Turchia: continuano le indagini sulla sparizione di Jamal Khashoggi

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Potrà sembrare strano, ma malgrado il proprio amore per la verità e il proprio coraggio nel ricercarla, da giovane Khashoggi non aveva mai pensato di fare il giornalista. Era nato a Medina, la città dove venne sepolto il profeta Maometto, eppure nel corso della sua vita non avrebbe mai avuto un rapporto ottimale con le autorità religiose; anzi, forse è stata proprio la sua indole un po’ ribelle e la sua abitudine di scrivere sempre ciò che pensava a condurlo alla sparizione.

Dopo aver frequentato il liceo in Arabia Saudita, Khashoggi si trasferì in Indiana, dove conseguì una laurea in ingegneria gestionale nell’82. Iniziò a lavorare come manager locale presso il “Tihama bookstore”, una società attiva nel settore dell’editoria. Quasi subito però, comprese che quella non era la strada più adatta a lui: voleva viaggiare, scrivere, ma soprattutto voleva raccontare il mondo per come lo conosceva.

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Tornato in patria, accettò una serie di lavori per dei giornali minori: la Gazzetta Saudita, l’Al Majalla, l’Arab News. Proprio durante la decennale collaborazione con quest’ultimo, ebbe modo di essere inviato come corrispondente in gran parte dei Paesi Mediorientali. In particolar modo, in più occasioni poté intervistare Osama Bin Laden. Secondo il racconto di alcuni colleghi, Khashoggi, intuendo la pericolosità e il fanatismo del leader di al-Qaeda, avrebbe più volte tentato di persuadere quest’ultimo a non alimentare il proprio fondamentalismo al punto da compiere atti violenti; un tentativo che si sarebbe evidentemente rivelato fallimentare.

Ad ogni modo, la visibilità ottenuta da Khashoggi negli anni lo portò ad ottenere la più grande occasione della sua carriera: nel 2003 venne nominato caporedattore di Al Watan, un giornale nato da poco eppur estremamente ambizioso. Fu in quel periodo che l’indole anticonformista di Jamal si palesò al mondo: questi, infatti, iniziò a prender di mira con le proprie critiche e la propria ironia dissacrante l’establishment religioso saudita. Per questa ragione, soltanto 52 giorni dopo essersi insediato come direttore del giornale venne costretto a rassegnare le proprie dimissioni.

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Deluso dalla propria nazione decise di emigrare a Londra, ma quest’esperienza non durò che pochi mesi. Gli anni che seguirono furono travagliati e dominati da polemiche e contrasti con gran parte delle classi dirigenti asiatiche. Khashoggi criticò Israele per la gestione della crisi palestinese, criticò la repressione della libertà di pensiero perpetuata dal governo arabo ma, soprattutto, criticò il bombardamento dello Yemen voluto dal principe Mohammad bin Salman. Proprio la salita al potere di quest’ultimo, rappresentò una fonte di profonda preoccupazione per il giornalista, il quale, timoroso che il governo saudita potesse arrestarlo per le sue posizioni politiche, nel 2017 decise di fuggire in quegli stessi Stati Uniti dove più di trent’anni prima aveva studiato come ingegnere.

Nel giro di poco tempo, Jamal divenne uno dei più apprezzati collaboratori del Washington Post, per il quale scrisse svariati approfondimenti in merito alla situazione e alle criticità del suo Paese natio. Non era più tornato in Arabia: sembrava provare solamente il desiderio di lasciarsi il proprio passato alle spalle e di tentare di iniziare una nuova vita. Inoltre, aveva deciso di sposarsi con Hatice Cengiz, una comune e discreta donna turca di cui in pochi avevano mai sentito parlare prima del fidanzamento con Khashoggi.

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I due sarebbero dovuti convolare a nozze tra pochi giorni a Istanbul, prima però il giornalista si sarebbe dovuto recare presso il consolato saudita in Turchia per ritirare alcune carte che accertassero il divorzio da una donna precedentemente sposata, con la quale ormai non aveva più alcun legame da anni; una formalità burocratica indispensabile per far sì che le nozze avessero luogo. Eppure, proprio questa formalità si sarebbe rivelata fatale.

Prima di entrare nel consolato, Khashoggi ha pregato la fidanzata di rivolgersi immediatamente alle autorità turche qualora non lo avesse visto prima di sera: sospettava già che qualcosa di male potesse accadergli?

Quanto accaduto nelle ore successive, ad ogni modo, rimane avvolto da una coltre di mistero. Hatice, come le aveva chiesto il promesso sposo, ha immediatamente denunciato la sua scomparsa, per il resto nessuno sembra aver visto uscire il giornalista dal consolato. Le telecamere del luogo, curiosamente, quel giorno erano completamente spente; inoltre, le autorità locali hanno confermato che, nella giornata di martedì (il giorno in cui Khashoggi è scomparso), quindici uomini arabi sono giunti a Istanbul per ripartire il giorno stesso… alcuni sospettano che si trattasse di sicari inviati da Riad. “Il giornalista è stato ucciso nel consolato da una squadra che è venuta appositamente a Istanbul" ha dichiarato la polizia.

A tali accuse, il governo saudita ha replicato dichiarandosi estraneo ai fatti e, malgrado i protocolli internazionali non lo prevedano, ha permesso alle autorità turche di ispezionare il consolato per dimostrare che all’interno non vi era alcun cadavere. Riad si è inoltre detta disponibile ad inviare in Anatolia alcuni agenti per contribuire alle indagini.

Di certo, più passa il tempo più dai beninformati sembra trapelare un forte pessimismo sulle sorti di Jamal. “I funzionari del governo mi hanno confermato due cose: che è stato ucciso e che il suo corpo è stato smembrato” ha dichiarato Turan Kislakci, presidente della Turkish Media Association e amico di Khashoggi. Secondo il New York Times, invece, è probabile che le intenzioni iniziali dei sauditi fossero semplicemente quelle di intimidire il giornalista e che l’eventuale assassinio di quest’ultimo sarebbe stato solo un tragico incidente.

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Non sappiamo quando e se mai conosceremo la verità su questa storia. Di certo, negli ultimi mesi il principe bin Salman sembra sempre più ossessionato dalla paura che il proprio potere possa essere messo a repentaglio. Addirittura, il principe temerebbe un colpo di stato o un attentato alla sua vita al punto da non dormire più nelle residenze ufficiali, ma in mare aperto nel suo yacht di lusso. Come sappiamo, purtroppo, il primo istinto di un leader politico in difficoltà è quello di reprimere qualunque forma di libertà di stampa e di pensiero critico; e forse, in fondo, è stato proprio questo a condannare Khashoggi.

Gianmatteo Ercolino

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