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A Milestone for Myanmar’s Democracy

Democracy may finally be taking hold in Myanmar. The evidence lies in a crushing electoral victory by Daw Aung San Suu Kyi and her party last Sunday in the country’s first free election in a quarter century — a verdict so decisive that the military, which refused to accept similar results in 1990 and placed Ms.

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Aung San Suu Kyi under house arrest for 15 years, has indicated that this time it will not interfere. Though the vote count is not complete, preliminary data suggests that her National League for Democracy won the most seats in the upper house of Parliament and leads in the regional assemblies.

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But the elections are just a beginning. Myanmar is still at the start of what will be a difficult transition from an isolated military dictatorship to a more open society. Whether that can be accomplished peacefully will be a challenge for both the generals who have run the country for decades as well as Ms. Aung San Suu Kyi.

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One hurdle is that while her party is likely to dominate Parliament and the executive branch, three large and powerful ministries — interior, defense and border security — will remain under the military. The generals, who came to power in 1962 after overthrowing a civilian government, made sure when they wrote a new Constitution in 2008 to maintain a grip on these three levers.

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The 2008 Constitution also bars Ms. Aung San Suu Kyi, a Nobel laureate, from becoming president, because her children are foreign nationals. Nobody doubts that this twisted provision was aimed at excluding her from the nation’s top job. Even so, dismissing the Constitution as “very silly,” she has asserted defiantly that she will be “making all the decisions” behind the scenes.

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That is very bold language. It is also troubling and not particularly shrewd. The implication is that the next president will be a compliant member of her party and the Constitution can be ignored. But the success of Myanmar’s democratic evolution will depend on Ms. Aung San Suu Kyi working with the military, which under the Constitution is guaranteed 25 percent of the seats in Parliament. Bringing about changes in the Constitution that would put the security ministries under civilian control, and allow her to run for president, will require the support of 75 percent of Parliament. Simple arithmetic says that her ambitions depend on getting along with the generals. Sunday’s election created a new reality in Myanmar; to maximize it, Ms. Aung San Suu Kyi needs all the help she can get.

cms_2973/italfahne.jpgUna pietra miliare per la democrazia in Myanmar
La democrazia può finalmente prendere piede in Myanmar. La conferma è data dalla schiacciante vittoria elettorale di Aung San Suu Kyi e del suo partito domenica scorsa durante le prime elezioni libere del paese nell’ultimo quarto di secolo – un verdetto così decisivo che i militari, gli stessi che rifiutarono di accettare i risultati simili nel 1990 e misero Aung San Suu Kyi agli arresti domiciliari per 15 anni, questa volta non hanno interferito. Anche se il conteggio dei voti non è completo, i dati preliminari suggeriscono che la Lega nazionale per la democrazia ha ottenuto la maggioranza dei seggi nella Camera alta del Parlamento e delle assemblee regionali. Le elezioni sono solo un inizio. Il Myanmar è ancora all’inizio di quella che sarà la difficile transizione da una isolata dittatura militare verso una società più aperta. Se ciò potrà essere realizzato, sarà una sfida per entrambi i generali che hanno governato il paese così come ha fatto Aung San Suu Kyi per decenni. Un ostacolo è rappresentato dal fatto che, mentre il suo partito rischia di dominare il Parlamento e il potere esecutivo, tre ministeri importanti – interni, difesa e sicurezza alle frontiere – resteranno sotto il comando militare. I generali, che presero il potere nel 1962 dopo aver rovesciato il governo civile, quando hanno scritto la nuova Costituzione nel 2008 hanno mantenuto il comando di questi tre poteri. La costituzione del 2008 impedisce anche a Aung San Suu Kyi, premio Nobel, di diventare presidente, perché i suoi figli sono cittadini stranieri. Nessuno dubita che questa disposizione aveva il fine di escluderla dalla carica più importante della nazione. Anche così, respingendo la Costituzione come “una cosa banale”, ha affermato con aria di sfida che prenderà “tutte le decisioni” dietro le quinte. Questo è un linguaggio molto audace. E’ anche preoccupante e non particolarmente scaltro. L’implicazione che il prossimo presidente sarà un membro conforme del suo partito e della Costituzione non può essere ignorato. Puntare il successo dell’evoluzione democratica del Myanmar dipende da Aung San Suu Kyi che dovrà lavorare con i militari, a cui, secondo la Costituzione è garantito il 25 per cento dei seggi in Parlamento. Contribuire a cambiare la Costituzione mettendo i ministeri di sicurezza sotto il controllo civile, permettendole di correre per la presidenza, richiederà il sostegno di 75 per cento del Parlamento. La semplice aritmetica dice le sue ambizioni stanno ottenendo risultati insieme con i generali. Le elezioni di domenica hanno creato una nuova realtà in Myanmar; per massimizzare il tutto, Aung San Suu Kyi ha bisogno di tutto l’aiuto che potrà ottenere.

(Tradotto dall’articolo A Milestone for Myanmar’s Democracy pubblicato dall’editorial board del newyorktimes.com venerdì 13 novembre 2015)

Data:

14 Novembre 2015