Viaggio nel degrado delle università italiane

Intervista a Matteo Fini

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Il sottile limite di invalicabilità dei misteri italiani è sacro. Scandagliare il fondo di malsane consuetudini consolidate nel tempo ed elevate a diritti inviolabili è inaccettabile. Matteo Fini, ex ricercatore e professore universitario, ci prova con caparbietà riuscendo a travalicare il suddetto limite.

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“Università e puttane”, edito da Priuli & Verlucca, non vuole essere un’inchiesta bensì l’amara sintesi della sua esperienza lavorativa nel mondo accademico. Si legge con la voracità di chi, pur conoscendo la fine, spera che nel corso della lettura qualcosa cambi lo stato delle cose. Ma l’atto d’accusa dello scrittore è perentorio e non lascia spazio all’ottimismo, supportato com’è in questi giorni da una cronaca ancora più degradante, se possibile, del racconto.

Il libro, pubblicato a Novembre, trae ispirazione dalla cronaca attuale oppure è un’idea che coltivava da tempo?

L’idea c’era già da qualche anno, tant’è che il libro doveva uscire un paio di anni fa. E’ stata ritardata l’uscita perché ho ricevuto diffide e minacce. I recenti fatti di cronaca hanno solo dato un’ulteriore spinta e ce n’era bisogno.

cms_8215/2.jpgCircostanze e fatti raccontati sono reali o ha dovuto ricorrere a forzature per esigenze narrative?

La storia che fa da filo conduttore alla narrazione raccoglie spunti veri tratti da esperienze personali, fatti di cronaca, racconti di amici, messi insieme in maniera organica per rendere il racconto godibile e divertente.

Il caso “concorsi truccati”, scoppiato qualche mese fa all’Università di Firenze grazie alla denuncia del ricercatore Philip Laroma Jezzi, le ha offerto un aggancio per la sua storia?

La mia battaglia inizia due anni prima dei fatti di Firenze. Già nel 2015, resi noti i contenuti del mio libro, è balzata alla cronaca la notizia della diffida alla pubblicazione. La storia di Jezzi, in realtà, ha solo dato una bella spinta editoriale al mio scritto. Come spesso succede in Italia la sua denuncia, che ha fatto scalpore nell’immediato, a distanza di qualche mese è stata dimenticata.

Nel suo percorso in questa vicenda qual è il bilancio tra solidarietà e ostilità che ha riscontrato nei suoi colleghi?

Ho incontrato detrattori e critici, tra cui ex colleghi e alcuni ‘professoroni del circolo’, come li definisco io, che avevano interesse a difendere il loro fortino, ma in numero veramente esiguo rispetto alle migliaia di attestazioni di stima e ad esortazioni ad andare avanti e a pubblicare il libro. Mentre Jezzi ha fatto una denuncia, per cui sinceramente gli auguro di vincere, nel mio caso l’unica motivazione è nel voler raccontare una storia e scrivere un libro. Sono fuori dall’università italiana da dieci anni, è stata una bella storia ma è finita. Non rivendico nulla. La mia non è né una lotta professionale né personale.

Le storture del mondo accademico sono frequenti in tutte le università italiane?

Non sono frequenti, sono la base. E’ brutto dirlo. Sicuramente ci saranno esempi virtuosi però, purtroppo, questo è il clima che si respira un po’ ovunque. La cosa brutta è che, quando lavori in questo ambiente, prima o poi capisci che non hai altra scelta che uniformarti al sistema, a prescindere dalle tue qualità. Dopo un po’ acquisisci la consapevolezza che le possibilità di carriera prescindono dalla tua bravura, dal merito, ma sono riposte nelle mani di chi conosci e di ciò che deciderà per te.

cms_8215/3.jpgQuesto è il motivo per cui ha lasciato il suo lavoro di ricercatore?

In realtà mi ero stancato della precarietà, delle promesse, di non essere padrone del mio destino. Ho al mio attivo 7-8 anni di carriera accademica e mi avevano proposto un rinnovo con un ulteriore contratto a termine: lì ho detto basta. Non senza dispiacere, specie per la parte didattica del mio lavoro che era la mia passione e che mi ha dato grandi soddisfazioni, però dietro tutto questo c’era il dover fronteggiare una parte burocratica, il doversi destreggiare in un mondo che non accettavo più. Anch’io ho beneficiato, in certe situazioni, del sistema, l’ho sempre dichiarato apertamente, ma ad un certo punto ho detto basta. E’ stata una fase della mia vita, ora si cambia.

Che idea si è fatto sul caso Francesco Bellomo, indagato per la vicenda delle minacce e pressioni a borsiste della scuola di diritto da lui gestita a Bari?

Quando ho scelto “Università e puttane” come titolo del mio libro, volevo in realtà sfruttare, dal punto di vista di marketing, l’impatto del lettore nei riguardi di un luogo comune, e cioè che le studentesse si avvantaggino, attraverso il sesso, di godere di favori accademici. Posso ben dire che questa cosa nella mia esperienza non l’ho mai vista. Si tratta di un luogo comune che non ha, per quella che è stata la mia esperienza, alcun riscontro nella realtà. Mi piaceva l’idea di stupire il lettore che, scorrendo le pagine del libro, si accorgesse che in realtà le puttane non sono certo gli studenti. Anche a me è capitato di avere dei rapporti con studentesse ma posso garantire che è sempre stato solo per amore.

Al netto di proclami e promesse da campagna elettorale, cosa pensi che possa fare il prossimo governo per risollevare dal degrado le nostre università?

Nulla, purtroppo! Il sistema è radicato e immutabile. Ma la cosa grave è che il cambiamento non interessa a nessuno. Tutti i buoni propositi resteranno, anche in questa occasione, solo mera propaganda elettorale.

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Vale lo stesso all’estero?

Io non ho esperienze dirette in merito, ma so per certo che all’estero i docenti scelgono direttamente i propri collaboratori con i criteri che ritengono più opportuni, però poi ne sono responsabili. Se quelle persone lavoreranno male faranno perdere i fondi nell’anno successivo oltre che un certo prestigio. Quindi per i docenti c’è tutto l’interesse a scegliere il meglio. Nelle università italiane, invece, esistono i concorsi che dovrebbero garantire una partecipazione democratica ma che in realtà si traducono in concorsi farsa di cui si conosce già il nome del vincitore.

Detta così però è triste, lasci un messaggio di speranza ai giovani…

In un libro di 10 anni fa, “Non è un paese per bamboccioni”, raccontavo la storia di italiani che ce l’hanno fatta, in Italia, nonostante l’Italia. Si trattava di storie positive. Trattando il tema delle università, francamente mi riesce difficile dire ai ragazzi di affidare il loro futuro a questo istituto, ma una cosa che dico sempre è: studiate! Non importa dove, se università o istituto privato o da soli in casa, ma studiate, perchè è l’unica cosa che vi salverà. Il mio motto è “studiare vince”, perché anche quando la delusione per la realtà che vi circonda prenderà il sopravvento riuscirete sempre a trovare la vostra strada. Studiare non è mai tempo sprecato.

Maria Cristina Negro

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