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A season that began in hope, but ended in desolation

Five years ago, waves of popular protest began to spread, thrillingly, across the Arab world. Is anyone better off as a result? Patrick Cockburn reflects

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Arab Spring was always a misleading phrase, suggesting that what we were seeing was a peaceful transition from authoritarianism to democracy similar to that from communism in Eastern Europe. The misnomer implied an over-simplified view of the political ingredients that produced the protests and uprisings of 2011 and over-optimistic expectations about their outcome.

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Five years later it is clear that the result of the uprisings has been calamitous, leading to wars or increased repression in all but one of the six countries where the Arab Spring principally took place. Syria, Libya and Yemen are being torn apart by civil wars that show no sign of ending. In Egypt and Bahrain autocracy is far greater and civil liberties far less than they were prior to 2011. Only in Tunisia, which started off the surge towards radical change, do people have greater rights than they did before.

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What went so disastrously wrong? Some failed because the other side was too strong, as in Bahrain where demands for democratic rights by the Shia majority were crushed by the Sunni monarchy. Saudi Arabia sent in troops and Western protests at the repression were feeble. This was in sharp contrast to vocal Western denunciations of Bashar al-Assad’s brutal suppression of the uprising by the Sunni Arab majority in Syria. The Syrian war had social, political and sectarian roots but it was the sectarian element that predominated.

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Why did intolerant and extreme Islam trump secular democracy? It did so because nationalism and socialism were discredited as the slogans of the old regimes, often military regimes that had transmuted into police states controlled by a single ruling family. Islamic movements were the main channel for dissent and opposition to the status quo, but they had little idea how to replace it. This became evident in Egypt where the protesters never succeeded in taking over the state and the Muslim Brotherhood found that winning elections did not bring real power.

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The protest movements at the beginning of 2011 presented themselves as progressive in terms of political and civil liberty and this belief was genuine. But there had been a real change in the balance of power in the Arab world over the previous 30 years with Saudi Arabia and the Gulf monarchies taking over leadership from secular nationalist states. It was one of the paradoxes of the Arab Spring that rebels supposedly seeking to end dictatorship in Syria and Libya were supported by absolute monarchies from the Gulf.

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The West played a role in supporting uprisings against leaders they wanted to see displaced such as Muammar Gaddafi and Assad. But they gave extraordinarily little thought to what would replace these regimes. They did not see that the civil war in Syria was bound to destabilise Iraq and lead to a resumption of the Sunni-Shia war there.

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An even grosser miscalculation was not to see that the armed opposition in Syria and Iraq was becoming dominated by extreme jihadis. Washington and its allies long claimed that there was a moderate non-sectarian armed opposition in Syria though this was largely mythical. In areas where Isis and non-Isis rebels ruled they were as brutal as the government in Damascus. The non-sectarian opposition fled abroad, fell silent or was killed and it was the most militarised and fanatical Islamic movements that flourished in conditions of permanent violence.

cms_3248/italfahne.jpgCinque anni dalla primavera araba

Una stagione che ha avuto inizio nella speranza, ma si è conclusa nella desolazione.

“Primavera araba” è sempre stata una frase fuorviante, suggerendo che, quello che stavamo vedendo era una transizione pacifica dall’autoritarismo alla democrazia simile a quella dal comunismo in Europa orientale. Il termine improprio implicava una visione semplicistica degli ingredienti politici che hanno prodotto le proteste e le rivolte del 2011 e le aspettative eccessivamente ottimistiche circa il loro esito.
Cinque anni più tardi, è chiaro che il risultato delle rivolte è stato disastroso, portando a guerre o all’aumento della repressione in tutti, forse tranne uno, dei sei paesi in cui la primavera araba ha avuto principalmente luogo. Siria, Libia e Yemen sono lacerate da guerre civili che non mostrano alcun segno di una soluzione. In Egitto e Bahrein l’autocrazia è molto più radicata e le libertà civili molto meno di quanto non fossero prima del 2011. Solo in Tunisia, che ha cominciato l’impulso verso un cambiamento radicale, le persone hanno più diritti di quanto non ne avessero prima.

Che cosa è andato così disastrosamente male? Alcuni hanno fallito perché l’altra parte era troppo forte, come in Bahrain, dove le richieste di diritti democratici da parte della maggioranza sciita sono stati schiacciati dalla monarchia sunnita. L’Arabia Saudita ha inviato truppe e le proteste occidentali contro la repressione sono state deboli. Questo è stato in netto contrasto con le denunce occidentali della brutale repressione di Bashar al-Assad della rivolta da parte della maggioranza arabo-sunnita in Siria. La guerra siriana ha radici sociali, politiche ed estremiste, ma è stato l’elemento religioso a predominare.
Perché l’Islam intollerante ed estremista ha fatto svanire un’idea di democrazia laica? Lo ha fatto perché il nazionalismo e il socialismo sono stati screditati come gli slogan dei vecchi regimi, spesso regimi militari che si erano tramutati in stati di polizia controllate da una singola famiglia regnante. I movimenti islamici sono stati il ​​principale canale di dissenso e di opposizione allo status quo, ma non avevano la minima idea di come sostituirli. Questo è diventato evidente in Egitto, dove i manifestanti non sono riusciti a far affermare lo stato facendo si che i Fratelli Musulmani vincessero le elezioni senza creare un potere reale.

All’inizio del 2011, i movimenti di protesta si sono presentati come progressisti in termini di libertà politica e civile, questa convinzione era genuina. Ma c’era stato un vero e proprio cambiamento di equilibri di potere nel mondo arabo negli ultimi trent’anni con l’Arabia Saudita e le monarchie del Golfo che hanno assunto la leadership al posto degli stati nazionalisti laici. E’ uno dei paradossi della primavera araba in cui i ribelli hanno presumibilmente cercato di porre fine alle dittatura in Siria e Libia essendo supportati dalle monarchie assolute del Golfo.

L’Occidente ha svolto un ruolo di sostegno alle rivolte contro i leader di cui si voleva la fine, come Muammar Gheddafi e Assad. Ma è stato dato un sostegno relativamente limitato nel come sostituire questi regimi. Non è stato considerato che la guerra civile in Siria avrebbe destabilizzato l’Iraq e portato ad una ripresa della guerra tra sunniti e sciiti.

Un errore di calcolo anche grossolano è stato quello di non vedere che l’opposizione armata in Siria e in Iraq stava per essere dominata dai jihadisti estremisti. Washington e i suoi alleati hanno a lungo sostenuto che c’era una opposizione armata moderata in Siria, sebbene questo fosse in gran parte un mito. Nelle zone in cui l’Isis e i ribelli non-Isis governavano sono tanto brutali quanto il governo di Damasco. L’opposizione moderata è fuggita all’estero, è rimasta in silenzio o è stata uccisa; sono stati i movimenti islamisti più militarizzati e fanatici a fiorire in condizioni di violenza permanente.

(Tradotto dall’articolo The Arab Spring, five years on: A season that began in hope, but ended in desolation scritto da Patrick Cockburn, pubblicato su independent.co.uk venerdì 8 gennaio 2016)

Data:

9 Gennaio 2016