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ADDIO ALLA CARA, VECCHIA “ALZATA DI MANO”?

Fin dalla notte dei tempi, i turni comunicativi di ogni classe scolastica sono governati dalla fatidica “alzata di mano”, croce e delizia di ogni insegnante. Gli alunni, grandi o piccoli che siano, sono chiamati a sollevare il braccio per rispondere alle domande del docente o per chiedergli ulteriori spiegazioni.

cms_5067/2.jpgUn metodo che sembrava essere ben collaudato, ma che oggi rischia di vacillare: un preside del Nottighamshire (Gran Bretagna), Barry Found, ha deciso di abbandonare l’“antiquata” consuetudine per far spazio a strategie più moderne ed efficaci. Il motivo? L’alzata di mano escluderebbe dalle lezioni gli studenti più timidi che, se non chiamati in causa, tenderebbero a restare costantemente in disparte pur di non prendere la parola davanti alla classe.“Abbiamo deciso di tentare qualcosa di nuovo perché abbiamo constatato che sono sempre le stesse le mani ad alzarsi quando un insegnante pone una domanda. Non ci sembra un modo soddisfacente per aiutare e incoraggiare tutti i ragazzi all’apprendimento” ha scritto il dirigente del liceo in una lettera ai genitori. I ragazzi della Samworth Church Academy School di Mansfield, dal 28 novembre scorso (data in cui la piccola grande “riforma” è entrata in vigore), non alzano più la mano per interloquire con il docente, bensì per richiedere il silenzio, funzione diametralmente opposta a quella tradizionale. Sono i professori a stabilire, volta per volta, la strategia da seguire durante le discussioni di classe, calibrandola con attenzione a seconda degli studenti con cui si interfaccia. Si può, ad esempio, sorteggiare alcuni alunni affinché diano inizio al dibattito, oppure chiedere a uno di loro di “nominare” uno dei suoi compagni. Le possibilità sono pressoché infinite, purché il docente sia dotato di una buona inventiva e che sappia coinvolgere il più altro numero di studenti, compresi i meno estroversi.

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“I ragazzi hanno appreso questa tecnica molto bene e sono molto bravi” ha assicurato Found, ignaro delle polemiche che una scelta del genere avrebbe scatenato. Non tutti, infatti, hanno saputo apprezzare questo “cambio di rotta”, tessendo le lodi del buon vecchio metodo dell’alzata di mano.“Mio figlio ha paura di essere scelto a caso quando non sa la risposta giusta ed è amareggiato di non potersi fare avanti quando è preparato” sostiene Lucinda King, madre di uno dei 1062 ragazzi iscritti presso il liceo, in un’intervista al Times. La maggior parte dei genitori ritiene che si tratti di una decisione piuttosto “bizzarra” da parte del preside: stiamo parlando di un liceo inglese, estremamente ligio alle regole, dall’indossare ogni giorno l’uniforme al rispettare docenti e compagni. Abolire da un giorno all’altro l’alzata di mano, che fino ad allora aveva scandito rigorosamente qualsiasi discussione instaurata all’interno del gruppo classe, richiede ovviamente un grande sforzo di riadattamento da parte degli alunni.Anche tra i docenti sembra serpeggiare il malcontento. “Ci sono ragazzi a cui piace mettersi in mostra e altri che sono più timidi. L’insegnante lo sa e cerca di coinvolgere anche quelli che sono meno inclini a parlare. Non mi piace l’idea di imporre una regola che valga per tutti. L’insegnante deve essere libero di fare il proprio lavoro” dichiara Rob Illingworh, docente di lingue alla Samworth Church Academy School e membro del comitato dell’ordine nazionale degli insegnanti. Molti professori sarebbero disposti a coinvolgere gli alunni meno esuberanti puntando sulla loro capacità di appassionare i ragazzi e di stimolarli al dialogo, pur mantenendo in vita la regola dell’alzata di mano. Forse si tratta solo di un disagio passeggero, un periodo di transizione che insegnanti e alunni devono attraversare prima di abituarsi al cambiamento. Forse, invece, Barry Found dovrà tornare sui suoi passi perché il sole torni a splendere all’interno del suo liceo. Come si suol dire, “il tempo è il miglior maestro”, tanto per restare in tema scolastico. Per adesso, possiamo solo affidarci ai preziosi consigli degli esperti. Al di là delle polemiche che accompagnano quasi sempre le grandi novità, qual è il modo migliore per educare i nostri ragazzi, coinvolgendo anche quelli meno aperti al dialogo?

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Il problema legato alla personalità dei singoli alunni è da sempre molto dibattuto, nonché uno dei più spinosi, perché mette in campo non solo le competenze, ma anche e soprattutto la sfera emotiva dello studente. E i sentimenti, si sa, vanno maneggiati con cautela, specialmente quando si tratta di bambini e adolescenti. Spesso i più timidi si sentono intimoriti e sopraffatti da quella giungla di braccia alzate sopra di loro, nascondendosi da tutto e da tutti, senza riuscire a proferir parola al momento dell’interrogazione. Non tutti i casi di “scena muta” sono dovuti a una reale impreparazione: la paura di esporsi in pubblico, sebbene circondati da coetanei, può causare un vero e proprio blocco psicologico. L’iniziativa del preside inglese potrebbe effettivamente portare, dopo le resistenze iniziali, a una partecipazione più attiva da parte dell’intera classe.

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Tuttavia, i pedagogisti sono concordi in merito all’utilità dell’alzata di mano, uno di quei metodi tradizionali in grado di instillare nei giovani il rispetto delle regole. Gli alunni, specie se molto piccoli, tendono spesso a sovrapporsi selvaggiamente, senza osservare i turni di comunicazione. Questi ultimi devono essere necessariamente impartiti se si vuole conferire agli studenti un’educazione completa, come cittadini, lavoratori e professionisti di domani.

“Se viene considerata una prepotenza il fatto che le mani alzate siano sempre le stesse, forse dovremmo ricordare che c’è un adulto che sta lì proprio per porre le domande agli studenti e per vedere se chi alza la mano lo fa in modo troppo insistente rispetto agli altri. In questo caso, dovrà essere l’adulto a richiamare i ragazzi che non partecipano e a trovare il modo di coinvolgerli. Cerchiamo di evitare che quegli studenti a cui verrà impedito di candidarsi, invece di alzare la mano, alzeranno il dito medio quando arriverà loro la richiesta di partecipare in modo attivo alle lezioni” commenta con un pizzico di sarcasmo Federico Bianchi di Castelbianco, psicoterapeuta dell’età evolutiva. Anche in questo caso, “la virtù sta nel mezzo”: sta all’educatore conciliare le esigenze dei suoi ragazzi, nel rispetto delle loro differenti personalità. L’insegnante deve fare da “ago della bilancia”, al fine di stabilire un perfetto equilibrio all’interno della classe: un estenuante lavoro di pazienza e precisione che, probabilmente, non tutti sono disposti a portare avanti.

Data:

6 Dicembre 2016