VENEZUELA, MORALE AL BUIO

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Il Venezuela al buio non solo metaforicamente, in riferimento alla disastrosa situazione politica, ma nella fattispecie concreta, a causa di un corto circuito che nel pomeriggio del 7 marzo avrebbe provocato un blackout generale che ha finito per mettere in ginocchio il paese più di quanto già non lo fosse. A risentirne soprattutto gli ospedali dove si registrano 21 vittime, in assenza di macchinari salva vita funzionanti e in certi casi di acqua corrente potabile. Juan Guaidò chiede al Parlamento di dichiarare lo stato di emergenza nazionale, mentre Maduro parla di attacco terroristico voluto da Washington e ostenta tranquillità, richiedendo l’intervento di paesi come Cina, Russia, Cuba e Iran, per affiancare la commissione di inchiesta istitutita per fare chiarezza sull’accaduto, presieduta dalla vicepresidente Delcy Rodriguez. "Sabotare il sistema elettrico per generare scontri civili e poi chiamare all’assalto del potere politico ha un solo nome, è terrorismo", ha sottolineato Maduro, esprimendo il suo sospetto di un cyber attacco partito dalle città di Houston e Chicago. Il procuratore generale, Tarek William Saab, ha annunciato l’apertura di un’indagine a carico di Juan Guaidò, il quale sarà indagato per il presunto coinvolgimento nella vicenda dell’attacco al sistema elettrico nazionale, forma di sabotaggio secondo Maduro, e conseguenza dell’inefficienza delle infrastrutture, dell’assenza di investimenti e manutenzione per l’opposizione.

cms_12116/2v.jpgIntanto a preoccupare sarebbe una vicenda legata al grande « Apagon » (blackout in spagnolo) ; l’arbitraria detenzione del giornalista Luis Carlos Diaz, prelevato dalla sua abitazione da agenti dell’intelligence venezuelana. Giornalista indipendente, dipendente per la stazione “Union radio”, esperto di tecnologia, interessato all’attivismo online, Luis Carlos è indagato per collusione con i fatti dello scorso giovedì. Diaz, è anche conduttore insieme a sua moglie Naky Soto, di un programma internet che tratta di come sia difficile essere giornalisti in Venezuela (propaganda sui social, manipolazione delle informazioni da parte dello stato…), e il 27 febbraio pubblica un frammento nel quale rispondeva alle domande della sua udienza, in particolare alla domanda su come poter continuare ad essere informati durante un blackout informativo in Venezuela, che, secondo l’utente, sarebbe prevedibile nel momento in cui il regime chavista si trovi a rischio. Diaz fa riferimento alle vicende della primavera araba e afferma che quando i governi interruppero le comunicazioni sui social, questo servì a ben poco perché il popolo aveva già acquisito una certa consapevolezza e la sua mentalità era profondamente cambiata, quindi era troppo tardi per impedire che la gente scendesse in piazza. “Quando rompi il tessuto che la gente utilizza per comunicare, la gente scende in strada per ricostruire questo tessuto e recuperare la comunicazione” dice. Molte infrastrutture governative poi dipendono da queste reti e non c’è maniera di produrre un blackout selettivo, discrezionale. “Tra l’altro sarebbe una contraddizione che il chavismo tagli le reti sociali in quanto esso stesso si serve di queste ultime per pubblicare i vari discorsi e fare propaganda. È necessario quindi in questo caso scendere in piazza insieme agli altri e per mantenere la memoria fresca dei fatti,testimoniare attraverso foto, filmati e interviste l’accaduto, e conservarli fino al momento in cui ci sarà di nuovo la possibilità di metterli in luce.” La frase “hasta que vuelva la luz”, “fin quando non torni la luce”,sembrerebbe l’unica prova in mano alle autorità.

cms_12116/Diosdado_Cabello.jpgEsattamente 13 giorni dopo la pubblicazione del suddetto video, Diosdado Cabello, pezzo forte del chavismo e conduttore del programma statale “Con el mazo dando”, accusa Diaz di trovarsi dietro la vicenda del corto circuito che avrebbe provocato il blackout generale in Venezuela. Su twitter, il sito ufficiale del programma avrebbe pubblicato un video editato con musica, contenente alcuni frammenti del video di Carlos Diaz, dove si vede il giornalista parlare di un eventuale blackout informativo, senza però specificare che si trattava di fornire solo risposte alle domande degli utenti; intanto il programma si riferisce a Diaz come ad un “influencer fascista”. In realtà Diaz per la sua campagna di informazione sulle dinamiche che hanno portato all’impoverimento del Venezuela e la sua critica al regime maduriano, era diventato da una parte uno dei perni della libera informazione in Venezuela e d’altra parte pert la stessa ragione, già oggetto di campagne denigratorie.

cms_12116/Michelle_Bachelet.jpgDa Ginevra l’alto commissario per i diritti umani, Michelle Bachelet, si dice preoccupata per l’accaduto ed esprime la volontà di visitare il paese. Le organizzazioni non govenative intanto denunciano il regime repressivo messo in atto da Maduro nei confronti della stampa e reclamano che non solo non ci sarebbero prove per la detenzione di Luis Carlos, ma ingiusta sarebbe anche la condizione a lui imposta di libertà condizionata. In udienza i giudici si sarebbero pronunciati con: proibizione all’uscita dal paese, regime di presentazione innanzi alle autorità ogni 8 giorni, divieto di dichiarazioni pubbliche riguardo l’accaduto, e accusa di istigazione a delinquere.

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Le dichiarazioni della moglie Naky Soto ci informano dei dettagli sconcertanti della perquisizione da parte del SEBIN, e delle minacce rivolte via Twitter a Diaz nei giorni precedenti all’arresto, da forze pro governative. Alcuni membri di Provea (Programma di educazione-istruzione sui diritti umani) avrebbero raccolto la testimonianza di Soto : « Soto è stata in grado di parlare brevemente con Díaz, il quale le ha detto che sarebbe stato arrestato mentre tornava […] in bicicletta a casa sua. Ha anche confermato di essere stato vittima di trattamenti crudeli e degradanti durante la sua detenzione ».

Le informazioni fornite dai funzionari durante la perquisizione sono che Díaz avrebbe commesso “crimini informatici ». Ancora, secondo la testimonianza, i funzionari hanno riferito che anche il nome Soto era presente sul mandato di arresto, ma che a causa delle sue condizioni (sotto trattamenti oncologici) non avrebbero proceduto all’arresto in quel momento. Tuttavia, “se lei avesse sporto denuncia, sarebbero venuti a cercarla”. Senza aggiungere commenti superflui, considerando che i fatti parlano da soli, vorrei riportare dal Bedeschi una citazione del pensatore scozzese Hume, molto sentita, ma soprattutto conforme a varie situazioni della nostra attualità : « Man mano che aumenta l’esperienza dell’umanità, ci si accorge che il popolo non è un mostro così pericoloso come lo si è sempre rappresentato, e che da ogni punto di vista è meglio guidarlo in modo degno di creature razionali, piuttosto che dirigerlo o manovrarlo come si fa con gli animali bruti. L’uomo è una creatura razionale, e come tale è capace di un perfezionamento costante […] : ecco il motivo fondamentale per il quale egli merita un « governo libero ». Solo un governo libero, infatti assicura il progresso, cioè lo sviluppo delle scienze e delle arti, che è la finalità più alta dell’uomo in quanto creatura razionale ».

Federica Scippa

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