Ungheria: Soros chiude gli uffici della Open Society

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Budapest, 1989. Presso la Lorànd Eotvos, una delle più antiche e prestigiose università del Paese, un giovane e ambizioso studente ha appena conseguito la laurea in giurisprudenza. È il figlio di un piccolo imprenditore di campagna e, più in generale, sembra incarnare la rabbia di quella classe media tanto diffusa nell’Ungheria rurale, che più di tutte avrebbe desiderato trarre vantaggio dall’esperienza comunista e che più di tutte n’è rimasta delusa. Il ragazzo sembra essere l’emblema stesso di questa disillusione. Da adolescente era stato una delle più brillanti e incredibili speranze del marxismo nazionale, al punto da essere stato nominato perfino segretario del KISZ, un’organizzazione giovanile filosovietica.

cms_9001/2v.jpgCosì come i decenni, anche le utopie sono state consumate dalla storia. Espressioni come “dittatura proletaria” e “rivoluzione comunista”, col tempo, sono state pronunciate sempre meno dal giovane. Dopo la laurea in giurisprudenza, qualcuno avrebbe pensato per lui a un’occupazione nel mondo della magistratura o ad una carriera come avvocato; ma, sebbene i suoi ideali fossero stati abbandonati, la passione politica era in lui più viva che mai. Fu proprio nel 1989 che al giovane capitò una di quelle occasioni che si verificano una sola volta nella vita, una di quelle occasioni destinate a cambiare per sempre non solo la tua carriera, ma anche il tuo destino. Accadde che uno degli uomini più ricchi al mondo, George Soros, da sempre molto attivo nella filantropia e nella ricerca di nuovi talenti, notò l’intelligenza e le capacità del giovane ragazzo, decidendo così di offrirgli una borsa di studio per conseguire un master in scienze politiche ad Oxford. Naturalmente, il giovane non si fece pregare prima di accettare: partì quasi subito per l’Inghilterra e per quel college dove, finalmente, avrebbe avuto l’opportunità di distinguersi una volta per tutte dai propri coetanei e di emanciparsi dalla condizione sociale in cui era cresciuto.

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Trascorrerà quasi un anno prima che il ragazzo torni a Budapest, dove quasi immediatamente intraprenderà una fulminea ascesa politica che lo porterà ad entrare in parlamento nel giro di pochi mesi e a diventare il Primo ministro d’Ungheria nel giro di otto anni. Quel ragazzo, come probabilmente avrete capito, si chiamava Viktor Orbàn, ed è oggi uno degli uomini più discussi, più criticati e al contempo più invidiati d’Europa. Sorge tuttavia spontaneo chiedersi come sarebbe stata la sua vita senza quel master ad Oxford… la sua carriera avrebbe intrapreso la stessa direzione? E, soprattutto, com’è possibile che a distanza di ventinove anni Orbàn abbia iniziato non solo a combattere, ma addirittura a detestare l’uomo che ha finanziato i suoi studi?

Già, perché è di venerdì mattina la notizia della decisione di George Soros di chiudere a Budapest gli uffici della Open Society, una fondazione da oltre 1 miliardo e mezzo di dollari guidata per l’appunto dal Tycoon. Gli uffici verranno momentaneamente trasferiti a Vienna e, quando sarà il momento, a Berlino. Le ragioni? Un’inconciliabile divergenza con le politiche del rieletto premier ungherese. Un segnale di disapprovazione, una manifestazione neppure troppo velata di protesta. Ma facciamo un passo indietro. Cos’è accaduto negli ultimi anni per portare a tutto questo? Prima di tutto, occorre sottolineare il fatto che col trascorrere del tempo Orbàn ha reso sempre più radicali le proprie posizioni conservatrici e (secondo alcuni) illiberali. Le sue idee sono completamente diverse rispetto a quelle del ragazzo che era partito per Oxford quasi trent’anni fa. Sono le idee di un uomo che tenta di ostacolare in ogni modo le multinazionali e i magnati per favorire (almeno a suo dire) le classi sociali meno abbienti e più produttive. Una linea politica, in altre parole, che mira a trasformare l’Ungheria in un Paese forte partendo dal basso, e non più dall’alto come accaduto in passato. È dunque inevitabile che in questa nuova Ungheria non possa esserci spazio per l’uomo più ricco del Paese: “Se Soros andrà via, capirete che non piangerò - ha detto il premier commentando la notizia delle ultime ore - continueremo la lotta contro la sua ideologia liberale ovunque siano le sue sedi”.

cms_9001/4v.jpgParole forti, che denotano un’aspra rivalità tra i due. A detti di molti, i loro dissidi non sarebbero dettati solo da ragioni strettamente economiche o dalle divergenze politiche, bensì da una questione ben più insospettabile: l’immigrazione.

Così come negli anni ‘80 Soros concretizzava il proprio slancio filantropico offrendo borse di studio ai giovani, oggi incarna il suo altruismo aiutando gli immigrati in difficoltà e, in particolare, le ONG. Al contempo, com’è risaputo,il governo ungherese ravvisa nell’immigrazione un forte pericolo per la cultura e per la solidità nazionale, al punto che, negli ultimi anni, ha dato il via ad una serie di operazioni (spesso definite inopportune dagli osservatori internazionali) mirate al controllo delle frontiere meridionali del Paese. In un clima dove la maggior parte dei cittadini ungheresi sembrano condividere la linea politica di Orbàn, e in un contesto dove i dati sull’immigrazione continuano progressivamente a migliorare da quando lui è al potere, l’unica spina nel fianco del premier sembra essere rappresentata proprio dall’aiuto umanitario che le fondazioni di Soros offrono ai profughi e ai rifugiati, incoraggiandoli, in un certo senso, a raggiungere i confini del Paese magiaro.

cms_9001/5v.jpgÈ proprio per questo che, negli ultimi giorni, il parlamento ungherese ha vagliato una misura curiosamente denominata “anti Soros”, in cui viene proposta una tassazione del 25% per chiunque finanzi le ONG. La normativa conferisce inoltre al Ministero degli Interni l’autorità di dichiarare illegali talune di queste fondazioni qualora dovessero rappresentare un pericolo per la sicurezza nazionale.

Infine, in molti sostengono che dietro questo scontro fra i due uomini più importanti e potenti d’Ungheria vi siano in realtà le origini ebree di Soros. In più occasioni, infatti, Victor Orbàn è stato tacciato di antisemitismo; in particolare, in molti ricordano le parole di ammirazione espresse dal premier nei confronti di Miklòs Horthy, leader del Paese fra il 1920 e il 1944, reo di aver introdotto le leggi razziali in Ungheria e di aver supportato Hitler nel corso dell’operazione Barbarossa e della guerra contro i partigiani jugoslavi. Orbàn ha sempre respinto qualunque accusa di razzismo; eppure, le sue dichiarazioni non sono state sufficienti ad allontanare i sospetti da parte dei suoi avversari politici e di molti osservatori…

cms_9001/6.jpgNaturalmente, non ha senso indagare sul rapporto personale fra Soros e Orbàn, né tantomeno esprimere una valutazione su quella che risulta essere una vicenda personale. Tuttavia, l’aspetto che fa riflettere maggiormente nell’ambito di questa controversia è il sostegno che il premier in carica continua a ricevere dai propri concittadini. Perfino un atto di apparente generosità da parte di Soros, come il suo sostegno agli immigrati, viene oggi percepito con diffidenza, se non perfino con ostilità, da gran parte dell’Ungheria. Forse, tutto ciò dovrebbe spingerci ad interrogarci sulla natura di un mondo finanziario che negli ultimi anni ha perso sempre più credibilità; ma, soprattutto, dovrebbe spingerci a interrogarci su un’élite economica che se da un lato incoraggia il fenomeno dell’immigrazione, troppo spesso giunge a lucrare su quest’ultimo fenomeno e sulle condizioni di lavoro degli immigrati, approfittando della globalizzazione per colpire le classi sociali più vulnerabili. Questa considerazione dovrebbe farci riflettere su quale possa essere il modello sociale che vogliamo proporre e sulla credibilità delle persone che dovrebbero portarlo avanti. Questa riflessione sarebbe da affrontare indipendentemente da qualunque opinione si possa avere in merito ad Orbàn e alle sue politiche.

Gianmatteo Ercolino

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