, la crisi finanziaria. Ed infine la Brexit con il rischio di un fallimento complessivo dell’Unione Europea. Tremonti infatti sottolinea che non può esistere una Unione Europea senza l’Inghilterra, ed in questo cita Nietzsche a pag. 115. Tremonti pertanto propone un ritorno ad una politica alta e responsabile per rilanciare l’Unione Europea che sappia ereditare la forma istituzionale dei trattati di Roma. Anche se non bastano le soluzioni istituzionali, è anche necessario fare riferimento alle politiche economiche, e Tremonti propone di ripartire dalla soluzione della crisi Greca, ovvero dalla crisi che ha travolto l’UE.

La lettera per il futuro. Nell’ultima parte intitolata “Appunti vari e preparatori per una «Lettera per il futuro»” Tremonti fa riferimento di nuovo a Leopardi sia nello stile, de’ fogli sparsi a richiamar lo Zibaldone, sia per quella “Lettera ad un giovane del XX secolo” che Leopardi ebbe intenzione di scrivere, e che pure non scrisse mai. E allora nella forma della continuazione stilistica, con lo Zibaldone, e ideale, con la Lettera ad un giovane del XX secolo, Tremonti pone, come part costruens, una serie di tematiche, le quali chiudono il libro, centrando le questioni essenziali della politica economica. Tremonti critica la mancanza di pensiero politico nell’interno delle istituzioni e l’appiattimento della classe dirigente che non riesce a soddisfare le domande della popolazione la quale reagisce con un mix di nazionalismo e populismo. E allora Tremonti propone di mixare l’illuminismo modernista al romanticismo identitario che lega l’individuo alla comunità per ritrovare valori di appartenenza e significato dell’esistenza.

Tuttavia occorre considerare che la globalizzazione non è solo urbanizzazione quanto piuttosto anche campagna e che la dimensione rurale rischia di essere maggiormente discriminata nell’interno dello sviluppo della globalizzazione. Inoltre Tremonti invita a considerare le immigrazioni come fenomeno compreso nella più vasta dimensione della migrazione a carattere epocale. Del resto non è possibile costruire una società politica nuova senza il riferimento ai doveri, dei quali Tremonti richiama la centralità.

Lo sviluppo capitalistico in realtà non sarebbe avvenuto solo nel senso della libertà ma avrebbe anche portato ad una sorta di nuovo medioevo generato soprattutto dall’eccesso di normazione. Tremonti a pagina 153 introduce una importante analisi del rapporto tra Stato, Patria e Nazione, facendo riferimento al fatto che non necessariamente questi tre concetti coincidono. Ed in effetti nella storia italiana i concetti di Stato, Patria e Nazione sono stati spesso in contrapposizione, essendo stata l’Italia una Patria senza Stato.

Il paragrafo intitolato “La fuga di Creso” Tremonti fa riferimento al fatto che la tensione alla finanziarizzazione dell’economia può trovare una sua limitazione nella creazione di un diritto informale operante per il tramite delle best practices e delle regole etiche per introdurre dei comportamenti ispirati ad una governance illuminata, come per altri è stato tentato con l’esperimento denominato “Global Legal Standard”.

Il paragrafo intitolato “Euro” -pag. 163-168- Tremonti fa riferimento al ruolo dell’Euro ed al fatto che in realtà esso deve essere considerato come un progetto di lungo periodo piuttosto che come uno strumento da mettere in discussione per motivazioni contingenti dovute alla presenza di scenari finanziari avversi.

Il paragrafo intitolato “Quo vadis Europa?” conclude la quarta parte ed anche il libro nel suo complesso. Tremonti pone la questione della capacità normativa dell’Unione Europea eccessivamente centrata a creare degli standard laddove invece sarebbe necessario riconoscere autonomia ai singoli stati, ed invece eccessivamente timida su alcuni temi che richiederebbero politiche di investimento come “la difesa, la sicurezza e l’intelligence”. Per Tremonti l’unica possibilità è ritornare ai Trattati di Roma e riprendere la sfida della costruzione dell’Unione Europea.

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Conclusioni. Il libro di Tremonti risulta essere attraversato da una duplice tensione, da un lato fatalista e dall’altro costruttiva. Globalizzazione, tecnologia e crisi degli stati-nazione distruggono le identità individuali e le collettive ed impediscono la ricerca di senso dei singoli e delle comunità. La possibilità per l’Europa di resistere non consiste nel cedere al globalismo, alla tecnocrazia e di abbandonarsi al multiculturalismo, né dall’altro lato consiste nel ritorno al sovranismo, al populismo e al nazionalismo, quanto piuttosto nella ripresa dell’intuizione dei trattati di Roma. Occorre allora una classe politica responsabile, consapevole, che sia in grado di guardare al continente europeo, e di progettare un futuro nel quale, le istituzioni sappiano essere lungimiranti per superare non soltanto la contingenza del quadro economico, quanto piuttosto per contrastare lo spettro del tramonto dell’occidente.

[1] G. Tremonti, Le tre profezie, Milano, Solferino, 2019.

Angelo Leogrande

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