Zarif: “Nessun nuovo trattato con gli Stati Uniti”

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La Teheran degli anni ‘60, la Teheran dov’è cresciuto Mohammad Javad Zarif, è molto distante dalla visione che accomuna l’immaginario collettivo della maggior parte di noi europei: non è una città popolata da donne col burqa o da anziani ayatollah rigidamente fedeli alla sharia, non soltanto almeno. Lo Zafaraniyeh, il quartiere originario del giovane Mohammad, sembra una sorta di paradiso ameno in grado di sfuggire a qualunque atrocità e disagio possa riguardare il resto della nazione. Al centro del rione, nello sfarzoso palazzo Sa’dabad, lo scià vizia ogni giorno se stesso e sua moglie con ogni genere di leccornie, ignorando spavaldamente la fine che lo colpirà di lì a pochi anni. Le strade del quartiere, sono dominate dai negozi dei venditori di zafferano (da cui il rione prende il nome) e dalle lussuose vetrine di importanti boutique di moda, che con notevole lungimiranza mettono già in mostra capi d’abbigliamento dei più rinomati stilisti francesi ed italiani. Le persone più fortunate, poi, possono permettersi perfino un attico con vista sulle cime innevate che proteggono la città dal freddo vento del nord, ambita meta sciistica nelle stagioni invernali.

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In altre parole, Mohammad Javad Zarif fin dall’infanzia viene a contatto con un ambiente molto più legato alle innovazioni occidentali che alle tradizioni mediorientali. È il figlio di un importante businessman del luogo, il quale a sua volta ha sposato la figlia di un ricco uomo d’affari. Fin dalla più tenera età, la famiglia tenta di proteggere il ragazzino: di imprimergli, cioè, un’educazione alto borghese che possa garantirgli una vita tranquilla e priva di preoccupazioni. Le radio e le televisioni locali, in effetti, sembrano venir incontro all’esigenza dei genitori, mostrando al giovane Mohammad una società vellutata e priva di contraddizioni; ma quando questi da adolescente inizia a leggere i romanzi di Ali Shariati e di Samad Behrangi, si rende conto che in fondo l’Iran non è quel posto perfetto che i genitori o i media del regime hanno provato a descrivergli, bensì un Paese dilaniato da enormi contraddizioni economiche e sociali.

Diventerà un rivoluzionario: non tuttavia uno di quei rivoluzionari violenti che finiscono quasi sempre in carcere o col farsi ammazzare, piuttosto, un rivoluzionario intenzionato a cambiare il proprio Paese con le armi dello studio e della passione politica. Del resto, il suo nome in persiano vuol dire proprio eleganza, ed è solo attraverso la raffinatezza del proprio animo che avrebbe provato in seguito a cambiare il destino del suo popolo. S’iscriverà alla facoltà universitaria di Relazioni internazionali, dedicando anima e cuore ai libri al punto da trascurare la propria vita sociale. A rimediare a questa mancanza, ad ogni modo, ci penserà la sorella, che gli presenterà una ragazza in grado di condividere il suo stesso interesse per la politica e per la dialettica, Maryam Imanieh. I due convoleranno a nozze nel 1979, appena pochi giorni prima che quelle disuguaglianze sociali di cui Mohammad aveva letto da giovane nei romanzi portassero alla rivoluzione islamica e alla caduta della monarchia.

Per evitare ripercussioni, i due emigrarono negli Stati Uniti, a San Francisco, dove il diciannovenne Zarif poté proseguire il suo percorso di studi e con esso i suoi sogni di gloria. La coppia ebbe due figli, Masha e Mahdi, e riuscì a restare unita anche quando, alcuni anni dopo, un articolo del World Tribune accusò lui di aver contratto un matrimonio segreto con Saaz, una spia inviata in Iran per conto dei governi occidentali. L’accusa avrebbe potuto compromettere tanto la carriera quanto il matrimonio di Zarif ma, per sua fortuna, dopo un po’ cadde nel dimenticatoio.

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Nel frattempo, la carriera del nostro protagonista andò avanti. Dopo aver terminato gli studi in California si trasferì a New York, dove lavorò per le Nazioni Unite prima come Presidente della commissione asiatica e in seguito come membro della commissione per il disarmamento degli stati. La sua grande occasione, tuttavia, giunse quando mediò con successo per la liberazione degli ostaggi statunitensi trattenuti in Libano, unendo la propria conoscenza del mondo islamico con il proprio amore per gli Usa, dove viveva ormai da diversi anni. Malgrado nell’occasione il governo di Washington, date le tensioni perpetrate da anni con l’Iran, decise di non tributare all’abile diplomatico neppure un ringraziamento ufficiale, il nome di Zarif divenne ben presto conosciuto al livello internazionale. Fu proprio grazie alle sue qualità che nel 2003 gli venne affidato un incarico che avrebbe probabilmente potuto cambiare le sorti dell’umanità: scongiurare l’ormai imminente guerra tra gli Usa e il regime di Saddam Hussein rappresentando, ancora una volta, un anello di congiunzione fra le due culture.

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Non sapremo mai se il suo tentativo sarebbe o meno andato a buon fine. Già, perché in quei frenetici giorni in Iran venne eletto un nuovo presidente dalle idee a lui contrapposte: Ahmadinejad. Conservatore e reazionario, non appena si insediò in quello stesso palazzo Sa’dabad (ora destinato al Presidente in carica) che Zarif aveva ben conosciuto durante la sua infanzia, il nuovo leader ebbe come principale preoccupazione quella di rimuovere il diplomatico dal suo posto di ambasciatore iraniano alle Nazioni Unite, sostituendolo con Khazaee, un politico di vecchio corso già governatore della Banca Islamica per lo sviluppo.

Ad ogni modo, il mandato di nessun presidente dura in eterno. Così, quando nel 2013 al potere salì il riformista Rouhani, questi non esitò ad affidare a Zarif il ruolo di ministro degli esteri, il quale a sua volta non esitò a togliersi qualche sassolino dalla scarpa nei confronti di Ahmadinejad, definendolo con un tweet “un uomo che ormai non conta più”.

Gli anni a venire, come sappiamo, si rivelarono estremamente importanti per il disgelo dei rapporti bilaterali Washington-Teheran; in questo senso, Zarif assunse un ruolo di primo piano nelle trattative per gli accordi sul nucleare, guadagnandosi ben presto il soprannome di Mr. Deal (l’uomo degli accordi) al pari dei complimenti dell’allora Vicepresidente statunitense Joe Biden e dell’ammirazione di gran parte del suo popolo. Il lavoro del ministro si rivelò infaticabile, malgrado una misteriosa malattia di cui non parlò mai in pubblico, e di cui tutt’ora non conosciamo la natura, l’avesse costretto ad assentarsi per un lungo periodo dai negoziati.

Oggi tuttavia, dopo la vittoria elettorale di Donald Trump e l’annuncio da parte di quest’ultimo della revisione degli accordi con l’Iran, il lavoro di Zarif potrebbe essere completamente vanificato. Forse è proprio per questa ragione che il diplomatico negli ultimi giorni è divenuto il più arduo oppositore iraniano alle politiche del Presidente Usa.

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“L’intesa raggiunta non può essere rinegoziata; anzi, gli Stati Uniti hanno violato alcuni dei loro obblighi e si ritroveranno a doverne rispondere davanti alla corte internazionale di giustizia” ha scritto ieri mattina sui social network. “L’ignorante parola d’odio di Trump appartiene all’epoca medievale, non al XXI secolo, ed è indegna di una risposta" ha aggiunto, abbandonando per una volta il suo consueto aplomb.

Ovviamente, non è difficile comprendere quanto sia complessa la situazione del governo iraniano e di Zarif; un uomo che, proprio quando la situazione sembrava volgere per il meglio, si ritrova oggi ad affrontare non soltanto un’agguerrita opposizione interna al suo Paese, ma anche l’ostilità di quella stessa nazione dove ha studiato e che in fondo, c’è da scommetterci, occupa tutt’ora un posto speciale nel suo cuore.

Gianmatteo Ercolino

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