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50 anni fa… la rivoluzione studentesca

Paolo Ramundo, Gianfranco Moltedo (26 anni) e Martino Branca (27 anni): questi i nomi dei tre giovani che il 19 febbraio del 1968 occuparono il campanile di Sant’Ivo alla Sapienza di Roma. Un capolavoro del Barocco realizzato da Francesco Borromini, compendio di bellezza e di ingegno, aspirazione all’infinito, leggerezza ricreata nel globo. L’Università italiana rivendicava un importante cambiamento. Ci riuscì perché da Università d’elite si passò a quella di massa. I professori scesero dai piedistalli per interagire con i propri studenti e furono smistati a proiettarsi nell’attività professionale. Cambiò di fatto il concetto stesso di studio, di accessibilità, di comunicazione. Ciò favorì la contestazione: si rifiutava la situazione così com’era, giungendo alle prime occupazioni, agli sgomberi e alle rioccupazioni per esempio della Statale di Pisa, di Palazzo Campana a Torino, della Cattolica di Milano, di Architettura a Milano, Roma, Napoli, di Sociologia di Trento.

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Si respirava uno strano clima, che ben presto avrebbe travolto tutta l’Europa. Qui, infatti, si giunse alla formazione di un movimento mai visto e percepito prima, fatto di universitari, liceali, giovani, operai. Mario Capanna, leader storico del Movimento studentesco, oggi parlamentare europeo, nel presentare in questi giorni il suo nuovo libro, intitolato ’Noi tutti’, sostiene che il ’68 abbia favorito quello spirito critico che porta a vedere la realtà in maniera diversa rispetto a prima. Grazie agli eventi di quell’anno si è acuito il senso di responsabilità e si è imparato a rispondere di ciò che veniva detto, pensato e fatto. “Insegnava Don Lorenzo Milani – riferisce Capanna – che se uno vuole uscire dal suo problema da solo non ce la fa. Riuscire pertanto diventa la generosità del superamento delle difficoltà. Allora il pronome prevalente smette di essere io e diventa noi”.

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La più grande riforma sociale di questi 50 anni viene dal ‘68. Si deve combattere in prima persona per vincere: questa la grande lezione ereditata da quell’anno emblematico. La democrazia è partecipazione. E’ necessario appassionarsi alle cose che si fanno e lottare in maniera coesa. Anche la scrittrice Dacia Maraini ha espresso delle parole per questo grande movimento che ha cambiato le regole, il modo di vedere, i linguaggi: “Una grande rivoluzione pacifica con delle deviazioni di fanatismo, – ha sottolineato la scrittrice – come sempre, ma che non hanno vinto loro. Sono cambiati i rapporti sia nella famiglia che nella società. E le leggi, tutte le grandi leggi del mondo civile, fino a quella attuale sul fine vita. Tutto è cominciato a cambiare nel ’68”.

Data:

22 Febbraio 2018