Tria: "No a patrimoniale"

Salvini: "Da giugno pistola elettrica a forze dell’ordine" - Terrorismo, l’allarme dell’esperto Marone (Icct-Ispi) - Morto Giuseppe Ciarrapico

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Tria: "No a patrimoniale"

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"Non c’è alcun rischio di patrimoniale e sono contrario concettualmente perché colpirebbe al cuore i risparmi degli italiani e avrebbe un impatto distruttivo sulla crescita. Solo parlarne crea una tale incertezza che crea un danno forte all’economia. Parlare di questo significa creare allarme". Lo ha affermato il ministro dell’Economia Giovanni Tria intervistato a ’In 1/2 in più’ su Rai Tre in diretta da New York.

Durante l’intervista, il titolare di via XX Settembre ha ribadito il no a manovre bis: "Con questo Def abbiamo voluto dare anche un messaggio di stabilità - ha spiegato Tria - nel senso che intanto il quadro macroeconomico che abbiamo presentato è completamente condiviso con tutte le istituzioni che fanno previsioni macroeconomiche. Il secondo messaggio è che nell’anno in corso, come ho sempre detto, non ci saranno manovre correttive, nel senso che quanto è stato deciso nella legge di bilancio e concordato con la Commissione europea verrà attuato, senza che questo comporti la violazione degli impegni presi con la Commissione europea". Quindi ha aggiunto: "Il deficit rimane quello che avevamo stabilito".

Quanto al Pil, "con le misure che stiamo prendendo in questi giorni per il sostegno all’economia ci sarà speriamo un impatto positivo, seppur limitato sul tasso di crescita di quest’anno, anche se sarà molto basso dello 0,2%, ma questo implica una crescita sostenuta già dal secondo semestre dell’anno". "Per l’anno prossimo - ha aggiunto Tria - prevediamo una ripresa dell’economia, una crescita non fortissima dello 0,8%, il Fondo monetario stima dello 0,9%".

E sulla flat tax, ha sottolineato: "Concettualmente per me va bene, prima di diventare ministro ne ho scritto a favore, ovviamente si dovrebbe mantenere quella progressività che è un dettato anche costituzionale e questo può essere fatto con una serie di deduzioni e immaginando un’area no tax". Inoltre, secondo il titolare dell’Economia "una unica aliquota fiscale può essere un obiettivo. Il problema è agire attraverso una riforma progressiva".

Capitolo fisco, "io credo che sia necessario spostare sempre di più l’imposizione verso i consumi e meno sui redditi - ha sottolineato Tria - perché è un tipo di spostamento del peso fiscale che è più favorevole alla crescita" precisando però che si tratta "una mia posizione scientifica, non la posso confondere con la posizione della maggioranza di governo".

Quanto alla discussione emersa al Fondo Monetario Internazionale, Tria ha sottolineato: "Siamo nel mezzo di un rallentamento importante, dell’Italia, in Europa e segnali vengono da varie parti del mondo. Il messaggio che è uscito è di relativo ottimismo, nel senso che si è detto: non siamo in recessione, c’è un rallentamento importante che si spera già nel secondo semestre dell’anno si rafforzino segnali di ripresa". "Però quello di cui si è discusso molto - ha aggiunto - è che i rischi sono tutti in direzione di un possibile approfondimento e rafforzamento del rallentamento. Quindi rischi negativi, e questo ha portato a discutere di quali dovrebbero essere le politiche da concordare anche a livello internazionale per reagire a uno scenario che potrebbe rivelarsi più negativo di quello che oggi stiamo presentando. Il clima è cambiato perché si è discusso di come le politiche macroeconomiche devono coordinarsi".

"La parola forse più pronunciata è stata ’incertezza’ - ha riferito Tria - . Siamo in una situazione di forte incertezza sulla crescita, di incertezza sugli effetti di questa fase della globalizzazione che ha portato tanto benessere nei Paesi emergenti ma anche all’aumento delle diseguaglianze e si è parlato di società della rabbia che sta dilagando in vari paesi e quindi ci si è confrontati per dire cosa fare a livello multilaterale e cosa fare a livello nazionale". "E’ chiaro che al centro del dibattito c’è stata la questione di come adottare tempestivamente anche politiche fiscali espansive per reagire a uno scenario che potrebbe rivelarsi più negativo, - ha argomentato il titolare dell’Economia - laddove c’è spazio fiscale, dove i Paesi non hanno una alto debito, ed è chiaro l’Italia può adottare meno politiche fiscali espansive, ma si è anche chiarito che le due raccomandazioni, fare politiche fiscali e non farle laddove non c’è spazio, non sono raccomandazioni indipendenti, nel senso che laddove non c’è spazio si possono adottare politiche più prudenti se gli altri Paesi adottano politiche fiscali più aggressive e questo pone in discussione anche le politiche europee e le asimmetrie in Europa".

Salvini: "Da giugno pistola elettrica a forze dell’ordine"

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"A giugno arriva in dotazione delle forze dell’ordine la pistola elettrica". Ad annunciarlo il ministro dell’interno Matteo Salvini in occasione della convention del partito nel Lazio. Dallo scorso 5 settembre a Milano, Napoli, Torino, Bologna, Firenze, Palermo, Catania, Padova, Caserta, Reggio Emilia, Brindisi e Genova, è iniziata la sperimentazione del taser.

L’ultimo episodio risale a ieri ed è avvenuto Genova: gli agenti hanno estratto il taser (azionando i soli dispositivi luminosi di puntamento) per bloccare un tunisino che stava cercando di scappare per evitare l’espulsione. Lo straniero è stato fermato e imbarcato sulla nave per il rimpatrio.

Secondo il Viminale è l’ennesima operazione che conferma l’efficacia dello strumento. A marzo il ministro dell’Interno Matteo Salvini, ricordano fonti del Viminale, ha firmato la proroga della sperimentazione e a giugno l’uso della pistola a impulsi elettrici potrà diventare definitivo. Nei primi sei mesi di sperimentazione (da settembre a febbraio), il taser era stato protagonista 48 volte e nella maggioranza dei casi era stato sufficiente minacciarne l’utilizzo per risolvere la situazione.

Il taser è stato dato in dotazione di polizia, carabinieri e guardia di finanza dopo aver affrontato un periodo di formazione.

COME FUNZIONA
Thomas A. Swift’s Electronic Rifle, in breve taser, usa l’elettricità per immobilizzare il soggetto colpito, facendone contrarre i muscoli e provocando quindi dolorosi spasmi. Una volta azionato, ’lancia’ due piccoli aghi legati da fili elettrici al dispositivo che, a contatto con il soggetto, trasferiscono una scarica ad alta tensione in brevi impulsi. Classificato tra le armi da difesa ’meno che letali’, il dissuasore elettrico è stato tuttavia inserito dall’Onu nella lista degli strumenti di tortura, mentre secondo Amnesty International negli Usa l’arma sarebbe responsabile di centinaia di morti. Dotato di una memory card che registra la data, l’ora e il numero dei colpi sparati, ha un raggio d’azione di poco meno di 7 metri e gli aghi sparati non devono penetrare negli abiti per agire. Questo dispositivo è in dotazione alle Forze di polizia in circa 107 Paesi, tra cui Canada, Brasile, Australia, Nuova Zelanda, Kenya e in Europa in Finlandia, Francia, Germania, Repubblica Ceca, Grecia e Regno Unito.

Terrorismo, l’allarme dell’esperto Marone (Icct-Ispi)

’in Italia stanno diventando adulte ora’

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(Tommaso Gallavotti) - L’Italia riguardo al rischio del terrorismo jihadista ha "una situazione virtuosa", rispetto a quella di altri Paesi europei come la Francia, il Regno Unito o il Belgio, anche perché, essendo un Paese in cui l’immigrazione di persone di religione musulmana è più recente, i ragazzi della "seconda generazione" stanno "diventando adulti ora". Però, anche se il discorso è molto "scivoloso", il "timore" è che, con una seconda generazione "ampia", come c’è in altri Paesi europei, "aumenti statisticamente il rischio", dato che cresce il potenziale bacino di reclutamento, il che non vuol dire in alcun modo "criminalizzare" i figli degli immigrati. A spiegarlo all’Adnkronos è Francesco Marone, ricercatore dell’Ispi e associate fellow dell’International Centre for Counter-Terrorism dell’Aja, in Olanda.

L’Icct ha da poco tradotto e ripubblicato, in inglese, un rapporto ("Destination Jihad: Italy’s Foreign Fighters"), a firma dello stesso Marone e di Lorenzo Vidino, che per la prima volta fa un quadro completo dei foreign fighters ’tricolori’. Ora i foreign fighters ’tricolori’, dai 125 dell’edizione in italiano, del giugno 2018, sono diventati "138". Di questi, 11 sono tornati in Italia, tre sono in carcere e otto sono attivamente monitorati dalle autorità di pubblica sicurezza. Per ora, spiega Marone, la situazione italiana è relativamente "virtuosa", ma "alcuni indicatori" fanno pensare che la Penisola "si stia avvicinando" alla situazione "problematica" di altri Paesi, anche se, in virtù della storia del nostro Paese che ha vissuto gli Anni di Piombo e la lotta alla grande criminalità organizzata, quello italiano rimane "un sistema antiterrorismo molto coordinato".

Tuttavia, continua il ricercatore, "se l’aspetto repressivo va molto bene", visto che "siamo l’unico grande Paese occidentale che non ha mai subito un attacco sul suo territorio dall’11 settembre", nel Nord Europa, "da anni e talora da decenni", esistono politiche di "deradicalizzazione", condotte "con le scuole e le comunità islamiche, che si affiancano, senza sostituirvisi, all’azione repressiva". Su questo aspetto "l’Italia non ha una strategia nazionale". E "molti esperti consigliano di prepararsi a una situazione che potrebbe essere meno positiva nei prossimi anni".

Il tema demografico, premette Marone, è "molto scivoloso", perché si presta a strumentalizzazioni politiche, ma, "senza generalizzare", è "un fatto: in Francia lo si vede benissimo, le seconde generazioni sono più a rischio della prima e della terza". In Italia "le seconde generazioni" adulte sono ancora "poche" e quella è "la fascia più pericolosa: abbiamo una grossa prima generazione, mentre la seconda sta diventando adulta adesso". Da anni "ci stiamo avvicinando, dal punto di vista demografico, ad una situazione che potenzialmente ci avvicina a quella degli altri Paesi".

In Francia, dove i foreign fighters partiti per Siria e Iraq sono circa 1.900, c’è già la terza generazione, mentre "da noi la seconda sta arrivando adesso: molti sono ancora bambini, quindi non pericolosi. Il timore è che, con una seconda generazione ampia, come c’è in altri Paesi, aumenti statisticamente il rischio, senza in alcun modo criminalizzare le seconde generazioni. Ma aumenta il bacino di reclutamento, almeno potenziale".

E infatti, prosegue Marone, alcuni degli jihadisti italiani sono "figli di migranti, come avviene all’estero, che spesso contestano i genitori, perché li considerano troppo integrati". D’altra parte, spiega, il migrante "non ha il tempo per elaborare questioni di identità", perché "deve lavorare per guadagnarsi da vivere". E’ invece il figlio che "comincia, avendo di che vivere, a porsi problemi di identità". E spesso sono ragazzi "un po’ in bilico tra Paese di origine della famiglia e quello di destinazione".

A volte questa "doppia appartenenza" può trovare una "soluzione" in una "visione in bianco e nero, con l’Islam contro l’Occidente". Un altro tema "molto scivoloso", osserva, è la riforma dello ius sanguinis, verso una forma temperata di ius soli. "Ovviamente" il tema è molto più "ampio", ma "da una parte" chi lavora "sul campo" nell’antiterrorismo segnala che le espulsioni amministrative, firmate dal prefetto, che sono state "molto utilizzate" negli ultimi anni, e che si sono dimostrate molto efficaci, possono essere usate "solo contro cittadini stranieri".

E se ci sono sempre più seconde generazioni con passaporto italiano, "potenzialmente" si crea una situazione che "rischia di annullare questa misura". Questo "sta già avvenendo", spiega, perché "sempre più seconde generazioni stanno acquistando la cittadinanza". D’altro canto, però, si può "riflettere" sul fatto che persone che crescono in Italia si trovino ad avere una "situazione giuridica diversa" da quella dei loro compagni o dei loro amici. Questo "rischia di rafforzare la narrativa della discriminazione" che "anche lo jihadismo" propone, cioè "l’idea che non si può convivere".

Una situazione in cui l’integrazione è "complicata", in "alcuni può scatenare la possibilità di aderire" a ideologie radicali, con un incontro tra una "domanda di frustrazione" e "l’offerta organizzativa" del messaggio jihadista. "Sappiamo di alcuni foreign fighters, addirittura italiani convertiti, che si vantavano di essere discriminati nel loro Paese", sottolinea. E in "alcune" persone, una "piccola minoranza", questo senso di discriminazione, conclude, "trova una risposta potenzialmente attraente nel messaggio jihadista".

Morto Giuseppe Ciarrapico

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(Silvia Mancinelli) - E’ morto a Roma all’età di 85 anni Giuseppe Ciarrapico. A quanto apprende l’Adnkronos Ciarapico è deceduto questa mattina alle 7,40 nella clinica della Capitale Quisisana dove era ricoverato. Nato a Roma il 28 gennaio 1934 ha legato il suo nome numerose vicende della Prima repubblica. Imprenditore e politico è stato vicino alla corrente andreottiana. E’ stato senatore nella sedicesima legislatura con il Popolo della Libertà.
L’imprenditore romano era gravemente malato da tempo. Le sue condizioni erano peggiorate nell’ultimo periodo.

Cresciuto in Ciociaria dove aveva il centro delle sue attività imprenditoriali, in gioventù era stato un simpatizzante fascista, ma poi negli anni si era avvicinato alla corrente andreottiana della Dc, senza tuttavia abbandonare i rapporti con il segretario missino Giorgio Almirante. Una delle operazioni per le quali è più ricordato nella capitale è l’acquisto della As Roma, conclusosi nell’aprile del 1991. Ciarrapico dovette però lasciare la presidenza della squadra nel 1993. "L’#ASRoma esprime il proprio cordoglio per la scomparsa dell’ex presidente del club Giuseppe Ciarrapico", si legge sul profilo Twitter del club giallorosso.

Gianfranco Fini ricorda Giuseppe Ciarrapico "più per l’impegno negli anni difficili per la destra" che per il periodo in cui il centrodestra era al governo, "quando non abbiamo avuto modo di incontrarci. E’ stato infatti uno dei primi e dei pochi -sottolinea l’ex leader di An all’Adnkronos- che negli anni Settanta e ancor prima ha dato vita ad un’editoria di destra, sempre convinto delle sue idee e senza alcun tentennamento". "Peppino Ciarrapico è stato un protagonista della vita italiana nelle sue molteplici vesti di imprenditore, editore, parlamentare, anello di congiunzione di diverse realtà politiche e finanziare. Una vita intensa, spesso in prima linea, talvolta costellata da scontri e amarezze", afferma Maurizio Gasparri di Fi che aggiunge: "Tra le tante fasi della sua vita voglio ricordare quella dell’editore di libri che rompevano un muro di silenzio e di censura sulla storia e sul pensiero del Novecento".

"Non lo definirei un amico di famiglia, ma sicuramente ebbe un rapporto cordialissimo con mio padre, che sicuramente sarebbe molto addolorato per la sua morte". Così Stefano Andreotti, figlio del sette volte presidente del Consiglio, ricorda Ciarrapico, "persona vulcanica", dice all’Adnkronos, elencando alcuni episodi legati ai rapporti avuti con il padre. "Innanzitutto l’intuizione del premio Fiuggi, alla cui assegnazione mio padre partecipava sempre molto volentieri. E a questo proposito come non ricordare la volta in cui ad essere prescelto fu Mikhail Gorbaciov". Di tutt’altro genere i ricordi legati a Ciarrapico presidente della Roma: "Da tifoso laziale -dice Stefano Andreotti- non conosco molto quella vicenda, ma penso che mio padre non lo costrinse ma certo lo convinse a prendere la proprietà della società". Infine l’attività di editore di giornali locali, "ai quali spesso mio padre collaborava con vari interventi". Nessun riferimento particolare invece al ruolo svolto come mediatore nella vicenda Mondadori: "Non sono a conoscenza di notizie specifiche oltre quelle già ampiamente note".

"Con Giuseppe Ciarrapico ci lascia un imprenditore ed editore coraggioso e generoso. Ricordo soprattutto l’amico e il suo impegno nei diversi settori: dal calcio con l’acquisto della Roma alle Terme di Fiuggi, passando per le cliniche. Significativo anche il suo impegno in politica come senatore della Repubblica", sottolinea il presidente del gruppo Adnkronos Giuseppe Marra.

Redazione

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