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100 ANNI FA – La crisi dello Stato liberale (1919-1924) e l’assassinio di Matteotti – II^ Parte

Mussolini  procedette intanto tra il 27 ed il 28 a far occupare Prefetture e Municipi, centrali telefoniche  e telegrafiche, ed altri snodi strategici, ricorrendo al  bluff propagandistico di esagerare, a scopo intimidatorio, il numero delle postazioni istituzionali occupate e le forze a sua disposizione, mentre  poteva contare al massimo su 25.000 uomini. Gli organi periferici dello Stato, per converso, innanzi all’esuberanza tracotante degli eversori, brancolavano nel buio circa le misure da prendere, data l’irrisolutezza di un Governo che diramava solo disposizioni incerte e contraddittorie.

Il 26 Facta richiamò nella Capitale il Sovrano da San Rossore, per  rassegnare nelle sue mani le dimissioni dell’intero Governo, che pur essendo conseguentemente depotenziato giuridicamente, avrebbe provveduto – nell’emergenza venutasi a determinare- ad approntare reticolati, piazzare cannoni e mitragliatrici ed a  schierare truppe a Roma.

La sera del 27 Vittorio Emanuele III trovò ad attenderlo alla stazione Termini il presidente del Consiglio, e si intrattenne con lui in riservato colloquio per circa 20 minuti nella saletta reale della Stazione  .

Verso le 3 di notte del 28  un funzionario della Presidenza del Consiglio si precipitò a destare Facta  per informarlo che arrivavano telegrammi da tutti i Prefetti : i fascisti attaccavano le prefetture, gli uffici telegrafici, gli uffici pubblici e stavano occupando  ponti stradali e ferroviari. A mezzanotte controllavano già buona parte della pianura padana, nonché cittadine importanti del  Centro – Italia, mentre a Napoli un Reggimento aveva fraternizzato con le Camice nere. Quattro loro colonne, militarmente inquadrate, stavano dirigendosi sulla Capitale. Facta si recò immediatamente al ministero della Guerra ed al Viminale , dove si consultò con alcuni Ministri, determinandosi a proclamare lo stato di assedio  per contrastare l’insurrezione in atto, sicuro del “via libera” del Re.

Il gen.  Cittadini, Primo Aiutante di Campo di quest’ultimo,  nel cuore della notte aveva riferito a Facta la  determinazione ad abdicare del Sovrano, qualora non fosse stata dichiarata detta misura straordinaria. Alle 8.30 a Roma fu pertanto affisso il relativo proclama del Governo, mentre  il gen. Pugliese, Comandante militare della Capitale, assicurava al ministro dell’Interno Taddei  di essere in grado di garantirne la difesa con i suoi 28.000 uomini; Badoglio, a sua volta, dichiarava di essere pronto a sparare sullemilizie fasciste quelle poche raffiche di mitragliatrice che sarebbero state sufficienti a respingerle.

Per converso, la proclamazione della programmata misura emergenziale, aveva  suscitato le perplessità del generale Armando Diaz, Ministro della Guerra e dell’ammiraglio Paolo Thaon di Revel , titolare della Marina, appositamente convocati dal Re, i quali lo avevano avvisato che nell’eccezionale provvedimento   prefigurato, le Forze Armate avrebbero fatto il loro dovere, ma che era meglio non metterle alla prova.  Pesava- tra l’altro-  il precedente di alcuni reparti che, inviati a Fiume per reprimere la rivolta, erano passati dalla parte di D’Annunzio.

Alle 9 Facta si recò al Quirinale per la firma regia del Decreto proclamante lo stato di assedio; ma l’interlocutore gli rispose sorprendentemente che un Governo dimissionario non aveva l’autorità per proporre un provvedimento di quella portata.

Nel frattempo, erano stati sufficienti 600 Reali Carabinieri a bloccare le bande fasciste giunte a 60 km. da Roma!

Vogliamo qui ricordare che – assai meno motivatamente- in occasione dei tumulti del ‘94 e del ’98, con Regio Decreto era stato proclamato lo “stato di assedio”, disinvoltamente equiparato allo “stato di guerra,” oggetto solo quest’ultimo di specifica previsione statutaria; ma l’ ardita estensione analogica, aveva avuto l’autorevole e compiacente avallo della Cassazione.

In punto di diritto, innanzi alla prospettiva ora di una vera e propria guerra, e tale era quella  civile che si andava profilando,  se il Sovrano lo avesse voluto, nel 1922 avrebbe potuto tenere presente- e con  ben altro e  motivato titolo-  proprio quel  precedente, per mobilitare dei reparti di assoluta fedeltà delle Forze Armate ( quali i Granatieri di Sardegna ed i Carabinieri), contro il movimento eversivo delle Camice Nere. Né occorreva ricorrere a quelle  arditezze  interpretative dell’art.5, che avevano reso possibile la repressione dei citati moti, dovuti non a disegni rivoluzionari, bensì ai morsi della fame di un proletariato tumultuante,  di cui Giolitti aveva ben compreso le ragioni.

Vittorio Emanuele III  avrebbe potuto ancora avvalersi di quell’art.5 St. di cui Giolitti – come ricordato- aveva  vanamente chiesto la riforma, per debellare ora il Fascismo, che la guerra gliela stava muovendo dentro casa; ma dopo aver fallito un estremo tentativo per un governo di coalizione comprendente anche Mussolini ed a guida di Salandra, innanzi al rifiuto del futuro Duce di entrarne a far parte come semplice “condomino”,  si risolse a convocarlo a pieno titolo come  Primo Ministro, attraverso l’ufficialità formale di un telegramma, condizione espressamente  posta dall’interessato.

Il Re che non ritenne di  ricorrere al “grimaldello”dell’art.5 St. per riprendere in mano la situazione, proprio a causa di tale articolo si sarebbe trovato ad essere comunque giuridicamente corresponsabile dell’infausta decisione, adottata da Mussolini , di entrare in guerra al fianco dei tedeschi.   

Il rivoluzionario romagnolo, ora nella rassicurante veste di uomo delle Istituzioni,  si  presentò il 30  ottobre al Quirinale in camicia nera, recando al Sovrano  “ il saluto dell’Italia di Vittorio Veneto”.

Sicché quelle milizie che pochi giorni prima erano state approntate per prendere il potere manu militari, sfilavano ora sotto i balconi del Quirinale rendendo omaggio al Re già obiettivo dell’ideato “golpe”, mentre questi, a sua volta, doveva assistere ad una farsa nella quale tutti erano protagonisti di un copione improvvisato all’ultimo momento.

Mussolini  avrebbe affermato, con autocompiacimento,  che il suo era stato  “il primo esempio, non solo italiano, ma europeo, di una rivoluzione senza rivolta” .

Eglifu così abile ad approfittare delle incertezze della vecchia classe politica liberale e della Monarchia , che giunse – sono parole di Balbo–  a “fare la rivoluzione per telefono”, dopo aver contattato i notabili che  non erano riusciti, attraverso un’ordinaria dialettica democratica,  a formare quel nuovo Governo di coalizione cui alla fine divenne proprio lui il Capo, ma avvalendosi sino all’ultimo di intimidazioni da codice penale, che avrebbero dovuto portarlo in galera invece che al Viminale.

 Mussolini non risultò giuridicamente un dittatore  per l’assunzione di un potere sine titulo – ipotesiche avrebbe potutoverificarsi  se con la c.d.“Marcia” fosse riuscito a portare a termine un colpo di Stato-bensì quoad exercitium, almenoa far data  dalla svolta del 1925.

Uomo di profonde ed insondabili contraddizioni, Vittorio Emanuele III , dal canto suo, il  26 gennaio del ’41, in un momento di sconforto retrospettivo, avrebbe poi  confidato al fedelissimo Aiutante di Campo, gen. Puntoni , le ragioni che lo avevano spinto ad accettare l’avventura fascista: “Nel ‘22– disse – ho dovuto chiamare  al Governo quella gente, perché tutti gli altri , chi in un modo, chi nell’altro, mi hanno abbandonato . Per 48 ore io in persona ho dovuto dare ordini direttamente al Questore ed al Comandante del Corpo d’Armata, perché gli italiani non si ammazzassero tra di loro”.

Del nuovo Esecutivo entrarono  a far parte fascisti, liberali, popolari, democratico –sociali e socialisti-riformisti, dando l’avvio ad un periodo di stabilità sociale con la cessazione dei tumulti e la ripresa delle attività produttive, il calo dell’inflazione, l’eliminazione del debito pubblico, ed  una drastica contrazione delle spese.  L’apparenza di ritrovata normalità trovò pertanto autorevoli consensi, come quello di Croce, De Gasperi,   Gronchi, Einaudi, e dello stesso Giolitti.

Non si poteva parlare ancora in quel momento di regime liberticida, anche perché su 535 deputati eletti, quelli fascisti erano appena 35 e non avrebbero avuto la forza dei numeri per divenire forza egemone.

Il Monarca si rimise alla volontà del Parlamento, che si espresse a favore del nuovo Esecutivo il 17 novembre, con 306 voti favorevoli, 116 contrari e 7 astenuti alla Camera ; 186 favorevoli e 19 contrari al Senato.

Il 12 maggio1923 Turati  fu primo firmatario della “Petizione in difesa della proporzionale e della Costituzione” , innanzi al progetto della  legge Acerbo ( poi approvata il 18 novembre 1923), che avrebbe segnato un’ ulteriore tappa  nella marcia verso lo Stato totalitario.

Detta legge statuì che la lista che avesse ottenuto il maggior numero di voti, con un livello minimo di almeno il 25% (emblematico dello scarso ottimismo di  Mussolini  circa la consistenza della coalizione da lui guidata),  avrebbe avuto alla Camera i 2/3 complessivi dei seggi; ma il riscontro delle urne nel 1924 fu per lui ben più lusinghiero, grazie alla massiccia adesione di gran parte dell’elettorato moderato che, desideroso  di un ritorno comunque all’ ordine  nella vita quotidiana, premiò quell’aggregazione con il 65%  dei consensi e 356 deputati, contro i 40 dei popolari, i  47 dei socialisti, i  18 dei comunisti  ed i  45 degli altri partiti.

Mussolini subito dopo l’esito delle votazioni aveva preso in considerazione il coinvolgimento nel Governo di qualcuno degli antichi compagni, guardando alla CGL ed al PSU, onde scongiurare l’eventualità di un’intesa tra cattolici e liberali che, in un secondo momento, avrebbe potuto travolgerlo; ma il caso Matteotti  vanificò tutto.

Convocata la Camera, il socialista riformista Giacomo Matteotti, capo del menzionato PSU, in cui militavano anche Turati e Treves, era stato invitato insieme ai socialisti massimalisti  a fare un blocco unitario con i comunisti, ma aveva risposto con la celebre frase “ Noi combattiamo contro il fascismo per la libertà: non possiamo combattere contro il fascismo in nome di un’altra dittatura”.

Matteotti, che aveva condiviso al pari di Gobetti le istanze operaie del c. d.“biennio rosso”, quali legittime rivendicazioni economiche e normative, e non come anticamera della rivoluzione comunista,  si era reso inviso al Regime non solo per il discorso pronunciato alla Camera dieci giorni prima, per l’annullamento di elezioni considerate inficiate da brogli e dalle  violenze fisiche degli  squadristi, ma anche perché era in procinto di denunciare un caso di affarismo e di sottogoverno, concernente l’autorizzazione che il Ministero avrebbe concesso ad una compagnia petrolifera americana per la ricerca del greggio in Italia  .

Dopo aver tenuto un’appassionata orazione contro i brogli verificatisi durante la tornata elettorale,  il 10 giugno il coraggioso parlamentare venne rapito ed ucciso.

Appare peraltro incongruo, alla luce di quanto per sommi capi riferito, che Mussolini fosse stato il mandante dell’assassino, in merito al quale non può escludersi che quella che in origine doveva essere una “lezione” per il discorso del leader riformista, si risolse in un omicidio preterintenzionale.

Sembrerebbe poi oltremodo strano che, avendo disposto Mussolini l’assegnazione di un vitalizio in favore dei familiari del deputato assassinato,  costoro lo avessero accettato se avessero ritenuto il Duce il vero mandante dell’impresa criminale.

Che questo delitto potesse avere altre chiavi di lettura, fu sostenuto da Matteo Matteotti, figlio dello scomparso, il quale nel corso di un’intervista rilasciata il 27 luglio 1985 ad Antonio Landolfi, dichiarò che il padre era stato rapito e poi assassinato proprio il giorno che stava portando alla Camera la citata documentazione probatoria di loschi affari finanziari ( il caso Sinclair ), cui non sarebbe stata estranea la stessa Corona.

L’on. Matteo Matteotti dichiarò che : “Il Duce non aveva alcun interesse a farlo uccidere : si sarebbe alienato per sempre la possibilità di un’alleanza con i suoi vecchi compagni, che non finì mai di rimpiangere”.

Riguardo al presunto coinvolgimento della Corona, il  più autorevole storico della Monarchia, Aldo A. Mola , ha esaustivamente fugato ogni verosimiglianza di tale ipotesi, sottolineando, al contempo, la grossolana imperizia di quattro scalzacani che, nel portare a termine la vile aggressione, avevano lasciato tante tracce da essere poi facilmente identificati.

La pista di compromissioni istituzionali con i petrolieri, riguardava più verosimilmente alcuni fascisti come il SS. agli Interni Aldo Finzi, mirante a far ricadere sul Duce la responsabilità dell’accaduto.

Vero è che dopo il delitto in parola, Mussolini aveva gridato alla Camera: “Solo un nemico che da lunghe notti avesse pensato a qualcosa di diabolico contro di me, poteva effettuare questo delitto che ci percuote di orrore e ci strappa grida di indignazione”. 

Da quel momento caddero comunque le illusioni di coloro che avevano sperato in una democratizzazione del movimento fascista; ma  l’opposizione, guidata dal liberale Giovanni Amendola, non seppe far di meglio che ritirarsi in un ideale Aventino, nella speranza di un intervento della Monarca, che rimase tuttavia “alla finestra”

Al citato Sottosegretario agli Interni Finzi, che gli aveva portato un dossier sulle responsabilità di Mussolini sul fattaccio, il Re oppose il rifiuto a prenderne visione , dicendo : “Io sono cieco e sordo. I miei occhi e le mie orecchie sono la Camera ed il Senato” .

Non ebbe miglior fortuna l’esortazione rivolta al Monarca da Giolitti di  “prendere in mano la situazione”. L’anziano Statista, con la consueta lucidità , considerò la secessione aventiniana come un errore ed una manifestazione di viltà, laddove un ben diverso effetto di incisività istituzionale e politica avrebbero avuto delle dimissioni rassegnate in massa dai Deputati, con il conseguente e non eludibile intervento da parte della Corona ( che in tal caso [N. d. A] non avrebbe potuto esimersi dal tenere occhi ed orecchie  bene aperti ) .

Giolitti avrebbe sconsolatamente poi annotato, a commento dell’accaduto : “L’onorevole Mussolini ha tutte le fortune. A me l’opposizione ha sempre dato fastidi e travagli, con lui se ne va e gli lascia il campo!”.

Sforza e Bonomi  riuscirono a farsi ricevere dal Monarca con un copioso carteggio probatorio delle illegalità commesse dalla Camice Nere, ma l’interlocutore si rifiutò di leggerlo , trincerandosi dietro una protocollare freddezza.

Dopo la “secessione” il presidente della Camera, Alfredo Rocco, ne aggiornò i lavori sine die.

Il 17 giugno, a distanza cioè di 5 giorni dall’Aventino, Mussolini incontrò Vittorio Emanuele III, ed il 24 si presentò al Senato per ottenerne il voto di fiducia , accordatogli con il 90% dei consensi.

Il 26 giugno addirittura Croce promosse e votò una mozione a favore del nuovo Governo, definendo “prudente e patriottico” tale voto.

Il Governo ebbe la fiducia anche dalla Camera, tornata a riunirsi il 12 novembre, ma si trattava di un’Assemblea dove l’opposizione (ad eccezione di quella dell’esiguo gruppo comunista, dei massimalisti e di alcuni liberali) era ormai contumace.

Il 5 luglio 1924 Frassati  nel trasmettere a Giolitti una riservata di Sforza , informò il destinatario che nel caso di un nuovo Governo da lui guidato, avrebbe dovuto essere “un Ministero di pienissimi poteri, con lo stato di assedio larvato, con molto elemento militare”.

Le opposizioni tutte ora lo volevano, mentre le Associazioni dei Mutilati e dei Combattenti  avevano preso le distanze dal Regime; ma ormai era troppo tardi per arrestare quello che Dante avrebbe potuto chiamare “il folle volo del fascismo”.

Giolitti aveva architettato un estremo piano per fare tornare in Parlamento i secessionisti aventiniani: provocare una crisi di governo e riportare il Paese alle urne, ma i dissidenti non si mossero, sino a quando non ne venne dichiarata la decadenza dal mandato parlamentare.

Il 25 novembre il Parlamento giunse a deliberare la concessione di pieni poteri all’Esecutivo, per “risolvere liberamente, senza le difficoltà della procedura parlamentare, i più urgenti problemi della finanza e della pubblica Amministrazione”.

Dopo la crisi seguita a quell’omicidio, che segnò lo spartiacque fra coloro che presero le distanze dal movimento fascista e quanti continuarono a sostenerlo, il condominio tra il vecchio ed il nuovo- cioè tra ciò che restava dello Stato liberale e l’inedita configurazione totalitaria, figlia della concezione hegeliana comune al Nazismo ed al Comunismo-  iniziò a subire delle crepe al suo interno.

Il 3 gennaio del 1925, quando Mussolini  rivendicò la sua responsabilità politica e morale del delitto Matteotti, si prefissò di instaurare per la prima volta la dittatura con un colpo di mano.

Infatti il giorno successivo si recò dal Re con un Decreto di scioglimento del Parlamento, che contemplava anche l’arresto di tutti i deputati dell’opposizione; ma il Sovrano si rifiutò con grande energia.

Fu il canto del Cigno della democrazia, fu l’ultimo sussulto di regale orgoglio innanzi all’onda nera che avanzava impetuosa e che avrebbe travolto l’istituzione monarchica, trascinandola nei fondali di un’ ingloriosa connivenza; mentre l’evocato discorso di Mussolini fu il vero dies a quo della dittatura.

Il 4 gennaio l’on. Amendola, essendo  stato informato dell’intenzione del Sovrano di allontanare Mussolini, riservatamente manifestata la settimana precedente, , scrisse al Quirinale in questi termini:  “Sorga fieramente il Re, poiché ove la restaurazione istituzionale non diventi immediatamente un fatto compiuto ,di fronte all’aggressione di stile che il governo fascista sta muovendo in quest’ora contro lo Statuto e contro gli istituti che in esso trovano fondamenta, la nostra battaglia costituzionale minaccia di naufragare in uno storico fallimento”.

Anche Turati tornò a sperare ed il 6 gennaio, riferendosi  al Capo dello Stato, commentava : “L’ometto sta in agguato…”.

Intanto Mussolini  cadeva ammalato e Vittorio Emanuele III rispondeva a coloro che ne chiedevano la rimozione: “ Offritemi un patto costituzionale ..preparate una successione.. assumete le vostre responsabilità e la Corona si assumerà le proprie”. Purtroppo anche in questa circostanza, come nel 1922 – ma ora con l’aggravante di un Parlamento tenuto a fronteggiare non più un pericolo eventuale, bensì reale – il “signor Savoia”, come sprezzantemente lo chiamava in segreto il Duce, si trovò nel dramma della solitudine di un Monarca costituzionale che non poteva fare affidamento sulle forze costituzionali.

Il 14 gennaio Mussolini , rimessosi in salute, approvò un blocco di decreti–legge che, di fatto, costituirono l’eutanasia dello Stato liberale, nel mentre nasceva, con sinistri vagiti, la creatura sulfurea dello Stato totalitario, destinata ad irrobustirsi con la cura ricostituente delle c.d. “Leggi fascistissime” varate l’anno seguente.

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La prima parte al link:        

https://www.internationalwebpost.org/100-anni-fa-la-crisi-dello-stato-liberale-1919-1924-e-lassassinio-di-matteotti-i-parte/       

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Data:

3 Giugno 2024
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