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10 FEBBRAIO GIORNO DEL RICORDO DELLE VITTIME DELLE FOIBE

cms_20920/1.jpgE’ bello raccontare le favole. La loro trama viene tramandata perché posseggono una morale che giova a trasmettere valori alle generazioni a venire.

Ad educare, si dice ancora oggi. Tutte le fiabe assolvono questo nobile compito da sempre.

E ciò anche se il filo del racconto è intessuto di vicende e personaggi che incutono tristezza, sgomento, inquietanti interrogativi. Ancor più utili sono le favole dalle tinte fosche se le tenebrose narratologie riproducono fatti realmente accaduti perché, in tal caso, l’epilogo assurge a potenziale dissuasivo nei confronti di eventuali carnefici che aspirino a divenire attori protagonisti.

Perché questa premessa? Mi è di abbrivio per raccontare una pagina della nostra storia. Voglio raccontarla come se fosse una favola.

Sì, una favola, seppure dolorosa. Perché le favole non si dimenticano. La storia, invece, resta viva solo in chi la vive. Troppo spesso, purtroppo, può accadere che venga dimenticata.

Come tutte le fiabe la storia che vi narro comincia con c’era una volta. Il soggetto è una Regione d’Italia (di oltre duemila anni).

Correva l’anno 1943.

Quella regione si estendeva tra le Alpi Giulie (a nord) e il mare l’Adriatico (a sud), fra il fiume Isonzo (ad ovest) e la displuviale che si allunga dal monte Tricorno (su monte Nevoso e su monte Maggiore) fino al golfo del Quarnaro (ad est) per affacciarsi infine sul gruppo delle isole e isolette (dette dalmatiche) di Cherso e Lussino.

Era, quella Regione, la Venezia-Giulia. Un territorio in cui uomini e donne italiani vivevano nelle bellissime città di Trieste, Gorizia, Pola in Istria, Fiume nel Carnaro e Zara in Dalmazia.

Città magnifiche in cui, nel corso dei secoli, si erano succedute le culture romana, bizantina, veneta e in cui si parlava originariamente la lingua dalmatica, idioma simile alla lingua di Dante.

In quell’anno la guerra in corso divenne ancora più sconvolgente. Come tutte le guerre, aveva decimato la popolazione con il suo carico di morte e di fame ma la vera tragedia sarebbe arrivata dopo l’8 settembre 1943.

Alla violenza rabbiosa dei nazisti in ritirata si aggiunse quella delle brigate del maresciallo Tito, il cui odio era scatenato dall’identificazione di tutti gli istriani e i dalmati col regime di Mussolini.

Dal 9 settembre al 13 ottobre del 1943 i partigiani jugoslavi del maresciallo Tito occuparono il territorio. 500 persone, uomini, donne, giovani e bambini innocenti, la cui unica colpa era quella di essere nati italiani, rastrellati casa per casa, processati e condannati da un “tribunale popolare” furono condotti, legati come bestie da soma gli uni agli altri, fino all’orlo di una voragine profonda dai 15 mt ad oltre 100 mt,e fatti precipitare in una cavità che sarebbe passata alla storia con il nome di ” foiba”.

La morte era l’epilogo di spietate torture inflitte ai nostri connazionali e ai sopravvissuti alle deportazioni nei campi di concentramento jugoslavi.

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Una delle immagini delle vittime esumate dalle foibe. Il rapporto dell’ufficiale degli Alpini Mario Maffi sulle sei foibe da lui esplorate nel ’57 rimase coperto dal segreto militare

Le foibe furono tante e il termine infoibati venne coniato per definire le vittime sotterrate in cave di bauxite (come in Istria), in pozzi di miniere, come Pozzo Littorio d’Arsia (in Istria) e a Basovizza (presso Trieste).

Foibeche in un’accezione più vasta sono sinonimi di eccidi analoghi, per la spietatezza delle procedure, a quelli messi a punto nei campi di concentramento di Maresego, Aidussina, Borovnica e agli annegamenti eseguiti a Santa Marina di Albona, a Zara e nel mare di Fasana con la “Lina Campanella”.

Quanto accadde nell’autunno del 1943 sarebbe stato solo l’inizio dell’ escalation di pulizia etnica che perdurò fino al 1947. Deportazioni, annegamenti e foibe costrinsero i cittadini di lingua e cultura italiana ad abbandonare precipitosamente tutto.

Dopo le foibe del ’43 i tedeschi riprendono il sopravvento in Istria scatenando spietate rappresaglie.

Nel 1944 gli alleati, su richiesta di Tito, con 54 raid aerei (20 dei quali scaricarono la bellezza di 595,56 tonnellate di bombe, pari a 61,08 chilogrammi di esplosivo per metro quadrato) rasero al suolo la splendida città dalmata di Zara.

Tra il 22 aprile e il 5 maggio 1945 Fiume, Trieste, Gorizia e Pola furono occupate dall’armata iugoslava. Il 24 maggio 1945 iniziò l’esodo degl’italiani da Fiume.

Nel giugno 1945 Gorizia, Trieste e Pola sgomberate dalle forze di Tito verranno occupate dalle truppe angloamericane.

3vGuerra finita e, dunque, fine della nostra storia di eccidi? La pulizia etnica non era ancora soddisfatta

Gli inglesi abbandonano Pola il 27 gennaio 1947.

Con la firma del Trattato di pace di Parigi (10 febbraio 1947) che prevedeva la definitiva assegnazione dell’Istria alla Jugoslavia si intensificò l’esodo degli italiani dalla Venezia Giulia (da tutto il territorio a est e a sud della linea Morgan).

Il primo viaggio degli esuli polesi (a bordo della motonave Toscana) avvenne il 24 febbraio 1947.

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Esuli in cammino verso la motonave Toscana

Ne seguirono altri nove, ai quali si aggiunsero quelli di chi varcava il confine su strada o in treno quale quello definito, per l’omologia con i convegni tristemente noti dell’Olocausto, come il treno della vergogna o , a testimonianza della disinformazione che imperversava, come treno dei fascisti.

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Il treno della vergogna

Il trattamento che ricevettero nelle terre d’approdo fu agghiacciante:

A Venezia, i profughi sbarcati dalla motonave Toscana furono insultati dai portuali. A Bologna il treno della vergogna fu respinto alla stazione con sassate e insulti.

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L’accoglienza resa dai bolognesi agli esuli

Il 5 ottobre 1954 il Memorandum di Londra assegnò Trieste (la cosiddetta Zona “A” comprendente la Città di San Giusto) all’Italia mentre il resto del Territorio libero di Trieste andò alla Jugoslavia.

Fra il ’43 e il ’56 gli italiani persero per sempre la terra in cui erano nati e tutto ciò che parlava di loro finì nelle mani di sloveni e croati. Con sé tutti portavano in cuore l’amore per la loro terra. Qualcuno preferì stringersi al tricolore e condurlo nella speranza di un ritorno.

I vincitori giocavano sulle loro teste la spartizione del bottino di guerra mentre decollava la Guerra fredda fra angloamericani e sovietici, Tito prendeva le distanze da Mosca e dai suoi satelliti, spalleggiato da Londra e New York e la patria italica si dimenava tra il dover assicurare un governo stabile antimonarchico e anticomunista e la ricostruzione di un paese affamato e analfabeta.

Le mutilazioni del trattato di pace condite con le violenze iugoslave accrebbero l’esodo degli italiani dell’Istria e di Fiume fino ai primi anni ‘60.

La favola della Venezia Giulia si conclude con il Trattato di Osimo del 1975 con cui si assegnava definitivamente alla Jugoslavia la Zona “B” con i Comuni, italiani da tempi immemorabili, di Capodistria, di Pirano, Umago, Cittanova, Buie.

L’epilogo è nel bilancio dei morti di cui in parte si è venuti a conoscenza e in buona misura giace sepolto sotto la coltre del mistero.

In totale i profughi furono circa 350 mila (300.000 secondo Tito) su un totale di 502.124 abitanti nelle zone coinvolte dall’esodo. Ma i numeri veri dell’olocausto italiano sono ancora sepolti sotto la coltre del mistero.

Resterebbe da interrogarsi sulla morale di questa favola che dopo oltre 2000 anni venne interrotta brutalmente da un’utopia politica disumana.

Ero appena adolescente quando conobbi una signora originaria di Pola. Tutto ciò che ho sopra riportato per sommi capi era articolato in numerose altri episodi impressi nella luce spenta dei suoi occhi. Sapevo che proveniva da una città un tempo italiana ed era l’unica sopravvissuta ad una guerra che le aveva portato via gli affetti. Ho capito ciò che doveva aver vissuto solamente quando ormai non avrebbe più potuto rispondere alle mie domande. Il rammarico di non aver mai saputo se avesse qualcosa da raccontare mi rende oggi consapevole della profondità delle parole di Camus «La profonda sofferenza di tutti i prigionieri e di tutti gli esuli è vivere con una memoria che non serve a nulla» .

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Italiani polesi in cerca di una terra in cui approdare.

Forte del poco che conoscevo la sola certezza che mi confortava stava nella convinzione mai più ci sarebbero state guerre.

Posso adesso dire che allora quella poteva essere la giusta morale della favola.

Fine della storia?

Diciamo che QUELLA storia si è in parte conclusa. Soltanto nella zona triestina, tremila persone furono gettate nella foiba di Basovizza, che fu la prima a essere visitata da un presidente della Repubblica, fu nel 1991: a rompere il tabù dell’oblio fu Francesco Cossiga, andando sul luogo e nel 1992. Oscar Luigi Scalfaro proclamò la foiba monumento nazionale.

In SOLI 60 anni le vittime dell’olocausto della Venezia – Giulia hanno ottenuto un risarcimento morale con la legge 30 marzo 2004, n. 92 che ha istituito il 10 Febbraio quale “Giorno del Ricordo” della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra attraverso i eventi presso i giovani delle scuole di ogni ordine e grado, convegni, incontri e dibattiti.

Quella storia ha avuto questo epilogo. La favola della Venezia Giulia ha confermato che lo spirito umano possiede capacità straordinaria di sopravvivere e continuare a lottare anche quando tutto è perso ma non ha ancora prodotto l’effetto deterrente delle narratologie.

Eccidi non meno cruenti insanguinano l’intero pianeta. Attualmente 170 Stati sono in guerra totale 849 sono il numero delle milizie-guerriglieri e gruppi terroristi-separatisti-anarchici coinvolti.

Ma queste, si dirà, sono altre storie, altre favole da raccontare perché la loro trama non venga dimenticata.

Data:

10 Febbraio 2024