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8 SETTEMBRE: MEMORIE DI UN SUPERSTITE (*)

Al crepuscolo di una lunga esistenza, vorrei passare il testimone della memoria ai giovani che credono negli ideali per i quali ho combattuto quando ero giovane anche io, ma anche- e forse soprattutto- a quanti, tra di loro, sono alla ricerca di ideali che rendano la vita veramente degna di essere vissuta.

Sono , alla “verde” età di 96 anni, uno dei pochi Ufficiali dei Granatieri superstiti di quella che sarebbe stata successivamente definita, impropriamente, “Difesa di Roma”, in relazione agli avvenimenti verificatisi alle porte della Città eterna tra l’8 ed il 10 settembre 1943.

cms_31685/1.jpgIn una situazione di totale confusione, nella mancanza di una catena di comando istituzionalmente degna di questo nome e quindi senza ordini, i Granatieri restarono al loro posto, senza cedere alla tentazione del “tutti a casa”, obbedendo viceversa alla Religione suprema del Dovere e galvanizzati dall’autorevolezza morale degli ufficiali rimasti loro accanto. La fatidica notte di quell’8 settembre i Granatieri, insieme a pochi altri reparti, salvarono l’onore dell’Esercito italiano combattendo contro l’ex alleato tedesco.

Fu così assicurata la sopravvivenza dell’ancor giovane Italia, che da solo 25 anni aveva portato a compimento l’edificio unitario, rendendosi indipendente nell’intero suo territorio da ogni dominazione straniera.

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Il giudizio della Storia su chi, all’epoca, ebbe la responsabilità della conduzione politico –militare del Paese, è stato ampiamente negativo, e non può coinvolgere- viceversa- quei ragazzi che portarono a compimento il loro dovere, molti dei quali fino al supremo sacrificio della vita, dimostrando un’ esemplare coerenza ai dettami di una coscienza militare rettamente orientata.

La presente mia testimonianza vuole essere un atto doveroso di omaggio alla memoria di quei giovani Granatieri, il crepitare disperato delle cui armi, impari rispetto alla forza travolgente dei Panzer tedeschi, scandiva ancora i battiti del cuore di una Patria straziata, ma viva ancora e ben determinata a mantenere fino all’ultimo, la bandiera dell’onore e della dignità.

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Il primo di quei colpi d’arma da fuoco, fu il segnale della riscossa, la fine di un equivoco, la rottura di un’alleanza innaturale con quello che era stato il nemico di sempre, tradizionalmente avverso alla nostra indipendenza ed unità.

Quel colpo fu l’inizio ufficiale della “resistenza armata” e della lotta di Liberazione contro la Germania di Hitler, che-se vincitrice- ci avrebbe schiacciati per sempre. Era la Nazione in armi , l’esercito di un popolo che non aveva smarrito la fierezza dei precursori risorgimentali, che si risollevava con la forza della speranza del cuore, contro ogni speranza della ragione: esercito tradito dal Re e dal suo Governo in fuga codarda, immemore il primo della tradizione di amor patrio già retaggio di Casa Savoia.

Ma i Granatieri avvertivano ancora la tensione morale e la suprema bellezza della fedeltà al nobile ideale della Patria racchiuso nel drappo tricolore: i caduti nei tre secoli precedenti, l’avevano dipinta con il verde della loro recisa gioventù, con il rosso del loro sangue, con il bianco della purezza dei loro cuori. Non erano morti , ma la loro voce imperiosa gridava in quei momenti alle nostre coscienze che non v’era scelta: combattere e morire, o meglio consentire che la farfalla dello spirito eroico, uscisse dal bozzolo della corporeità terrena, per spiccare il volo verso l’eterna gloria che spetta quanti hanno onorato un sacro dovere.

I fatti nell’essenziale possono così riassumersi: la divisione Granatieri nel novembre del 1942 fu fatta rientrare dai Balcani a Roma, nel momento in cui cominciava a profilarsi il pericolo di invasione del territorio nazionale, al fine di poter disporre nella Capitale di truppe fidate. Il successivo 25 luglio -è storia nota- il Fascismo cadde da solo ed il nuovo Governo, superato in settembre il dilemma se difendere o meno ad oltranza la capitale dalla temuta e prevedibile invasione germanica, optò per allestirvi intorno la c.d. “cintura di sicurezza”, per consentire al Sovrano ed all’Esecutivo di mettersi in salvo.

cms_31685/4.jpgSu detta “cintura furono schierate due grandi unità : la “Piave” e la “Granatieri”, la prima a nord della città e la seconda – ritenuta più affidabile- a sud della medesima, in corrispondenza della più probabile provenienza della truppe tedesche, che erano dislocate sul litorale tirrenico.

Era pertanto scartata l’idea di una difesa a tutto campo della Capitale, quantunque fossero disponibili intorno a Roma – a tal fine- tre corpi d’Armata: quello motocorazzato, il XVII, ed il corpo d’Armata di Roma, per un totale di circa 70.000 uomini.

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Come prevedibile, all’annunzio dell’armistizio siglato dagli italiani con gli anglo –americani, le truppe tedesche, consistenti in una Divisione corazzata ed una di Paracadutisti, si mossero da Pratica di Mare verso la Capitale. Ivi , superato senza problemi il primo baluardo che avrebbe dovuto essere costituito dalla Divisione Piacenza, schierata innanzi ai Granatieri, si presentarono al Caposaldo n.5 del Ponte della Magliana, tenuto dalla 9a Comp/ I Gran. sull’Ostiense, che era una strada particolarmente adatta al passaggio dei carri armati. Facendosi vilmente scudo dei soldati della Piacenza appena catturati, i tedeschi intimarono ai Granatieri di arrendersi, ma questi ultimi risposero che il loro Corpo non conosceva la parola “resa”. Alle 22 iniziavano così i combattimenti ed il Nemico, vista l’impossibilità di passare per quella via , cercava di sfondare attaccando il 6° Caposaldo sull’Acqua Acetosa , tenuto dalla 10a Comp. /I Gran. della Laurentina. Fallito anche questo tentativo, i tedeschi attaccavano allora il Caposaldo n.7 della Cecchignola, presidiato dalla11° Comp./ I° Gran., con l’intento di farlo cadere per prendere alle spalle gli altri due Capisaldi e determinare il crollo di tutto il fronte.

Ancora una volta l’intento non sortiva l’effetto sperato, grazie alla tenacia dei Granatieri, determinati a difendere le postazioni loro assegnate ad ogni costo e sino alle estreme conseguenze.

La battaglia, che fu in realtà la prima di quella che sarebbe passata alla storia come Guerra di Liberazione, era tra forze macroscopicamente impari e senza alcuna possibilità di vittoria da parte nostra: le due grandi unità germaniche menzionate, contro un reggimento di fanteria di linea, quale era appunto quello dei Granatieri. Quest’ultimo, privo di armi contro-carro, di validi mezzi di trasmissione, di pur semplici ostacoli quali il filo spinato o campi minati, dovettero far fronte ai poderosi carri armati della Wehrmacht: David contro Golia!

Ciò malgrado, la sorte del combattimento fu inizialmente incerta, con i Granatieri che, a volte costretti a retrocedere, riuscivano a riconquistare le posizioni perdute, senza coltivare- peraltro- alcuna illusione di poterle mantenere.

Al Caposaldo n.5 il capitano Villoresi (poi trucidato alle Fosse Ardeatine), che ne comandava l’artiglieria, di concerto con il capitano Meoli , preposto all’intero Caposaldo, riusciva ad attuare un’imboscata agli attaccanti,che si davano alla fuga . Sarebbe a quel punto bastato l ‘intervento ( che non ebbe luogo) di una delle nostre due Divisioni corazzate per aiutarci, nel frangente in cui il col. tedesco Dolmann riconosceva che alle ore 11 del giorno 9 “un distaccamento di paracadutisti si trovava in serie difficoltà” e che “I Granatieri combattevano splendidamente” .

Al Caposaldo n.7 il capitano d’artiglieria Lucente (Medaglia d’argento al VM) dopo aver perduto i suoi mezzi di difesa, cadeva alla testa dei suoi uomini essendo stato ferito a morte. Morte eroica toccava anche al granatiere Gerevini [1] , per aver tentato di salvare una mitragliatrice che stava per cadere in mano al nemico: eroe senza medaglia e senza sacello, poiché le sue spoglie, a qualche chilometro dal Campidoglio, non sarebbero state mai più ritrovate!

Al Caposaldo n.6,nel pomeriggio del 9 il capitano Pandolfo (Medaglia d’oro al V.M.) , per arginare un attacco nemico, si poneva alla testa dei suoi Granatieri ed al grido di “avanti Decima!”, riusciva nell’intento cadendo eroicamente sul campo.

Tutta la linea dei Capisaldi era progressivamente costretta a ripiegare ed al mattino del 10 erano travolti i numeri 8 e 9, presidiati-rispettivamente- dalla 7a e dalla 9a Compagnia del 2° Granatieri, con la morte del s. ten. Nicoli (medaglia d’argento al VM), del ten. Pelosi e di numerosi altri Granatieri. Alla Montagnola era attaccato il posto di comando del 1°Granatieri, con la conseguente perdita di molti altri uomini, tra cui il s. ten. Perna (medaglia d’oro al VM)

A Porta S. Paolo un altro atto di valore: il ten. Persichetti (medaglia d’oro al V.M.) invalido di guerra, udito il crescente clamore delle armi, accorreva nel luogo da dove esso proveniva ed in abito civile, raccolto il fucile di un caduto, combatté eroicamente sino alla morte.

Salivano così a tre le medaglie d’oro conferite ad ufficiali dello stesso Reggimento, il 1°Granatieri, nel breve arco di tempo di 40 ore di combattimento :un vero primato che avrebbe dovuto far ben meritare la medaglia d’oro al V.M. alla Bandiera del Reggimento.

Le trattative per un armistizio stavano per concludersi, condotte da coloro che non avevano voluto o saputo organizzare la battaglia in difesa di Roma. Armistizio proficuo per i tedeschi, che entravano nella capitale per restarvi da padroni grazie alla finzione giuridica giusta la quale Roma venne dichiarata “città aperta”.

In questo quadro di riferimento, i Granatieridel 3°Battaglione, i “Giaguari” di Felice d’Ambrosio unitamente a tutti commilitoni sopravvissuti, si ritrovarono compatti con le residue armi e munizioni- baionetta in asta – sulla linea di Porta S. Paolo , Porta Capena e Colosseo, decisi a resistere sino all’ultima cartuccia ed all’ultimo uomo, peraltro ignari che altri avevano sottoscritto quella resa cui mai essi si sarebbero risolti.[2]

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Tre generazioni si sono susseguite da allora ed ancora su quel terreno consacrato dal sangue della nostra in particolare ( terreno che i romani, inconsci ed ignari di tanto eroismo, attraversano nei giorni festivi per recarsi al mare), non vi è un segno che ricordi la gloria di quei nuovi opliti: “ad essi memoria e non lamenti ed elogio il compianto. Non il muschio né il tempo che devasta ogni cosa, potrà su questa morte”.[3]

cms_31685/7.jpgBasterebbe oggi una semplice lapide, che mutuando le parole da quella evocativa del sacrificio delle Termopili, così recitasse: “dì, o viandante della Città eterna, di averci visti qui cadere, per obbedire alle sacre leggi della Patria”.

Per esse, e solo per esse, scolpite in dei cuori generosi prima ancora ed al di sopra di qualsivoglia legge terrena, si immolarono i Granatieri e quanti, al pari di loro, cadendo hanno consentito che non morisse l’Italia e quel che restava della dignità di un popolo vinto.

Questa è la storia di una battaglia , la prima che dette inizio alla lotta contro il Nazismo al fianco degli anglo –americani, che altri hanno voluto minimizzare definendola “scaramuccia” e così uccidendo, per la seconda volta, i martiri di una Resistenza non sbandierata, ma intensamente vissuta fino al sacrificio estremo.

Il non voler riconoscere questa realtà renderebbe poco credibile, o addirittura ipocrita, ogni eventuale lacrima versata nelle ricorrenze celebrative di quanti hanno pagato con la vita stessa, l’aver tenuto fede al loro giuramento.

Se questa mia testimonianza potrà –almeno in parte- servire a dare voce a quei morti, custodi ignoti di un onore altrimenti perduto, avrò mantenuto la promessa fatta ai miei uomini condotti a combattere quell’8 settembre, che il loro sacrificio non sarebbe stato inutile, né dimenticato. Per loro l’Italia di Vittorio Veneto continuò a vivere ed a rialzarsi dalla polvere, per loro ancora una volta “l’Italia si era desta”.

Queste umili espressioni ho voluto scrivere in segno di commossa riconoscenza e di inesausto rimpianto, quasi mortificato dall’essere io sopravvissuto all’inferno di quei giorni; ma ora, adempiuto il compito, faccio mie le parole del Cantico[4] di Simeone: “ Etnuncdimittisservum tuum, Domine, secundum verbumtuumin pace”.

Granatiere di Sardegna Gen. Div. (t. o). Luigi Franceschini (1918-2015)

(*la testimonianza offerta a IWP dal prof. Tito Lucrezio Rizzo)

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[1]Tu , o granatiere Palmiro Gerevini , sei uno dei numerosi morti di cui nessuno ha potuto fare la conta; nessuno ha trovato le tue spoglie, ma il tuo animo è lì, sull’Altare della Patria :hic cultus, alibi ossa. E la Tua vecchia madre, afflitta dal dolore per la perdita di un altro suo figli marinaio, caduto affondando con la sua nave in mare, avrebbe invano atteso tue notizie se, per mia iniziativa, il Tuo comandante di plotone non si fosse recato a renderle omaggio”. Il brano è tratto da un’orazione pubblica approntata dal gen. Franceschini , nella ricorrenza dell’8 settembre 2002.

[2] Per chi voglia saperne di più , rinvio al mio libro 50 anni dopo , disponibile anche telematicamente.

[3] Simonide di Ceo (556 – 468 a C. Per i morti delle Termopili

Di quelli che caddero alle Termopili
famosa è la ventura della

[4] Lc 2,29-32

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Data:

7 Settembre 2023