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1874 – 2024 – CENTOCINQUANT’ANNI DALL’ALBA IMPRESSIONISTA

“Quale necessità abbiamo di risalire alla storia, di rifugiarci nella leggenda, di consultare i registri dell’immaginazione?

La bellezza è sotto i nostri occhi non nel cervello, nel presente non nel passato, nella verità non nel sogno, nella vita non nella morte.

L’universo che abbiamo davanti a noi è quello che il pittore deve rappresentare” (Jules Castagnary, critico d’arte-1867)

Quando i futuri impressionisti fecero la loro comparsa sulla grande scena del mondo dell’arte (anni 50-60 del 1800) la pittura di allora era dominata dalla cosiddetta “art pompier”. Con questo termine si alludeva, ironicamente, ad uno stile che rappresentava gli aspetti retorici di un’arte ufficiale, identificati con copricapi simili ai caschi dei pompieri, con cui si raffiguravano gli eroi dell’antichità. Più tardi questo termine venne utilizzato per indicare, in genere, tutta l’arte accademica.

L’esortazione di Castagnary, venne raccolta da un gruppo di giovani artisti che, con fervore e convinzione, esordirono a Parigi il 15 Aprile 1874 con una mostra allestita nello studio del fotografo Nadar, sito al n. 35 di Boulevard des Capucines.

Dietro questo audace esordio (clamoroso e contestato dalla critica e non soltanto) c’erano stati oltre dieci anni di esperienze realizzate attraverso una nuova pittura. Essa era orientata ad esprimere, con passione, il senso assoluto dell’emozione vissuta nel presente. Il risultato fu quello di quadri realizzati con toni chiari e pennellate vibranti, con il totale rifiuto di organizzarne prima la struttura e la composizione dell’opera, con l’esclusione di qualsiasi elemento metaforico, e, soprattutto, con una fedele e totale aderenza alla realtà, in modo da rendere sulla tela un nuovo, moderno, sentire.

Questa nuova sensibilità pittorica fu precorsa dalle opere dei “Barbizonniers” che influenzeranno in modo decisivo i futuri impressionisti. I Barbizonniers furono così nominati perché il loro capofila, Théodore Rousseau, scelse di vivere e lavorare per undici anni in un paese ai margini della foresta di Fontainebleau, Barbizon, in quanto escluso dal Salon di Parigi (esposizione di pittura e scultura che si teneva al Louvre con cadenza biennale -fino al 1863 – e annuale in seguito) a causa delle sue idee repubblicane. I suoi quadri sono immagini solenni e silenziose della natura e testimoniano il suo completo distacco dal mondo parigino.

Restando ancora nell’ambito dei prodromi dell’Impressionismo, nel 1846 il poeta e scrittore C. Baudelaire aveva espresso la sua convinzione secondo cui gli artisti dovevano saper individuare e celebrare l’aspetto “eroico” della quotidianità (“Il meraviglioso ci bagna e ci avvolge come l’atmosfera” [cit]). Naturalmente Baudelaire si rivolgeva agli scrittori, ma a tale ardito suggerimento che doveva sollecitare un nuovo modo di percezione dell’arte, rispose Edouard Manet (carismatico artefice della prima, polemica opposizione alla cultura accademica) con il quadro “Musica alle Tuileries” del 1862, meraviglioso documento di semplice vita di tutti i giorni, capace di entrare prepotentemente nell’arte e nella storia.

I caratteri della nuova corrente pittorica apparvero nel Salon del 1859, in cui si avvertì la prima crisi della pittura di storia, a favore di quella di paesaggio e della scena di genere. Il Salon, però, in quel momento storico era gestito da rappresentanti di un tipo di arte che doveva sottolineare con continuità ed autorità la vita ufficiale del Secondo Impero. Per tale motivo l’arte “pompier” – volta all’antico e caratterizzata da grandi formati, soggetti storici e mitologici, abbondanza di citazioni – dominava incontrastata. Soltanto nei successivi anni il Realismo e l’Impressionismo riusciranno a conquistare gradualmente terreno ribaltando i canoni estetici e divenendo, così, i protagonisti del “nuovo”.

Fra i partecipanti al Salon del 1859 era presente, con un piccolo paesaggio, Camille Pisarro, proveniente dalle Antille, e destinato a divenire il Capo del movimento impressionista.

La nuova pittura non avrà vita facile all’interno dei Salon delle edizioni successive. Il rapporto con la giuria era, ovviamente, problematico. Qualche pittore della nuova corrente riuscì ad entrare, ma molti altri vennero regolarmente esclusi dall’esposizione. L’intento di tutti, esclusi e non, era quello di rinnovare i temi e i linguaggi del Salon, ma, alla fine, resterà fedele a questo proposito soltanto Manet. Gli altri artisti decisero di continuare la propria strada emancipandosi dalla rassegna, costituendo, nel 1873 la “Société anonyme coopérative des artistes peintres sculpteurs et graveurs” che sarà il preludio alla mostra del 1874, evento in cui si suole dare inizio ufficiale alla nascita dell’Impressionismo.

Anche se Manet, come scrivevo, fu l’autore del primo, radicale, rinnovamento di linguaggio, sarà successivamente Monet ad indicare ai compagni la via della pittura “en plein air”, mentre Degas darà esempio di inesauribile bisogno di esplorazione di tutti gli aspetti della realtà.

La ricchezza e la varietà dell’Impressionismo si deve, infatti, proprio alla diversità dei temperamenti dei suoi numerosi esponenti, ognuno dei quali elaborò una tecnica tesa all’istantaneità dell’impressione.

Segnalo, infine, al Musée d’Orsay di Parigi una mostra in programma dal 26 marzo al 14 luglio 2024. In occasione del centocinquantenario dalla nascita dell’Impressionismo, essa ripercorre la storia di questa corrente pittorica, celebrandone i maestri e la sua geniale interpretazione della realtà.

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27 Maggio 2024
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